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Giulietto Chiesa

Riforma del servizio radiotelevisivo (1978)


Giulietto Chiesa
lunedì 19 settembre 2011 12:21

Intervento di G. Chiesa, membro Co. Re. Rat. della Regione Liguria
Consiglio Regionale della Liguria, 1978



Credo che la discussione di questa mattina abbia dimostrato una larga convergenza tra gli oratori ufficiali della manifestazione, convergenza larga e positiva su tutta una serie di questioni essenziali.

Naturalmente, per quanto mi riguarda, nel tempo che mi è riservato, non intendo ritornare su tutte le questioni.

Vorrei occuparmene di una soltanto, che mi pare però rilevante. E' la necessità di partire, come ha già fatto Pezzoli, da una riflessione sul significato degli accordi programmatici di Go verno; una riflessione che non può, naturalmente, essere esaurita in questa sede, ma che è il punto di partenza per tutte le forze democratiche sia negli aspetti positivi che quegli accordi contengono, sia in quegli aspetti che,come sottolineava significativamente Vecchi, restano aperti a un ulteriore confronto tra le forze politiche. In particolare quello centrale dell' atteggiamento delle forze politiche democratiche sulla questione delle radio e televisioni pseudoestere. Ci sono, quindi, aspetti positivi e aspetti decisivi che rimangono aperti.

E' certo che si apre una fase nuova che richiede una grande attenzione da parte di tutte le forze democratiche e mi pare che nell'ultimo scorcio di questa discussione, come era del resto già evidente, il punto centrale di questa fase nuova è la battaglia per la difesa del servizio pubblico radiotelevisivo. Come si realizza questa difesa e come si organizza questa battaglia? lo credo che noi dobbiamo sottolineare prima di tutto l'esigenza di portare avanti con rigore il decentramento della concessionaria; ma, nello stesso tempo, occorre un'azione per trasformare profondamente il suo modo di funzionare.

Qui sé parlato con proprietà. della necessità di costruire una saldatura - che ancora non esiste o esiste in modo del tutto insufficiente - tra l'istituzione pubblica e la collettività nazionale e, per quanto ci riguarda direttamente, tra la sede Rai e la collettività locale.

Questo comporta un esame attento e spregiudicato delle possibilità attuali della sede Rai, sia tecniche e di personale, sia organizzative, per consentire una presenza non minoritaria e impacciata della emissione locale radiofonica e televisiva pubblica, rispetto all'emissione privata locale.

Questo mi sembra un primo punto di partenza, ma credo, ed è ciò di cui mi voglio occupare più specificamente in questo breve intervento, che l'attuazione della riforma della Rai e dell'intero sistema di teletrasmissioni non possa essere concentrata soltanto sull'azienda e sul versante di chi produce l'informazione e la cultura via etere, sia pubblici che privati. Credo che sia importante concentrare invece l'attenzione sul versante delle forze sociali e politiche; soprattutto sul versante degli Enti locali, delle organizzazioni sindacali, delle diverse categorie sociali alle quali occorre chie dere un diverso e maggiore impegno, all'altezza dei tempi e dei problemi attuali, rispetto alla situazione di oggi e al passato.

Il problema fondamentale mi pare debba essere il seguente: quale peso reale questa articolazione pluralistica intende avere nella battaglia riformatrice? In che modo è possibile garantire, per esempio ai Comuni, anche in questo campo, la loro funzione di organi generali di governo del territorio?

Questa è la domanda, alla quale, naturalmente, i primi soggetti abilitati a rispondere sono proprio le autonomie locali, i Comuni in primo luogo.

In secondo luogo, la Regione. lo credo che la Regione debba rivendicare pienamente il ruolo di organo legislativo e programmatorio che le compete, anche in questo campo, come in tutti gli altri campi fondamentali.

Ci troviamo a discutere di una questione che ha un rilevante valore sociale; di un problema che riguarda tutti i cittadini e che, come è stato qui rilevato da più voci, implica le sorti stesse della democrazia nel nostro Paese. Non possiamo nasconderci dietro a un dito: la questione ha un grande rilievo politico generale, non tecnico soltanto o specialistico.

La Costituzione del nostro Paese attribuisce al sistema delle autonomie locali un ruolo centrale; anzi, la nostra Costituzione delinea un tipo di Stato che si fonda sull'articolazione delle autonomie e attribuisce competenze fondamentali al sistema autonomistico su tutte le materie fondamentali della vita dei cittadini.

Io credo che su questo tema, particolarmente, la Regione ,deve ancora conquistare e guadagnare una capacità di governo, non solo entrando a far parte insieme alle altre Regioni, di quell'organismo nazionale che dovrà fissare i criteri per le concessioni, definire il piano nazionale delle frequenze e cosi via, ma anche rivendicando a sé la competenza dei poteri relativi al rilascio, alla revoca delle autorizzazioni a gestire impianti locali di diffusione sonora e televisiva e, in generale, tutta la regolamentazione dell'uso dello spazio locale.

Questa è la questione politica fondamentale, io ritengo, ed è anche il canale fondamentale per la realizzazione della riforma della concessionaria pubblica, poiché non sarà possibile portare avanti la riforma della concessionaria senza un grande movimento di massa di cittadini consapevoli e informati dei pericoli e dei vantaggi che possono derivare da questo o dall'altro esito di questa battaglia. Di questo movimento le Regioni possono, insieme al complesso degli Enti locali e insieme a tutta l'articolazione pluralistica delle collettività locali, diventare protagoniste.

Mi pare che questo sia un modo giusto per affermare la: preminenza dell'interesse pubblico, controllato certo democraticamente, nell'uso di un bene sociale fondamentale.

Senza soffermarsi nella polemica, vorrei solo aggiungere che l'intervento che mi ha preceduto ha significativamente mostrato la trama del tessuto di confuse argomentazioni. Una trama che diventa oltremodo esplicita quando, attardandosi nella definizione di ambito locale, ha stabilito un criterio che è esattamente il contrario del criterio di gestione sociale - e nell'interesse sociale - di un bene pubblico fondamentale. Ha proposto cioè il criterio dell'economicità d'azienda come unico valido per giungere alla definizione di «ambito locale».

Ci mancherebbe altro se questi criteri finissero col prevalere!
Nel momento in cui, nel nostro Paese, si vanno facendo leggi urbanistiche che finalmente stabiliscono il principio della preminenza dell'interesse collettivo rispetto all'interesse, privato che ha deturpato e scempiato tutto il territorio nazionale, si vuole riproporre nel campo dell'informazione - che è ancora più importante e più decisivo - il criterio della giungla incontrollata degli interessi privatistici a puro scopo di profitto e, in ultima analisi, di manipolazione delle coscienze?

Volevo soltanto ricordare questo per dire che noi siamo risolutamente dall' altra parte, che siamo dalla parte che combatte con la massima energia per salvaguardare la libertà e" il pluralismo reale dell'informazione. Non siamo sicuri di vincere, naturalmente; ma, come ricordava Bogi, le sentenze della Corte costituzionale non nascono nel vuoto pneumatico. Non siamo sicuri che le prossime sentenze, se ce ne saranno, daranno ragione ai motivi sociali che noi sosteniamo, ma è certamente vero che noi ci batteremo per quelle e che faremo ogni sforzo perché non si prolunghi oltre la carenza di attenzione dei cittadini e della collettività attorno a queste questioni così decisive.

Concludendo, formulo una proposta operativa. Credo che occorra cominciare, fin d'ora, a sviluppare un'azione politica, culturale e organizzativa, che consenta di giungere preparati alla gestione democratica, innanzitutto, della terza rete televisiva.

I tempi sono stretti, ma dobbiamo preparare la collettività regionale a diventare la protagonista nell'avvio della terza rete. Voglio dire che se per le prime due reti e per il decentramento difficoltà maggiori si sono incontrate, perché, lo diceva Bogi, ci sono interessi e abitudini che si sono storicamente cristallizzati, una quantità enorme di problemi che è difficile da dipanare, da risolvere, io credo che però in una nuova struttura che si affianca alle precedenti sarà più facile realizzare momenti di partecipazione reale e di controllo del sistema pubblico di informazione. In questo senso credo che non possiamo attendere che siano state trovate le soluzioni tecniche; che siano attuati gli investimenti; che siano definiti gli organici necessari, ecc.; dobbiamo lavorare ora, politicamente e collettivamente.

Mi pare che esista uno schieramento di forze democratiche assai ampio per consentirci questo. Non dico uniforme, dico ampio e articolato, ma interessante. La discussione di oggi lo ha dimostrato. In questo senso urge partire subito, anche se non occorre attendere la terza rete televisiva- come unico canale di vita decentrata della concessionaria; bisogna partire adesso per usare subito le forze che ci sono, per andare ad un rapporto diverso con ciò che esiste e per prepararci al futuro.

Credo che occorrerà far crescere la maturità della collettività regionale su questo terreno e credo che la Regione debba promuovere, dopo questo incontro, - è una proposta che faccio - un ulteriore dibattito in Consiglio, che approdi alla definizione di alcuni strumenti adeguati per la gestione di questo problema. Si è parlato in altre sedi della istituzione di una Consulta regionale sui problemi dell'informazione: potrebbe essere una sede utile che in questo anno ci aiuterebbe a coinvolgere tutte le forze (i giornalisti, i tecnici della Rai insieme agli Enti locali, alle organizzazioni sindacali, ai Consigli di quartiere, ai Comuni, ai consigli di fabbrica, alle istituzioni culturali pubbliche) necessarie perché risulti vincente la battaglia per un nuovo modo di, concepire il servizio pubblico radiotelevisivo.

 
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