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Prefazioni e saggi

Come Marte ha vinto Venere l'11 settembre - Prima parte


Giulietto Chiesa
martedì 20 settembre 2011 11:38

di Giulietto Chiesa - Prima parte

Saggio pubblicato nel volume "Zero. Perché la versione ufficiale dell'11 settembre è un falso" , Piemme, 2007.

L'offensiva contro il "terrorismo internazionale", lanciata ufficialmente a partire dall'11 settembre 2001 ma preparata, come ben sappiamo, dal lungo lavorìo della vasta alleanza rivoluzionaria dei neocon americani nell'intero decennio precedente, ha avuto fino ad ora un grande, straordinario successo. Si proponevano di imprimere una violenta, irreversibile scossa al corso degli eventi mondiali, un'accelerazione di assoluta drammaticità. E ci sono riusciti, almeno fino al momento in ci scriviamo. Solo obiettivi di smisurata vastità possono spiegare un tale progetto, e uno dei compiti che il mondo della democrazia e del diritto dovrebbe risolvere è quello di fare luce su quegli obiettivi, pena la sconfitta della democrazia e una catastrofe mondiale senza precedenti nella storia umana.

Ma quando parliamo di successo, non intendiamo dire, naturalmente, nella direzione di sconfiggere il cosiddetto "terrorismo internazionale". Esso è, in realtà, simultaneamente, anche il prodotto dell'azione diretta e indiretta dei servizi segreti americani e israeliani in primo luogo. Esso è anche uno strumento prezioso nelle loro mani; il principale strumento. Quindi non è alla distruzione del terrorismo internazionale che i congiurati stanno puntando e hanno puntato fin dall'inizio. Il successo di cui stiamo parlando riguarda l'aver costretto gli alleati "occidentali" degli Stati Uniti (Europa in primo luogo, Giappone, Russia, India) ad accodarsi agl'interessi americani, cioè alla volontà dell'Impero.

In questo senso la strategia imperiale si è dimostrata vincente sotto tutti i profili. Certo non per l'eternità. Ma la durata di questo successo è questione che si pongono solo coloro che hanno una visione del futuro, che si pongono il problema del destino della specie umana, di coloro che sono consapevoli del fatto che noi stiamo decidendo il futuro dei nostri figli e nipoti. Cioè di coloro che hanno in qualche parte della loro anima la sorte del bene comune.. Per coloro, invece, che stanno guidando gli Stati Uniti in questo momento l'orizzonte è tremendamente limitato. Essi pensano al presente e hanno del futuro una visione paragonabile a quella di chi, alzatosi presto la mattina, considera strategico decidere dove andrà a cenare la sera. Per questo tipo di mentalità - che è poi la stessa che ha prodotto l'idea della esportazione della democrazia, chiavi in mano - successi e sconfitte si misurano in base ai rendiconti semestrali degli andamenti azionari.

Se si proietta su di loro il modo di agire di una persona dotata di responsabilità e di ragione, e ci si aspetta da loro comportamenti conseguenti, si commette invariabilmente un errore di calcolo. Ad esempio il fatto che l'Europa non abbia seguito compattamente l'avventura americana in Irak e si sia divisa profondamente, oppure il fatto che la Russia non abbia preso parte a quell'avventura, rimanendo a sospettosa distanza, costituiscono per il gruppo dirigente americano niente più che lievi incidenti di percorso. Nel breve lasso di tempo che intercorre, come s'è detto, metaforicamente, tra una colazione e una cena, hanno ragione loro. Gli effetti di lunga durata non li riguardano. Non che manchino di strategia, ma essa è anch'essa corta come le fluttuazioni di borsa. Il fatto che, in precedenza, la Russia avesse mal digerito l'aggressione alla Jugoslavia, era stato comunque assai ben ripagato dal totale coinvolgimento europeo in quella stessa aggressione. Dunque, dove gli Stati Uniti avevano perduto tatticamente qualche spicciolo, avevano potuto largamente compensare le perdite con un grande investimento, per loro strategico.

A ben vedere, per altro, l'insuccesso americano nel coinvolgere l'Europa in Irak è stato soltanto relativo e apparente. Ha avuto qualche scacco marginale (il rifiuto di Francia e Germania), ma ha anche ottenuto risultati non indifferenti. Nessuno, del resto, a Washington, aveva mai pensato seriamente che l'Europa si sarebbe accodata senza resistenze e contrasti. Un esito fausto - a Washington lo si sapeva fin dall'inizio - avrebbe riguardato soltanto la Gran Bretagna di Tony Blair, la Spagna di Aznar, l'Italia di Berlusconi. D'altro canto nemmeno i più intransigenti tra i neocon avevano immaginato un successo politico americano così totale come quello contro la Jugoslavia. O come l'offensiva militare contro l'Afghanistan, vissuta da tutto il mondo occidentale come la legittima vendetta americana (occhio per occhio, dente per dente, secondo le prescrizioni bibliche, alla faccia del diritto internazionale moderno, illustre prodotto, subito messo in cantina, della civiltà occidentale) contro l'aggressione subita l'11 settembre. Vista nell'insieme la situazione dell'inizio del secolo potrebbe essere descritta come un tiro alla fune in cui gli Stati Uniti hanno continuato a strattonare violentemente il resto, recalcitrante, del mondo. In primo luogo l'Europa, loro terreno prediletto per le operazioni di costruzione del consenso mondiale, ventre molle dell'occidente, dove la supremazia imperiale, mascherata da cooperazione tra fedeli alleati, riesce sempre (dalla fine della seconda guerra mondiale è stata una costante assoluta) a realizzarsi.. Ad ogni strappo violento, una parte degli alleati ha ceduto e si è adattata alla nuova situazione, arretrando non solo dai "sacri" principi ma perfino rinunciando ai propri interessi.

Ai sudditi si spiegava che era nel loro superiore interesse. Le classi dominanti nei paesi alleati ricevevano in cambio la protezione nei confronti di eventuali sommovimenti dei rispettivi popoli. Quando qualcuno di loro avesse mostrato di non accettare lo scambio e di voler procedere per proprio conto, lo si sarebbe eliminato, senza troppe esitazioni. Il caso del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, e l'intera strategia della tensione in Italia sono, di questa visione, uno degli esempi più eclatanti. In questo senso la tattica imperiale verso i sudditi si è dimostrata efficace, a tratti sottile e accomodante, più spesso brutale, in ogni caso vincente.

Se si misura la ritirata dei partners degli Stati Uniti a partire dal 1999, guerra del Kosovo, si può cogliere l'enorme cambiamento a favore di Washington realizzato in questo periodo. Si tratta di una ritirata complessiva, politica, diplomatica, militare, culturale, cui l'intero "occidente" di un tempo (cui si è aggiunta, per un certo periodo e in una dimensione delimitata, la Russia ) è stato costretto dalla possente e imperiosa azione imperiale. Ritirata asimmetrica, contrastata in alcuni momenti, ma complessivamente evidente. Gli Stati Uniti hanno percepito se stessi, pienamente, come impero, con Gorge Bush Junior, il presidente della guerra infinita.

Cerchiamo di individuare le componenti di questa offensiva senza precedenti. L'11 settembre, opportunamente preparato con la truffa elettorale dell'anno 2000, che sancisce la fine, anche formale, dell'inganno democratico americano, ha consentito a Washington di penetrare militarmente fin nel centro dell'Asia, piazzando le proprie basi in Uzbekistan, in Kirghizia, in Tajikistan. La Russia , guidata da una classe oligarchica compradora , i cui capitali giacciono per qualche migliaio di miliardi di dollari nelle banche occidentali e negli offshore che quelle banche controllano, è stata complice, oscillando tra entusiasmo e riluttanza. L'entusiasmo era l'effetto inebriante, per gli oligarchi, di essere inseriti nel gotha della finanza mondiale, con i loro capitali finalmente ripuliti del sangue e del fango delle rapine. La riluttanza era il permanere del sospetto che i padroni veri del mondo potessero all'improvviso disarcionarli senza rimedio. Abbracciare gl'interessi dell'Impero poteva essere una splendida conclusione della rapina con cui la Russia è stata privatizzata, ma restava in molti di loro l'interrogativo se fosse saggio consegnarsi del tutto nelle mani di un imperatore lunatico e prepotente. Era prudente - si chiesero infine - abbandonare completamente il proprio retroterra, la cornucopia Russia alle possenti corporations globalizzatrici?

Non che gli oligarchi pensassero al popolo russo e ai suoi destini: pensavano essenzialmente che la loro sicurezza era in fondo legata al mantenimento di un rifugio, dal quale occhieggiare sul mondo al riparo da sorprese.

L'esigenza di rimanere fuori dal collimatore dell'Impero li aveva trasformati in compiacenti alleati delle sue avventure militari e della sua espansione, ma essi avevano infine concluso che, pur senza fare resistenza, dovevano restare ancorati alle ricchezze materiali della terra che era divenuta di loro proprietà. Lo fecero, per altro, con entusiasmo decrescente mano a mano che le pretese americane si facevano sempre più sfrontate ed eccessive, confermando i loro sospetti. Il calcolo di Putin e dei suoi alleati si dimostrò alla fine, ai giorni nostri, razionale. Innanzitutto dal punto di vista del riconoscimento pragmatico dei rapporti di forza. Nel 2000 la Russia che Putin aveva ereditato da Boris Eltsin era sull'orlo del collasso, economico, istituzionale, morale, organizzativo. Tentare di fermare l'America neocon - sempre che qualcuno, al Cremlino, avesse avuto questa intenzione- avrebbe significato, appunto, entrare nel del mirino di Bush. E la Russia non poteva permetterselo.. Inoltre, facendo buon viso a cattivo gioco, Vladimir Putin, in cambio dell'aiuto dato a Washington nella lotta contro Al Qaeda, si prese tutto il tempo per liquidare il proprio terrorismo interno, quello ceceno, spacciato (nella tacita intesa con Washington) come parte integrante del "terrorismo internazionale". Non era stato così all'inizio, con il generale Dudaev alla testa dell'indipendentismo, ma negli anni successivi, sia Mosca che Washington, che l'Arabia Saudita avevano fatto di tutto per trasformare la Cecenia in un campo minato dal terrorismo islamico. E, nel frattempo, Mosca avviava un cospicuo programma di riarmo strategico, accumulava ingenti riserve in dollari grazie alle immense entrate petrolifere, e comprava, come la Cina , grandi quantità di certificati di credito del Tesoro statunitense, finanziando anch'essa l'indebitamento di Washington. Un aiuto molto "peloso", che gli Stati Uniti accoglievano come un tributo dovuto all'Imperatore, salvo poi, nel loro dopo cena strategico, doversi porre il problema di come pagarlo. Problema di non eccessivo impegno, essendo assai simile a quello di un rapinatore a corto di denaro: basta organizzare la successiva rapina in banca. Cosa che stanno attivamente facendo, sei anni dopo l'11 settembre, con la preparazione dell'attacco militare contro Teheran.

Del resto era evidente anche ai ciechi che le nozze antiterrorismo Mosca-Washington sarebbero durate poco, così come poco sarebbe durata l'espansione americana nell'Asia Centrale, perché non appena la Russia si fosse sentita più salda sulle proprie gambe, avrebbe rimesso in funzione quella sterminata serie di legami con le repubbliche ex sorelle dell'Asia Centrale - formatisi nei secoli e non solo nei settant'anni del potere sovietico - che Boris Eltsin aveva allentato ma non aveva potuto recidere. Lo stolto suggerimento di Aleksandr Solzhenitsyn a rinunciare al "sottopancia" dell'Asia Centrale aveva indebolito la Russia , anziché rafforzarla. E Putin (e i suoi generali) avevano fatto in tempo ad accorgersene.

Comunque George Bush e i suoi avevano potuto impunemente, e senza colpo ferire, guadagnare mosse su mosse in Asia, spingendo la loro influenza militare fino ai confini con la Cina. Unico errore, a ben vedere, fu l'illusione che il retroterra russo fosse ormai acquisito. A distanza di sei anni quell'errore è venuto a maturazione, insieme all'altra illusione: che il gruppo dirigente russo, erede di Eltsin, fosse ormai interamente conquistato all'internazionalismo del capitale mondiale, del tutto subalterno, privo di autonomia rispetto alla capitale imperiale.

Fu questa illusione - "giramento di testa per troppo successo" secondo una famosa definizione di Stalin - a convincere Washington della possibilità di premere sulla Russia anche sul "fronte" europeo. Il successo della rivoluzione colorata a Belgrado, potentemente finanziata dalle istituzioni private e pubbliche americane, venne riprodotto, praticamente con le stesse modalità, prima in Georgia e poi in Ucraina. In entrambi i casi Mosca fu colta di sorpresa e incapace di esercitare contromisure efficaci. Per due ragioni diverse ma concomitanti: la prima consistente nel fatto, già sopra delineato, che una parte dell'oligarchia russa era (ed è) di fatto complice dell'offensiva statunitense. La seconda come effetto della stupidità e incompetenza, ancora molto sovietiche, con cui la burocrazia informativa statale russa affrontava le sfide "democratizzatici all'americana", milionarie, provenienti dall'occidente.

I due brillanti risultati di Tbilisi e di Kiev avevano finito per confermare nelle sue illusioni l'Amministrazione di Washington. La Georgia di Saakashvili era infatti uscita - forse irrevocabilmente - dall'orbita russa ed era entrata in quella americana. In Ucraina, con una serie di catastrofici e intempestivi tentativi della Russia, la cosiddetta "rivoluzione arancione" del 2005-2006, aveva trionfato con l'annullamento della vittoria truccata di Viktor Janukovic e l'arrivo al potere del filo-americano Viktor Jushenko. Poi, è ben vero, Vladimir Putin era riuscito a raddrizzare la barca, ma la lotta per la conquista dell'Ucraina resta aperta e dagli esiti imprevedibili. Nella primavera del 2007 l'Ucraina si è trovata sull'orlo di un colpo di stato organizzato dal presidente Viktor Jushenko contro una maggioranza parlamentare sostanzialmente filo-russa. La pressione su Kiev, organizzata sistematicamente da Washington, con l'aiuto attivo della Polonia, in primo luogo, e di una vasta coalizione europea occidentale, continua senza sosta, bilanciata a fatica dalla controazione russa. Invece, senza alcuna capacità di contro-reazione russa, continuano incessanti le forti pressioni congiunte europee e americane per far crollare Lukashenko in Bielorussia e il 2007 ha segnato l'avvio di un tentativo di estendere l'ingerenza dall'esterno anche in Russia.

Ed è a questo punto che le illusioni cominciano a incrinarsi e l'occidente è costretto a registrare una secca virata della Russia. Mentre scriviamo queste righe è ormai del tutto evidente che Mosca ha deciso di rispondere a questo insieme di offensive e ha posto fine a una ritirata strategica che, cominciata nel 1991, non si era più fermata. Nel suo discorso di Monaco, e nel suo ultimo discorso da presidente sullo stato del paese, nell'aprile 2007, Vladimir Putin ha tracciato la linea di demarcazione oltre la quale la Russia non intende più recedere. Ha detto, senza mezzi termini, che altre rivoluzioni colorate non saranno possibili né nell'area post-sovietica, né, tanto meno, all'interno della Russia. Per dare sostanza ai suoi avvertimenti il presidente russo ha fatto approvare dalla Duma una legge che impone alle organizzazioni non governative di denunciare le loro fonti di finanziamento, vietando al contempo la possibilità di ricevere finanziamenti dall'estero. Con ciò decretando l'impossibilità del ripetersi degli esperimenti di esportazione della democrazia americana nel cortile di casa russo.

Se a Tallin le autorità estoni smontano il monumento al Soldato di Bronzo (altra, evidente, provocazione, con ogni probabilità progettata oltre-oceano), Mosca risponde lasciando assediare l'ambasciata estone dalla gioventù del regime opportunamente lasciata libera di agire, e rende difficoltose le comunicazioni e i commerci con Tallin. Avvertimento che, se si continua su questa linea, succederà come con Tbilisi, tagliata fuori da ogni contatto con la Russia.

Gli Stati Uniti, con Varsavia e Praga, concordano sull'installazione di uno scampolo di difesa antimissilistica in Polonia e di un radar nella Repubblica Ceca? Putin risponde annunciando l'uscita di Mosca dagli accordi per il controllo e la riduzione degli armamenti convenzionali in Europa. E, nel maggio 2007, la Russia sperimenta due nuovi sistemi missilistici, uno strategico intercontinentale, l'altro per missili di crociera di lunga gittata, esibendoli al pubblico occidentale come risposta in atto a ogni tentativo di minaccia potenziale portato nelle immediate vicinanze dei suoi confini. Ogni ulteriore discorso di cooperazione della Russia con la Nato viene chiuso senza mezzi termini. L'idea di un'entrata della Georgia e dell'Ucraina nella Nato, esplicita Putin, sarà considerata alla stregua di una provocazione. L'indipendenza del Kosovo incontrerà il veto Russo al Consiglio di Sicurezza. Quanto al ripristino dell'integrità territoriale della Georgia (con il ritorno dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia sotto la sovranità di Tbilisi) e della Moldova (con la fine dell'indipendenza della Transdnistria), l'Europa pro-americana farà bene a dimenticarsele entrambe. Mosca non lascerà soli i cittadini ex sovietici di lingua russa, dovunque si trovino.

La dura repressione delle manifestazioni dell'opposizione a Mosca, sempre nella primavera del 2007, è stata il corollario esplicativo delle intenzioni di Putin e del suo successore, che sarà la sua fotocopia almeno nei primi anni di regno. Il tutto ha fatto gridare allo scandalo, in Europa e negli Stati Uniti, e all'inizio di una nuova guerra fredda. In effetti la svolta è netta e evidente. Indica la fine dell'ipnosi che ha attanagliato il mondo dopo l'11 settembre e il ritorno della Russia, grande contenitore di energia, sulla scena mondiale, di nuovo come protagonista. La Russia è uscita dal purgatorio e chiede che si rifacciano tutti i conti. Il bluff di George Bush è finito e Cina e Russia vogliono vedere le carte.

L'Europa, come s'è visto, aveva abbracciato la causa americana, praticamente senza condizioni, immediatamente dopo l'11 settembre. Il coinvolgimento europeo in Afghanistan è stato subito netto e inequivocabile. L'unica condizione posta dagli europei - in parte da élites recalcitranti variamente ostili alla prepotenza americana, in parte da governi preoccupati di non andare troppo esplicitamente contro i sentimenti popolari - fu quella che l'intervento europeo in Afghanistan venisse prima sancito dalle Nazioni Unite, sebbene a posteriori, e poi posto sotto l'egida della Nato e delimitato ad una operazione di polizia a protezione del futuro governo "democratico" che gli Stati Uniti avrebbero insediato a Kabul. Naturalmente tutti sapevano che l'autorizzazione delle Nazioni Unite era stata estorta con pressioni e inganni (gli Usa non avevano affatto le prove che l'autore degli attentati dell'11/9 fosse Osama bin Laden e l'Onu autorizzò l'intervento militare in aperta violazione del suo proprio statuto), e la funzione della Nato come coadiutrice per l'ordine pubblico era state inventata, per addolcire la pillola agli europei, come soluzione transitoria. Nel caso che l'operazione di normalizzazione dell'Afghanistan si fosse rivelata - com'è infatti avvenuto - più difficile del previsto, la Nato sarebbe stata trascinata come forza congiunta combattente nelle operazioni militari.

Ma, una volta definite alcune forme di salvaguardia formale, alcune foglie di fico per coprire il sostanziale protettorato americano sull'Afghanistan, i governi europei hanno poi tacitamente appoggiato tutte le successive mosse di Washington. Gli Stati Uniti conducevano il cosiddetto "processo di democratizzazione", l'Europa accettava di svolgere i diversi compiti di complemento, mentre il contingente Nato stanziato a Kabul veniva progressivamente integrato nelle strutture militari dell'operazione di guerra Enduring Freedom, in cui erano impegnati inizialmente solo i contingenti americano e britannico. Tutto questo alla chetichella, all'insaputa dei parlamenti, con operazioni progressive di coinvolgimento semi ufficiale. Insomma dietro una cortina fumogena che doveva impedire all'opinione pubblica europea di rendersi contro della realtà, e cioè dell'entrata progressiva dell'Europa nella guerra afgana. Il tutto sarebbe passato senza particolari difficoltà se non fosse stato che le due guerre "vittoriose" di Irak e di Afghanistan si sono trasformate in piaghe purulente e sanguinose, aprendo contraddizioni lancinanti all'interno stesso degli Stati Uniti, oltre che nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Ma, anche qui, bisogna stare attenti a dare per spacciato Bush e la logica che egli rappresenta. Solo dal punto di vista politically correct egli ha subito due sconfitte. Questa è la logica di chi ragiona in termini di normale sviluppo . Ma per chi ragiona in termini di preparazione ad una guerra sempre più vasta, un disordine bellico random , il caos, la moltiplicazione dei morti, anche dei propri, non è affatto un male, ma al contrario è funzionale alla creazione di un terrore diffuso. Punto di partenza per altre guerre.

I tre postulati fondamentali che accompagnarono la creazione della Nato restano in vigore, ma rinnovati alla luce delle esigenze attuali. Erano questi: a) Rendere permanente e decisiva la presemza militare americana sul continente europeo; b) Tenere l'Europa solidamente aggiogata alle priorità americane; c) Allontanare l'Europa dalla Russia e impedire ogni convergenza.

I missili da impiantare in Polonia, con il radar di appoggio nella Repubblica Ceca, sono un'invenzione funzionale a tutti e tre gli obiettivi "storici" della Nato. E sono una evidente provocazione che consente a Washington di prendere due piccioni con una sola fava: dividere, in primo luogo, l'Europa e alzare la tensione tra Europa e Russia. Lo dimostra l'improntitudine assoluta con cui gli Stati Uniti hanno avviato il negoziato con Varsavia e Praga, senza nemmeno interpellare l'Unione Europea, e senza neppure - fatto sbalorditivo . investire la Nato della questione. Col che si realizza una situazione senza precedenti sotto diversi punti di vista. Una questione che concerne la sicurezza europea viene decisa fuori dalle istituzioni europee, e a loro insaputa. Due paesi europei si arrogano il diritto, spalleggiati da Washington, di decidere per conto proprio su questioni vitali e strategiche, che coinvolgono tutti gli altri paesi, contravvenendo clamorosamente allo spirito dei trattati di adesione alla comunità. La Nato stessa viene tagliata fuori, sebbene sia essa l'unica sede in cui qualunque discorso tra alleati in materia di sicurezza strategica possa essere concepito. Sarebbe ingenuità assoluta pensare che un tale atteggiamento di Washington sia l'effetto di incompetenza, o di semplice analfabetismo diplomatico. E' ovvio che la mossa è stata ben meditata e freddamente eseguita. Con l'aggiunta sarcastica di una serie di dichiarazioni dei massimi esponenti dell'Amministrazione statunitense, tutte tendenti a insinuare l'idea che la Russia è, in fondo, d'accordo e che può addirittura essere essa stessa coinvolta nel progetto. Naturalmente la Russia non era e non è d'accordo, ma la polpetta avvelenata di questa ennesima forzatura non era diretta alla ciotola di Mosca, bensì a quella di Bruxelles, affinché la muta di cani ammaestrati est-europei la ingoiasse il più velocemente possibile.

Sotto questo profilo gli Stati Uniti hanno dato prova - eccezionalmente - di una inconsueta e sottile lungimiranza. L'allargamento della Nato a est ne è una prova. Nei quindici anni seguiti al crollo del muro di Berlino Washington aveva realizzato a tappe forzate l'allargamento a est dell'Alleanza Atlantica, modificando in senso "americano" tutti gli equilibri europei. In ciò potendo contare su due circostanze favorevoli: la prima rappresentata dall'obbedienza e fedeltà dei circoli dirigenti europei, nessuno dei quali ebbe il coraggio di porre la questione se l'allargamento della Nato a est fosse necessario una volta venuta meno la necessità di difendere l'Europa dal Patto di Varsavia ormai defunto. La seconda rappresentata dalla sostanziale acquiescenza del Cremlino eltsiniano, interamente conquistato al disegno americano e, anzi, anch'esso felicemente collocato sotto l'ombrello protettivo americano. Era ben chiaro a Eltsin e compagni - e fu loro detto esplicitamente - che in caso di una rivolta popolare contro la selvaggia espropriazione cui stavano sottoponendo la popolazione russa, sarebbero stati difesi anch'essi dalla Nato. In cambio essi "lasciarono fare", senza opporre resistenza, fino al punto che Washington riuscì a immettere nella Nato perfino tre delle repubbliche ex sovietiche del Baltico. Gli eserciti della Nato vennero presentati ai "democratici" russi come una forza di polizia internazionale messa a difesa di una contro-rivoluzione in piena regola. Insomma fu detto loro: siamo qui per difendere la Russia post-comunista

Tutto ciò precedette di un decennio l'allargamento dell'Unione Europea fino a includere tutti i paesi dell'est che erano già entrati nella Nato. Che avvenne infatti con la grande informata di nuovi membri del 2004 e la successiva inclusione delle ultime due repubbliche ex sorelle, Bulgaria e Romani nel 2007. In altri termini, l'Alleanza Atlantica, che era nata per fronteggiare la minaccia sovietica, veniva ora usata per estendere e moltiplicare il controllo statunitense del vecchio continente.

Sfuggì allora sia agli europei che ai nuovi russi la realtà effettuale delle cose. Gli Stati Uniti di fine secolo XX, vincitori della guerra fredda, erano (e sono tuttora) impregnati dell'idea che una Russia forte rappresenta un ostacolo inaccettabile sulla via del dominio imperiale americano ed erano (e sono) decisi a smantellare la Russia , dopo essere riusciti a smantellare l'Unione Sovietica, a prescindere dall'ideologia e dai leader che la guidano. La pochezza intellettuale e politica, oltre a quella morale, degli oligarchi che gli Usa contribuirono a portare al potere in Russia fece sì che la cortina fumogena potesse funzionare per un intero decennio, quello caratterizzato dalla direzione di Boris Eltsin, il Quisling di turno. E questo spiega i peana che in occidente e negli Stati Uniti sono stati innalzati al momento della sua morte: inni di ringraziamento, tributati a colui che aveva permesso la colonizzazione della Russia da parte americana. Inni giustificati, per altro, da un indubbio risultato.

E' da notare, sull'altro fronte, quello europeo - e ci torneremo più avanti - che l'espansione della Nato è avvenuta praticamente senza alcun dibattito pubblico in Europa. Parlamenti e governi europei occidentali hanno letteralmente lasciato fare, senza neppure chiedersi, apparentemente, quale fosse il significato di ciò che stava avvenendo. In realtà è molto improbabile che sia sfuggito, alle classi dirigenti europee che, in tal modo, gli Stati Uniti aumentavano la presa sull'Europa in tutte le direzioni: formando a loro immagine e somiglianza le élites militari di tutti i paesi dell'est europeo, determinando gli orientamenti governativi, impadronendosi dei mass media principali, formando e subordinando i servizi segreti e i sistemi di comunicazione. Agli Stati Uniti l'Europa delegò il compito di colonizzare lo spazio dei satelliti sovietici, come gli affidò quello di colonizzare lo spazio ex sovietico, quasi che le leadership europee dessero per scontato che i loro interessi strategici coincidevano e sarebbero stati eternamente coincidenti con quelli americani.

Errore tanto più marchiano quanto più grande era la chiarezza con cui gli Stati Uniti stavano perseguendo i loro propri disegni mondiali, senza nemmeno fare mistero della loro intenzione di conquistare per il secolo XXI una "assoluta superiorità" planetaria. Cioè una superiorità non contestabile, nemmeno teoricamente, da parte di nessuno dei protagonisti del mondo contemporaneo. Nessuno significa innanzitutto Cina, India, Russia, ma significa anche Europa. Basta leggere il documento del fondamentale Progetto per il Nuovo Secolo Americano (1998) e la nuova dottrina della sicurezza nazionale americana (2000) per rendersi conto che il disegno fu concepito con grande e assoluta determinazione, e che, da allora, è stato portato avanti con altrettanta sicurezza dai rivoluzionari americani guidati da Dick Cheney, Paul Wolfowitz, Donald Rumsfeld, John Bolton e compagnia.

Fu così che la Nato si ingrandì ed estese, a diverse riprese, in tempi molto rapidi, prima includendo Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, poi inglobando pezzi della ex Jugoslavia e qualche ritardatario est europeo. Fino ad assorbire addirittura tre ex repubbliche sovietiche come la Lituania , l'Estonia e la Lettonia. Nel frattempo, in preparazione dell'avventura afgana - già decisa com'è noto prima dell'11 settembre - gli Stati Uniti avevano intrecciato strettissimi rapporti con i governi di Romania e di Bulgaria (entrambi i paesi allora ancora fuori dalla Nato e dall'Unione Europea). La promessa americana di un'inclusione nell'Alleanza Atlantica fu prontamente ripagata, da Sofia e da Bucarest, con un eccezionale impegno (tenuto in grande segreto) dei loro aeroporti nel corso della guerra afgana. E, subito dopo, la promessa di assorbimento nella Nato fu puntualmente eseguita. Poco prima, nel pieno dei bombardamenti Nato sulla Serbia, l'Alleanza Atlantica celebrava il suo cinquantesimo anniversario a Washington, modificando il suo statuto nel senso strategicamente cruciale di trasformarsi da alleanza difensiva in alleanza aggressiva (cioè non solo per difendere da qualche attacco uno dei suoi membri) e da alleanza agente sull'insieme dei territori dei paesi membri , in alleanza in grado di agire in ogni parte del pianeta, per operazioni di ogni genere, dal peace-keeping, al peace- enforcing, a operazioni di salvataggio ecologico, a operazioni di polizia. Non ci sarebbe oggi la Nato in Afghanistan, se nel 1999 gli Stati Uniti non avessero "convinto" i loro alleati a modificare quello statuto.

Si sarebbe indotti a pensare che la leadership americana avesse in quegli anni una vera e propria capacità profetica. Se non fosse che, con ogni evidenza, l'Amministrazione americana ha semplicemente messo nell'agenda i propri obiettivi e poi li ha realizzati, facendoli diventare "necessari" per tutti gli alleati. Antonio Gramsci il grande teorico del Partito Comunista Italiano avrebbe definito questa capacità di influenzare il campo dei propri alleati con il termine di "egemonia". E credo che, effettivamente, i neocon americani siano riusciti in questi anni a "egemonizzare" il campo occidentale. E, quando l'Egemone è sicuro del proprio dominio, non solo militare ma anche intellettuale, esso può perfino permettersi di trattare con disprezzo i propri subordinati.

Qualche anno fa, dopo l'exploit di Francis Fukuyama, che alla caduta del Muro di Berlino aveva proclamato la "fine della storia", toccò ad un altro intellettuale americano - Robert Kagan - il compito di spiegare agli alleati europei la tesi dei "due Occidenti". Non esiste più - affermò perentoriamente Kagan - un solo Occidente: ne esistono due. Uno è la potente America, l'altro è la debole Europa. La loro identicità è sempre stata fittizia, ma è giunto il momento di riconoscere formalmente la sua illusorietà. Non può esservi parità tra il forte e i deboli. La Storia è dalla parte dell'America, poiché solo i forti possono guidare la Storia. L 'epoca dello stato di diritto internazionale, aggiunse Kagan, presuppone regole definite comunemente, condivise, tra eguali. Ma lo stato delle cose presenti mostra che non vi è più, semmai vi è stata, un'alleanza tra eguali che regge le sorti del mondo. Vi è, piuttosto, un "sovrano globale", che ha il compito di guidare la comunità mondiale. Esso è minacciato però da un nemico inedito come il "terrorismo internazionale", che non rispetta, per definizione, alcuna regola. Spetta dunque all'Egemone il compito di dettare le nuove regole di questa lotta all'ultimo sangue. Chi pretendesse - come i "vecchi europei" continuano a ritenere - che lo stato di diritto è ancora applicabile, si trova fuori dalla Storia. Per due motivi: il primo è il non saper riconoscere i nuovi rapporti di forza, cioè l'esistenza dell'Impero. Il secondo è non voler riconoscere che il terrorismo è il Male, l'unico male presente, alla cui eliminazione occorre dedicare tutti gli sforzi, senza badare ai mezzi e senza lasciarsi irretire dall'antico e ormai inattuabile rispetto dei diritti umani. Il terrorismo, cioè il Male, minaccia il tenore di vita degli Stati Uniti d'America. Il tenore di vita del resto dell'Occidente, ormai ridefinito in termini di essenziali rapporti di forza, è direttamente dipendente da quello degli Stati Uniti. Dunque la coalizione deve essere mantenuta, ma nel rispetto rigoroso della scala gerarchica.

La brutalità di queste tesi è stata ripetutamente confermata non solo sulle riviste teoriche dei neocon, subito imitati dal servilismo di una certa intelligencija europea, ma perfino nei pronunciamenti dei leader americani, dal presidente Bush al suo ormai ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld, al vice presidente Dick Cheney. E' infatti di Rumsfeld l'espressione spregevole di "vecchia Europa", contrapposta alla "nuova Europa" filoamericana e ultra neo-liberista della Gran Bretagna e degli ultimi arrivati. L'11 settembre è stato il momento catalizzatore di questa svolta rivoluzionaria. Prima di quella fatidica data tesi come quelle qui accennate sarebbero apparse impronunciabili, politicamente scorrette, e infatti nessuno aveva osato pronunciarle ad alta voce, in pubblici consessi. Ma dal 12 settembre in avanti esse sono divenute incontestabili. E impresentabile chiunque avesse osato e osasse contestarle. Non c'è atto, discorso, iniziativa politica, tavola rotonda, risoluzione, presa d'atto, invettiva, commento, che non prenda come punto di partenza la necessità di "combattere in primo luogo il terrorismo internazionale". Chi vi si sottraesse dovrebbe sapere che la sua carriera politica, il suo ruolo, sarebbero compromessi irrimediabilmente. Chi non lo capisce, cade.

L'Egemone è stato colpito direttamente, in casa propria. L'inammissibilità sacrilega dell'evento è plateale. E, infatti, è stata "vista" da tutto il mondo.. Non c'è perdono né tregua per chi non riconosce il sacrilegio, per chi viola il tabù. L'intero Occidente è stato sottoposto a una specie di violentissima terapia di choc, dalla quale non è possibile uscire. Per chi respinge la cura non c'è perdono possibile. Questo vale per tutti i leader occidentali, senza eccezione. Vi sono, è vero, coloro che cercano di sottrarvisi, vuoi per coraggio, vuoi per dignità, vuoi perché hanno intuito l'immensa serie di conseguenze tragiche che l'accettazione di questo cerimoniale comporterà per l'Umanità. Ma la punizione li attende inesorabile, a meno che non abbiano essi stessi provveduto, con lungimiranza, a procurarsi una via d'uscita, o un sistema di difesa specialmente efficace.

Chiunque capisce che non è il caso di quasi nessuno dei leaders europei. Possono resistervi un presidente cinese, un presidente russo, Fidel Castro finchè è vivo, un presidente venezuelano, un presidente iraniano: tutta gente che, per un motivo o per l'altro, si trova fisicamente fuori dall'area di controllo dell'Impero. Sono gli "stati canaglia" o i loro affini, non ancora definiti come tali dall'Impero, ma solo perché non è ancora venuto il momento. Ed è per questo che l'Impero deve demolirli e distruggerli, uccidendo i loro leader (vedi l'esempio di Slobodan Milosevic e di Saddam Hussein): per esercitare il controllo globale su tutte le leadership del mondo, per evitare che vi sia qualcuno che possa sfidare l'Egemone e restarne impunito.

Ma gli alleati dell'Egemone sono tutti, in varia misura, soggetti al suo potere, ricattabili. Hanno quasi tutti dovuto negoziare con l'Egemone il potere di cui dispongono, e sono quindi costretti a rendergli conto dei loro comportamenti, delle loro decisioni. E non devono esistere (per loro non esistono) neppure aree "franche" nelle quali rifugiarsi, "limbi" in cui si è intoccabili almeno per qualche frazione di tempo. Quando l'Imperatore proclama il suo Patriot Act, non ci si può illudere che esso resti limitato agli Stati Uniti, che l'offensiva contro le libertà americane riguarderà soltanto gli Stati Uniti. E' inevitabile che il fallout ricada su tutte le spiagge del mondo.

Valga, come prova definitiva, l'intera vicenda delle "extraordinary renditions", il programma di rapimenti-prelevamenti illegali di cittadini non americani, aliens , scatenato dall'Amministrazione americana di George Bush a partire dai primi giorni immediatamente successivi all'11 settembre. Programma che partì con l'allucinante decreto presidenziale del 13 novembre 2001, il "Military order on the Detention, Treatment and Trial of Certain Non-Citizens in the War against Terrorism" con il quale si istituivano tribunali militari speciali per giudicare i presunti terroristi. Esso costituì la pietra miliare di un nuovo cammino, la cui lunghezza - stando alle dichiarazioni dei maggiori responsabili dell'Amministrazione di Washington - sarebbe stata misurabile solo in decenni: una guerra infinita che avrebbe dovuto occupare mezzo secolo, una o due generazioni. Niente di provvisorio, dunque, ma l'inizio di un nuovo sistema giuridico e anche politico, in cui agli arrestati e rapiti segretamente non sarebbe più stato concesso nulla, nessuna delle garanzie formali che la giurisprudenza occidentale, i trattati e le convenzioni internazionali assicuravano fino a quel momento: niente informazione, niente avvocato, niente esibizione di un mandato d'arresto, niente capo d'imputazione, niente prove, nessuna pubblicità al processo, esposizione alla tortura come pratica degl'interrogatori, possibilità del tribunale straordinario di comminare anche la pena di morte, a maggioranza dei giudici, tutti militari, cioè due su tre.

Il decreto presidenziale di Bush non fu secretato. Tutti poterono leggerlo. E' sbalorditivo che, in Europa, quasi nessuno sembrò accorgersene. Le premesse per un coinvolgimento diretto di tutti i governi del mondo alleati degli Stati Uniti d'America erano state costruite nei due mesi precedenti. Il 4 ottobre 2001, 24 giorni dopo l'11 settembre, Lord Robertson, allora Segretario Generale della Nato, rendeva noto che gli Stati Uniti avevano chiesto formalmente una riunione straordinaria, a livello di ambasciatore, nella quale avevano chiesto l'applicazione dell'articolo 5 del trattato Nord Atlantico. Era la prima volta, in tutta la storia della Nato, che quell'articolo veniva applicato. Ma esso - che sanciva l'obbligo degli alleati di intervenire e difesa di uno dei paesi membri dell'alleanza in caso venisse attaccato - era evidentemente non congruo alla situazione. L'attacco c'era stato ma non poteva essere equiparato a un'azione di guerra vera e propria. Era un atto singolo, per quanto micidiale e attuato contro la popolazione civile e contro i simboli del potere americano. Non proveniva da uno stato nemico, bensì da un'organizzazione terroristica dai contorni che erano indefiniti allora e restano tali anche oggi. L'emozione per l'attentato era stata enorme, ma non poteva oscurare l'evidenza di un'enorme squilibrio delle forze in campo. Eppure la richiesta degli Stati Uniti fu accolta senza la minima obiezione.

 
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