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Globalist:
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Lettere e risposte ad Alternativa

Contributo alla discussione su "Alternativa"


federica
giovedì 18 novembre 2010 13:38

La questione centrale posta dalla relazione di Giulietto Chiesa alla
Seconda Assemblea nazionale di Alternativa tenuta a Genova lo scorso
30 Ottobre è di importanza cruciale per capire il che-fare e il
cosa-non-fare politico che ci aspetta.
La relazione ha innanzitutto il merito di far convergere in una
affermazione forse un po? iperbolica una serie di temi che la sinistra
(ma non solo essa) da tempo mette in campo, ma in modo scollegato e
poco organico. Temi di tipo economico, sociale, politico ed ecologico.
L?affermazione è questa: ?Dalla fine del XX una crisi molteplice e
irreversibile ha investito la comunità umana e ciò porterà ad una
transizione epocale, che non ha precedenti nella storia umana, verso
una società radicalmente diversa da quella attuale?. In altre parole
saremmo di fronte ad un cambiamento di civiltà.
Intanto occorre notare che per concordare in tutto o in parte con
questa affermazione, oppure per dissentire in tutto o in parte da
essa, occorre definire cosa sia una ?civiltà?.
Cercherò quindi di contribuire al dibattito intervenendo su alcuni dei
temi principali toccati dalla relazione, seguendo questo filo del
discorso.
In prima approssimazione, da un punto di vista marxista, possiamo
sostituire ?civiltà? col concetto di ?modo di produzione?. Mi rendo
conto che se si guarda alla parabola, anche teorica, del marxismo, la
proposta può sembrare poco interessante. Ma non lo è se, così come
deve essere, non diamo al concetto di ?modo di produzione? una valenza
economicistica.
Infatti, i modi di produzione sono definiti a partire dai rapporti
sociali che li sostengono e li riproducono, e quindi la domanda torna
ad essere, a mio avviso, interessante per ogni azione politica: ?Siamo
di fronte all?impossibilità di riprodurre il rapporto sociale
capitalistico??
Dalla relazione sembra che il rapporto sociale capitalistico stia per
sconvolgere la ?civiltà? alla quale siamo abituati e che è basata
proprio su quel rapporto sociale stesso.
Quanto meno per la sua capacità evocativa è quasi una riedizione
dell?espressione del 1916 ?socialismo o barbarie? di Rosa Luxemburg.
In altri termini, il capitalismo stesso sta andando verso una barbarie
forse addirittura inintenzionale, imprevista, ma ineluttabile.
Ma per altri versi l?affermazione della relazione è molto più forte:
questa barbarie sembrerebbe destinata a travolgere tutto e quindi
anche il rapporto sociale capitalistico stesso, a meno che, detto in
termini figurati, si pensi alla possibilità che pochi centri
oligarchici - politici ed economici - come nel film ?2012? si salvino
su megasommergibili mentre fuori nel mondo avviene la catastrofe
globale1.
Siccome penso che sia più realistico non credere all?esistenza di
megasommergibili ancorati sulle montagne himalayane, riformulerei la
domanda come segue:
?Siamo di fronte allo sconvolgimento di una determinata configurazione
del rapporto sociale capitalistico oppure siamo di fronte a uno
sconvolgimento che travolgerà anche il rapporto sociale capitalistico??
Riformulata in questa guisa, la domanda diventa familiare ai marxisti,
perché è molto simile a quella che si pose Lenin e alla quale egli
diede una risposta positiva, sintetizzata nell?espressione
?imperialismo fase suprema del capitalismo?.
Insomma, dilemmi antichi anche se in essi si fanno rientrare fattori
nuovi, come ad esempio l?ecologia.
Ritornerò tra poco su questo tema, che è quello che conduce alla
teorizzazione della ?decrescita?. Prima però vorrei far notare che al
di là dell?importanza e pregnanza dei nuovi fattori e delle nuove
dimensioni che essi introducono, è però indispensabile far notare che
noi quindi non siamo i primi, in epoca moderna, a pensare di essere di
fronte ad una svolta epocale. Il capitalismo genera contraddizioni
drammatiche che inevitabilmente spingono la gente a sperare (o a
temere) che finalmente si sia di fronte ad un dilemma ?epocale?.
Talmente  epocale, talmente esiziale, che la maggioranza finirà per
esserne consapevole, basta che si tolga il velo di Maya o gli strati e
strati di veli di Maya.
Ma è così?
Partiamo dal concetto di ?configurazione del rapporto sociale
capitalistico? (che a mia conoscenza non fa parte del bagaglio del
marxismo anche se mi sembra utile).
Detto rapporto sociale procede storicamente per riconfigurazioni
sistemiche. Anzi sinora è sopravvissuto proprio grazie ad esse. Ampi
cicli al cui interno avvengono riconfigurazioni meno ampie e di
diversa natura: riorganizzazioni tecniche, organizzative, spaziali e
innovazioni di prodotto. Ciò che in generale Schumpeter chiamava
?distruzione creatrice?.
Le riconfigurazioni sistemiche non hanno la regia di un unico
soggetto, e questo deve essere molto chiaro quando si imposta
un?azione politica o anche solo polemica. Esse sono il risultato della
composizione di forze contrastanti, tra le quali qualcuna ha
sicuramente più peso, anche se in corso d?opera è solitamente
difficile valutare i vari pesi in modo corretto.
Ogni nuovo ciclo sistemico di accumulazione (perché di cicli
capitalistici stiamo parlando, non d?altro) soppianta, trasformandole
radicalmente, le caratteristiche del ciclo precedente. Caratteristiche
che, nel bene o nel male, configuravano lo spazio sociale, politico e
naturale alla quale la gente era (sempre nel bene o nel male)
abituata, o entro il quale lottavano per migliorare le proprie
esistenze. Ovviamente, queste caratteristiche erano differenti e
percepite in modo differente a seconda che ci si trovasse in una
classe sociale o in un?altra, nel centro direzionale o nelle ?zone
residenziali? o nella periferia del ciclo.
Nonostante queste diversità e queste disparità, ogni riconfigurazione
sistemica poteva quindi essere spontaneamente vissuta come un
cambiamento di civiltà. Solo seguendo le linee degli sconvolgimenti
che l?hanno accompagnata si può però cercare di capire quali e quanti
?cambiamenti di paradigma? hanno contribuito a definire o a far
percepire un ?salto di civiltà?.
Di fronte alle prove politiche che ci aspettano, comprendere questi
meccanismi relativamente a quanto sta accadendo attualmente è
fondamentale per non prendere lucciole per lanterne, per non prendere
decisioni che avvantaggino l?avversario e, prima ancora, per capire
chi è l?avversario principale, quali quelli secondari e i loro
rapporti col primo, e infine per capire a quale blocco sociale
dobbiamo fare riferimento, a meno che si pensi che il ?movimento? sia
l?espressione di un?opinione. Perché se così fosse basterebbero cose
come i ?meet point?, basterebbero le centinaia e centinaia di siti e
di blog ?contro?; basterebbe Face Book. O basterebbe un canale
televisivo, un media qualsiasi da dove dire la ?verità?.
Per verificare come ciò non sia vero, basta vedere la fine che hanno
fatto gli ex PCI poi PDS poi DS poi PD, con tutti i loro organi di
stampa, i loro finanziamenti pubblici e i loro canali televisivi
(diretti o indiretti). Ed è istruttivo contrapporre a questa parabola
discendente, e anche alle difficoltà odierne del PDL così
mediaticamente superattrezzato, i risultati della Lega, generalmente
schiva dal punto di vista del medium, ma molto presente sul territorio
con le sue risposte reazionarie a problemi reali. Una presenza che
riporta violentemente al territorio i problemi che le altre forze
politiche solitamente rimandano a istanze remote e inaccessibili come
l? ?Europa?, la BCE o addirittura a quella divinità ostile e senza
volto che è ?il mercato?. Ecco allora che il ?dio Po? diventa una
divinità più confortante e familiare. Un simbolo può essere più o meno
bello esteticamente - meglio il sole delle Alpi o la svastica? -, ma
di per sé è privo di sostanza, persino ridicolo; tuttavia se riflette
delle esigenze concrete può far di un nulla (ad esempio la ?Padania?)
una realtà. Sta avvenendo sotto i nostri occhi allibiti.
Un nulla territoriale e storico che si contrappone ad un nulla
concettuale: la cosiddetta ?globalizzazione?. Cosa impossibile se
dietro non ci fossero forze ed interessi reali.
Chiediamoci infatti cosa sia in realtà la ?globalizzazione?. E? una
domanda essenziale, perché il nostro discorso politico non sarà mai
credibile né potrebbe mai avere un effetto positivo se non saremo
capaci di discernere le vere novità dalle false novità. E questo per
un motivo preciso: il capitale stesso ha sempre avuto convenienza a
contrabbandare la riproduzione del suo vecchio rapporto sociale come
se fosse un progresso, l?espressione di una ?novità?.
Siamo di fronte ad una crisi di portata globale, questo è evidente.
Che tipo di crisi è? Dobbiamo capirlo con precisione per  distinguere
le novità dalle ripetizioni in forma nuova.
All?inizio la cosiddetta sinistra ?di classe? o ?radicale? si è
lanciata in una definizione universale: si diceva che eravamo di
fronte alla crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato
neo-liberista. Di tutto e di più: ognuno poteva ritrovarsi. Il
keynesiano, il marxista d?antan duro e puro che tutto riduce al
conflitto capitale-lavoro, il moralista che critica l?ingordigia degli
speculatori senza vergogna, il leninista in cerca dei sintomi della
putrefazione della fase suprema del capitalismo, l?eclettico per cui
questo o quello tutto va bene basta essere ?contro?. E ovviamente
opportunisti d?ogni tipo.
Finalmente però iniziano da qualche tempo a farsi largo voci critiche
che si chiedono ad esempio perché il capitalismo si finanziarizza, chi
tira le fila della ?globalizzazione?, se il neo-liberismo è veramente
tale e se, soprattutto è qualcosa di stabile o transeunte.
Non c?è spazio per passare in rassegna queste posizioni, molto più
riflessive e rigorose, e tanto meno per portare un contributo. Mi
limiterò ad accennare che a mio modo di vedere la crisi attuale,
aperta si dice dal 2008 ma in effetti possiamo convenzionalmente far
data all?11/9/01 (cosa su cui penso Giulietto Chiesa concordi),
ricorda in diversi aspetti la Grande Depressione del 1873-1896, che a
sua volta fu una fase di una più ampia crisi sistemica. La reazione
alla Grande Depressione fu una divergenza totale negli interessi e nel
modo di operare del capitalismo in Gran Bretagna, negli USA e in
Germania che diede luogo a ristrutturazioni profondissime e ampie e a
spinte ?globalizzatrici? per ripristinare il mercato mondiale che
invece finirono per produrre fratture ulteriori che spinsero al
controllo nazionalistico dell?economia sulla politica (il nazismo, il
fascismo, il New Deal e i piani quinquennali) e ad una guerra
trentennale (1914-1945).
Non è dunque esagerata la relazione di Giulietto Chiesa quando
afferma:  ?Intravvediamo che le probabilità di guerre e collisioni,
anche assai vaste, diventano ogni giorno che passa più alte e
inquietanti. Da qui la necessità di impedire che la transizione si
trasformi in una catastrofe in cui milioni e miliardi siano travolti
dalla sofferenza, in cui si perdano ? oltre a milioni di vite umane -
i valori di civiltà e di convivenza, di democrazia che, seppure con
mostruose ingiustizie e diseguaglianze, sono stati elaborati e attuati
dal genere umano?.
Dal doppio massacro interimperialistico del secolo scorso emerse il
predominio mondiale degli USA, cosa che mise termine alla lunga crisi
sistemica precedente e diede vita ad un nuovo ciclo sistemico di
accumulazione. Il ciclo ora in crisi.
In base a questo accenno vediamo alcune false novità.
a) Anche all?epoca della Grande Depressione ci fu una forte spinta
alla globalizzazione. Per provare a pensare quanto fu vasto e profondo
l?impatto della globalizzazione della seconda metà del XIX secolo
pensiamo solo a quanto segue:
- la deindustrializzazione del subcontinente indiano per favorire le
industrie inglesi;
- la ?liberalizzazione? dei prezzi che si formavano a livello mondiale
nella City di Londra con input che provenivano in tempo reale dagli
USA e dall?Australia grazie ai cavi telegrafici transcontinentali (e
poi c?è qualcuno impressionato da Internet!);
- carestie in India con milioni di morti grazie a quella ?liberalizzazione?.
b) Sotto la pressione concorrenziale e la riduzione dei profitti,
nella principale economia mondiale, quella britannica, gli
investimenti produttivi venivano sempre più sostituiti da investimenti
finanziari, mentre negli USA si formavano le grandi imprese integrate
verticalmente, in Germania Bismark organizzava il blocco
industriale-finanziario-militare tedesco e in entrambi questi Paesi al
capitalismo borghese-proprietario si sostituiva un capitalismo a
conduzione manageriale.
c) Nonostante la depressione la continua innovazione di processi e
prodotti dava vita alla  Seconda Rivoluzione Industriale.
Si immagini solo per un momento lo sconvolgimento nel subcontinente
indiano di rapporti sociali, rapporti economi e modi di vita secolari,
con effetti devastanti. Si pensi all?impatto dei nuovi prodotti, delle
nuove tecniche produttive, delle nuove organizzazioni e dei nuovi
assetti proprietari nel rapporto capitale-lavoro. Si pensi all?impatto
sulla natura, sul paesaggio e sui modi di vita di questa nuova civiltà
del ferro, del carbone, dei motori e delle comunicazioni. Si pensi
alla trasformazione dei mezzi di distruzione e di conduzione delle
guerre: ferrovie per trasportare le truppe, navi in ferro e non più
navi in legno, mitragliatrici, cannoni e obici di calibro enorme.
E si potrebbe continuare.
Si pensi ora in particolare al susseguirsi di carestie indiane. Non fu
questa una catastrofe anche in senso ecologico? Una ?carestia? non è
una catastrofe ecologica? No, si potrebbe obiettare giustamente:
quelle carestie furono indotte dagli uomini; più precisamente dal
rapporto sociale capitalistico. E? sacrosanto. Ma perché allora oggi
quando si parla di ecologia si perde di vista questa elementare
verità, ovvero che la sfera ecologica è una sfera sociale, dal
profondo dei mari fino allo spazio cosmico che ci circonda?
E? più che logico che un meccanismo di accumulazione senza fine di
capitale, mai visto prima nella storia dell?umanità, generi anche uno
sfruttamento stressante della natura senza precedenti - oltre ad una
parallela necessaria accumulazione senza fine di potere, come
giustamente faceva notare Hannah Arendt in ?Le origini del
totalitarismo?.
Se siamo d?accordo su questo dobbiamo allora tenere conto di entrambi
gli aspetti.
L?uomo non ha già tecnicamente la possibilità di far sparire il globo
terraqueo in pochissimo tempo? Sì che ce l?ha. Non fosse che per
questo abbiamo il dovere di non dimenticarci che ci sono forze che
vogliono usare l?ecologia come una clava imperialistica (si pensi agli
Al Gore e ai Soros che tanta sinistra nostrana fanno scodinzolare)2.
Questa gente deve essere contrastata elaborando un discorso solido
scientificamente e autonomo politicamente.
Perché la questione ambientale - in tanto in quanto intrecciata a
quella sociale - è subordinata alla questione dei conflitti di potere.
Mi sembra addirittura ovvio: mostratemi una catastrofe nell?ecosfera
peggiore di una serie di eventi che provocano centinaia di milioni di
morti, il bombardamento atomico su due grandi città, lo scoppio
sperimentale di bombe all?idrogeno di qua e di là con ampie ricadute
di materiale radioattivo, la disseminazione di vasti territori
(Serbia, Afghanistan e Iraq) e di un mare (quello Adriatico) di
uranio impoverito, con le sue mortali conseguenze che nessuno si cura
di verificare, l?inquinamento di falde acquifere con conseguenti
epidemie mortali di enormi proporzioni (Iraq) ... . E si potrebbe
continuare con l?orrore.
Non è una raccapricciante catastrofe ecologica futuribile. E? proprio
l?orrendo e inconfutabile passato prossimo e presente continuato.
Sperando, ma solo sperando, che non sia anche il futuro prossimo.
Basterebbe questo per capire che non ha senso separare la questione
ecologica dalla questione dei conflitti di potere e dei conflitti
sociali. Una separazione che giustamente la relazione di Giulietto
Chiesa evita di fare. Ma io penso che sia allora necessario compiere
un passo ulteriore: subordinare logicamente e politicamente la prima
questione alle altre due. Per il semplice fatto che se non si
risolvono queste ultime non si risolve nemmeno la prima. Se ad esempio
l?ipotesi del riscaldamento globale dovesse essere vera, potremmo
finire arrosto tutti quanti se prima il rapporto sociale capitalistico
non viene rovesciato.

Piero Pagliani


Ricevo un interessante intervento dell'amico Pagliani. La cui portata
è molto vasta e che comporta un serrato dibattito teorico. Non posso
farlo in questo contesto e, per questa ragione, mi limito a commentare
i punti dove più nette appaiono le diversità (e tenendo presente che
vi sono anche molte sostanziali convergenze). In ogni caso la
discussione è aperta e la pubblico perchè mi pare che possa essere
utile a molti e non solo a me e a Pagliani.

In primo luogo vedo che è  stata intesa la portata delle mie
affermazioni. Che, intenzionalmente,  sono collocate fuori dalla
tradizionale terminologia marxista.  Colgo però, nell'impostazione
generale di Pagliani,  una pulsione a ricollocarla all'interno della
terminologia marxista. Mi chiedo, innanzitutto, il perchè di questa
pulsione. Tentare di ricondurre questo dibattito all'interno della
tradizione marxista ci giova? O non è fonte di altri equivoci? Ci sono
troppe cose, nel mondo attuale, che ci invitano a uscire da quella
terminologia e da quella struttura concettuale perchè noi ci si debba
sentire costretti a imprigionarvisi di nostr volontà. Nel merito: è
giusto istituire l'equazione: cambio di civiltà=cambio del modo di
produzione?
Temo che questo passaggio contenga in sé una riduzione di significati.
Io direi che è ?anche? un cambio del modo di produzione, ma non è
soltanto questo ciò che accadrà.

Confermo che intendevo dire, e penso, che questo cambio ?travolgerà
anche il rapporto sociale capitalistico?. Per la ovvia ragione che
quest'ultimo è un rapporto sociale che si espande senza soste. E una
tale espansione sarà resa impossibile dalla limitatezza inesorabile
del sistema delle risorse.

Non credo che la transizione, che è già iniziata ( sebbene noi tutti
si stia ancora procedendo per inerzia come se tutto fosse come prima),
sia equiparabile alle modificazioni sistemiche che hanno
caratterizzato la storia tutta intera del capitalismo e della sua
lotta mortale - e vincente - con l'esperimento del socialismo reale.
Interpreto questa transizione come una ?rottura della continuità? di
diversi ordini di grandezza più grande e qualitativamente diversa da
ogni modificazione ?sistemica?. Proprio perchè essa rompe il sistema.
L'espressione più corrispondente alla mia idea l'ha usata Guido
Cosenza: è un ?cambiamento di stato? paragonabile al processo fisico
di ebollizione dell'acqua, che porta dallo stato liquido a quello
gassoso.
Dal punto di vista sociale si dovrà immaginare con quale virulenza
l'individuo e tutti i gruppi sociali soggetti saranno investiti dai
cambiamenti inevitabili.

Colgo un'altra possibilità d'incomprensione. Non dico che lo sia, dico
che potrebbe giacere nel sottofondo dell'ambiguità terminologica. Io
non ritengo che la decrescita possa essere vista come un ?progetto?.
Di chicchessia. La decrescita avverrà, appunto come rottura,
indipendentemente dalle intenzioni di qualsivoglia gruppo sociale, o
forza attiva. Quindi l'affermazione secondo cui le  ?riconfigurazioni
sistemiche non hanno la regia di un unico soggetto?, è valida
storicamente ma non è applicabile a un cambiamento di stato. Qui non
c'è, e non ci può essere, alcuna ?regia?, perchè esso fuoriesce dal
campo della politica e può essere analizzato soltanto con gli
strumenti delle scienze naturali e statistiche.
Tutta questa impostazione appare riduttiva e sostanzialmente retrò.
Come l'insistenza sulla visione dell'attuale crisi come un nuovo
?ciclo sistemico di accumulazione?. Ma questo significa ritenere
possibili nuove fasi di accumulazione.  Accumulazione di che cosa,
visto che lo sviluppo sarà reso impossibile dalla limitatezza
oggettiva e indiscutibile delle risorse?  Direi che, restando
all'interno dell'apparato  concettuale della dialettica marxista, si
rimane fuori tema. Lo conferma la sottolineatura successiva: tutto ciò
?dev'essere  molto chiaro quando si imposta un?azione politica o anche
solo polemica?.  Ma io  non intendevo, su questo, impostare alcuna
azione politica. L'unica cosa che si può fare è capire e, una volta
capito, informare quanta più gente possibile affinchè si prepari a
fronteggiare il cambio di stato. E, ovviamente, aiutarla a
organizzarsi per difendersi.

Dove ci può, e ci deve essere, una regia, è nella gestione della
?transizione?. Perchè non  vi sarà un'unica transizione possibile, ma
molte, anche se non infinite. E qui interviene la giusta domanda:
quale transizione vogliamo. Per meglio dire, vorremmo? Le condizioni
in cui l'umanità contemporanea affronta questa transizione inevitabile
ci costringono a formulare una prognosi probabilmente  infausta. Siamo
totalmente impreparati a quanto sta accadendo. Il che significa che ne
saremo travolti. La questione, dunque, è da porsi in questo modo: come
evitare grandi sofferenze a milioni, miliardi di esseri umani? Come
ridurle al minimo compatibile con i dati della realtà?

Ciò, appunto comporta un tentativo di regia. Questo implica  la scelta
di quelle che Gramsci avrebbe definito le ?forze motrici?, ma non
dello sviluppo (che sarà impraticabile) bensì  della difesa
collettiva. Ora è appunto l'analisi delle forze che possono difendersi
e difenderci è cruciale. Io non la posso affrontare qui. Ma la cosa
che vedo in primo piano, con palmare evidenza, è che si tratta della
stragrande maggioranza della popolazione mondiale, indipendentemente
dalla sua collocazione di classe. Con la sola eccezione, in linea di
principio, dell'esigua classe del superclan e delle famiglie che lo
compongono (quelli che salirebbero sulle astronavi parcheggiate in
qualche valle Himalayana). Il problema principale sarebbe come
raggiungere le immense masse in pericolo. Cioè come sottrarle al
dominio della GFSM (Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne),
l'unica in condizione di funzionare ed espandersi in condizioni di
decrescita. Ma questo è un discorso lungo, anche perchè la teoria
marxista si è rivelata del tutto incapace di fronteggiare il cambio
concettuale del rapporto struttura-sovrastruttura determinato
dall'avvento della debordiana ?società dello spettacolo?.

Naturalmente ? per toccare un altro punto rivelatore - è vero anche
che ?la sfera ecologica è una sfera dove si svolgono giochi di
potere?. Ma la portata di questi giochi è assai corta. Si sviluppano
ora e si svilupperanno nella fase di transizione, ma perderanno
incisività insieme alla inevitabile e drammatica decrescita. La Natura
non tratta con nessuno, nemmeno con Soros. L'unica variante, anch'essa
temporanea, in cui costoro potranno giovarsi dei loro giochi di potere
sarà quella enucleata da Kenneth Moore, laddove prevede (e temo che
non sia troppo lontano dalla verità) che saranno loro che cercheranno
di gestire la penuria dei beni che avverrà nella transizione,
imponendo alla società forme di razionamento violento, accompagnate
dalla distruzione perfino delle vestigia cerimoniali della democrazia.
Certo che dovremo combattere contro questa eventualità (certezza). E,
per questo dovremo costruire un sistema di alleanze e una strategia.

Insomma si può discutere molto, anche perchè siamo solo all'inizio
della svolta. Ma credo proprio che a tempi eccezionali, parafrasando
un epitaffio di  Pino Cabras in un recente incontro di Alternativa,
devono corrispondere sia parole eccezionali, sia idee fuori del comune
(e della comune marxista-leninista, che così poco ha ormai a che fare
con il metodo di Marx).
Penso che ci voglia molto coraggio tanto  nell'analisi delle
gigantesche trasformazioni naturali che ci attendono, come nella
costruzione di un nuovo apparato concettuale in grado di cogliere una
complessità che non ha precedenti e non è assolutamente riconducibile
a quella che abbiamo conosciuto nel XX secolo.
Cordiali saluti
Giulietto Chiesa

 

Ringrazio Giulietto per la sua risposta. Sono indubbiamente punti su cui bisogna riflettere per bene, perché non ci sarà tanto permesso di sbagliare. Questo perché indubbiamente siamo ad una svolta.

Aggiungerò per ora solo due o tre brevi punti.

a) Non credo proprio che la mia visione sia nella "tradizione" marxista. Anzi, di fatto ne è del tutto fuori, dato che la tradizione marxista prevede una serie di stadi storici e in specifico stadi di sviluppo del capitalismo che ad un certo punto arriveranno ad un punto di rottura, cioè ad un "cambiamento di stato". Oggettivamente.

b) Io invece sono alieno da concezioni stadiali, o per lo meno puramente stadiali e in ciò sono del tutto al di fuori del marxismo economicista, storicista e, ovviamente, onirico (stile Toni Negri). Infatti ho voluto far vedere che molte delle cose che i teorici della cosiddetta "globalizzazione" ci dicono essere delle novità, novità non sono. Un esempio per tutti: nella fase terminale di ogni crisi sistemica si è sempre assistito alla finanziarizzazione dell'economia. Non è la prima volta che capita.

Il mio invito è, appunto, vedere cosa c'è realmente di nuovo, se c'è. Forse per ora la maggiore novità rispetto alle altre crisi sistemiche è che il potere economico, quello politico e quello militare sono divaricati. Ciò potrebbe portare all'impossibilità di un nuovo ciclo sistemico di accumulazione (non c'è nessun tipo di determinismo o di ripetizione ricorsiva senza scampo nella mia visione, che poi in definitiva è debitrice della grande lezione - ostracizzata in Italia essendo grande - di Giovanni Arrighi) e dar luogo, ad esempio, ad un'anarchia globale di mercato.

c) Infine, per quanto riguarda la questione ecologica, ho cercato di argomentare che ci potrà essere l'esaurimento totale dei pozzi di petrolio, delle miniere di uranio e dell'acqua, ma se non si cambia rapporto sociale (perché per me "modo di produzione" è sinonimo di "rapporto sociale"), la Terrà potrà implodere o esplodere visto che la Natura di per sé non si ribellerà a questo rapporto sociale caratterizzato dall'accumulazione senza (un) fine e quindi dallo stressamento dell'ecosfera. Solo gli esseri umani possono farlo.

Per secoli e secoli i potenti hanno scatenato guerre che magari portavano a pestilenze di cui i potenti stessi rimanevano vittima. Ma questo non li frenava dal fare quel che facevano.

Per mezzo secolo due superpotenze hanno dichiarato di essere disposte a far saltare per aria l'intero pianeta con qualche migliaio di bombe atomiche e qualcuno di mia conoscenza (Stati Uniti e Israele) dichiara oggi di essere propenso al first strike atomico anche contro Paese non atomici. Gli interessa qualcosa dell'ecosfera? No: questi soggetti la vogliono utilizzare per i loro fini di potere e che crepi Sansone con tutti i Filistei. Fino all'ultimo barile di petroli, all'ultimo grammo di uranio e all'ultima goccia d'acqua.

La carenza d'acqua, ad esempio, non sta sfociando né in nuove solidarietà né in risparmi, ma solo in guerre per l'acqua e all'occupazione preventiva delle risorse idriche. Il lato hard della richiesta soft di parsimonia individuale.



Insomma, la storia la fanno gli uomini. La Natura no. Al più la Natura potrà distruggere gli uomini mentre essi cercano di fare la loro storia.

Detto in altri termini, temo anch'io che la "variante" di Kenneth Moore citata alla fine da Giulietto sia probabilmente più la regola che non l'eccezione.

Anche in questo caso non ci sarebbe un nuovo ciclo sistemico di accumulazione. Ma per un altro motivo.

In entrambi i casi saranno i rapporti sociali tra gli uomini che decideranno. Anche la propria stessa fine.



Un saluto a tutti.

 
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