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Prefazioni e saggi

Come Marte ha vinto Venere l'11 settembre - Seconda parte


Giulietto Chiesa
martedì 20 settembre 2011 11:39

di Giulietto Chiesa - Seconda parte

Saggio pubblicato nel volume "Zero. Perché la versione ufficiale dell'11 settembre è un falso" , Piemme, 2007.

Certo la situazione era del tutto inedita , ma le stranezze che la caratterizzarono non sono tuttavia molto agevoli da spiegare. Come avrebbe dovuto, ad esempio, essere attuata la solidarietà degli alleati degli Stati Uniti? E dove, soprattutto? Washington portò sul tavolo di Bruxelles una dichiarazione solenne: il responsabile è stato individuato con assoluta precisione e si chiama Osama bin Laden. Le prove - si disse - erano certe ma non sarebbero state rese note per ragioni di sicurezza. L'attacco è partito dall'Afghanistan e, dunque, sarà quel paese a subire la risposta collettiva della Nato. Così un attacco terroristico venne equiparato a una guerra su larga scala e un intero paese, con la sua popolazione ignara e innocente, venne individuato come obiettivo. Fosse stato il 1998 una tale decisione non avrebbe potuto essere presa. Ma il fatto strano è che, con intuizioni davvero profetiche - come già s è notato - la Nato aveva cambiato il suo statuto proprio mentre stava bombardando la Jugoslavia , nel 1999. Due anni prima dell'11 settembre la Nato aveva sentito il bisogno di cambiare pelle, trasformandosi da alleanza difensiva in organizzazione militare offensiva, capace di assumere iniziative variamente definite come "umanitarie" a prescindere dal fatto che fosse, o meno, attaccato uno dei suoi membri.

Inoltre a Washington, in quel davvero fatale 1999, nel cinquantesimo anniversario del trattato Nord Atlantico, si previde (la parola è esatta in tutti i suoi significati di profezia) esplicitamente l'allargamento del raggio d'azione della Nato a tutto il pianeta. Cioè non più e non solo per mantenere la sicurezza dell'area nord-atlantica, ma per garantire gl'interessi dei suoi membri, ovunque essi fossero considerati in pericolo, ovvero in tutte le situazioni in cui i valori (anche in questo caso si tratta di vocabolo appropriato, da usarsi in tutte le sue accezioni, ideali, concrete e metaforiche) dell'occidente fossero messi in discussione, minacciati da qualche nemico ovviamente molto coraggioso e irriducibile.

Detto in altri termini, la Nato si dotò, con due anni d'anticipo, di tutti gli strumenti necessari per fronteggiare ciò che sarebbe accaduto nel settembre 2001. Infine, ultima stranezza del caso, è ormai ben noto a tutti che i piani di un attacco contro l'Afghanistan erano stati già predisposti da tempo e vennero portati sul tavolo di George Bush la mattina del 9 settembre 2001. Ma non vennero firmati. In attesa, forse, che qualche cosa accadesse.

Comunque, quali che siano le risposte che ciascuno può dare a queste stranezze, resta l'esito della riunione di Bruxelles del 4 ottobre, i cui contenuti furono riferiti da Lord Robertson. I paesi della Nato s'impegnarono a rafforzare la cooperazione tra i servizi segreti, ad estendere la condivisione dei dati delle rispettive intelligencies . L'impegno previde assistenza nei confronti di tutti i paesi che, essendosi impegnati nella grande guerra al terrorismo internazionale, avrebbero potuto subire minacce terroristiche supplementari. E - si noti bene questa circostanza - si previde di "accordare autorizzazioni generali di sorvolo per aeromobili degli Stati Uniti e Alleati, conformemente alle misure richieste in materia di circolazione aerea e alle procedure nazionali, per i voli militari legati a operazioni contro il terrorismo, e ad assicurare agli Stati Uniti e ad altri alleati l'accesso a porti e aerodromi situati in paesi Nato per delle operazioni di lotta al terrorismo, in particolare per le operazioni di rifornimento, conformemente alle procedure nazionali". (1)

Anche da questi particolari si coglie che Washington aveva ben chiaro cosa avrebbe chiesto nelle settimane successive ai propri alleati. In particolare quanto concerneva il trattamento dei voli segreti, dell'uso degli aeroporti, dei rifornimenti di carburante per quegli aerei ecc.

Partiva una caccia all'uomo che avrebbe coinvolto quasi tutti i servizi segreti europei e quasi tutti i governi europei. Tutti, se dobbiamo credere alle dichiarazioni rese dai maggiori responsabili americani che lasciarono intendere di avere sempre informato le autorità europee. Una commissione temporanea speciale del Parlamento Europeo, ai cui lavori, in qualità di membro supplente, ha preso parte chi scrive, ha potuto accertare a quali livelli di complicità, di coinvolgimento, siano giunte le autorità politiche di molti paesi dell'Unione Europea, tutti implicati direttamente o indirettamente nelle autorizzazioni alle extraordinary renditions , ovvero a chiudere un occhio quando esse avvenivano sul territorio europeo, o tramite gli aeroporti europei.

La commissione temporanea speciale del Parlamento Europeo - che lavorò attivamente lungo tutto il 2006 e concluse i suoi lavori nel marzo 2007 con un duro documento (approvato a larga maggioranza dall'assemblea) di condanna delle illegalità commesse dagli Stati Uniti con la complicità dei governi europei e delle stesse autorità dell'Unione - è un segno di buona salute della democrazia europea, ma è purtroppo l'unico segno. E, non casualmente viene dall'organo eletto direttamente dai cittadini dell'Europa e non dalle cancellerie, dai governi, dagli esecutivi, tutti o quasi succubi e complici.

Dunque non può destare stupore il fatto che la Commissione parlamentare dell'Unione Europea incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani e delle leggi fondamentali dell'Unione Europea da parte dei servizi segreti statunitensi dopo l'11 settembre 2001, si sia trovata di fronte a una vasta serie di complicità europee. Gli stessi risultati, del resto, cui è giunta la Commissione per le questioni giuridiche e i diritti dell'uomo dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Il rapporto delle due istituzioni parlamentari europee, espressione - per quanto molto mediata - della volontà popolare, è stato pressoché identico. I governi europei - nelle parole di Dick Marty, presidente della Commissione del Consiglio d'Europa - "non sono stati vittime delle macchinazioni americane", poiché "vi hanno partecipato volontariamente", a diversi livelli nei diversi paesi. Si spiega così perfettamente il fatto che i governi europei abbiano rifiutato sistematicamente di collaborare alle inchieste, o abbiano opposto alle domande degl'inquirenti muraglie di smentite assolutamente poco credibili e spesso platealmente in contrasto con l'evidenza. Polonia e Romania, entrambi sospettati di avere addirittura ospitato, per qualche tempo, prigioni segrete dove erano stati segregati prigionieri sequestrati illegalmente in numerosi paesi terzi, hanno manifestato atteggiamenti di aperto dispregio nei confronti delle inchieste. Non avrebbero potuto farlo se non avessero avuto la certezza dell'impunità. Certezza che non può che provenire dall'interno stesso delle istituzioni europee, in particolar modo dal Consiglio, luogo delle convergenze governative e del predominio delle spinte "atlantiche" sulle questioni fondamentali del governo planetario.

E' interessante notare, d'altro canto, che anche questa Europa (oggi molto più filo americana di quanto non lo fosse prima dell'arrivo dei nuovi membri, in prevalenza est-europei e tutti debitori agli Stati Uniti per la loro promozione all'interno della Nato) continua tuttavia a mantenere un certo grado di autonomia rispetto alle richieste dell'Impero. A diverse riprese l'Alta Corte ha infatti respinto provvedimenti della Commissione che violavano i diritti dei cittadini o le stesse leggi europee. Di particolare rilievo la bocciatura del provvedimento che l'Europa aveva adottato, su richiesta americana, violando la privacy dei cittadini europei in volo verso gli Stati Uniti. Richiesta americana in puro spirito Patriot Act , ma considerata inammissibile dall'autorità costituzionale suprema europea.

Episodi che mostrano l'esistenza di un combattimento vero e proprio pro e contro l'autonomia decisionale e la sovranità stessa dell'Europa. Una lotta che non è ancora esaurita, ma in cui l'iniziativa è nelle mani degli Stati Uniti e le battaglie da loro vinte sono di gran lunga più importanti e numerose delle loro sconfitte. L'inchiesta - il cui destino è ancora tutto da definire - ha mostrato la gravità estrema dei comportamenti americani, ma soprattutto l'arrendevolezza e la complicità di numerosi governi europei. Si è raccolta la documentazione precisa di almeno 1080 voli della Cia che hanno fatto scalo in aeroporti europei tra l'11 settembre 2001 e la fine del 2005. Si è accertato che ben 14 paesi europei (tra cui la Germania , la Svezia , l'Italia, il Belgio, la Spagna ) hanno permesso che sul loro territorio transitassero o si fermassero per qualche tempo le vittime di cosiddette " extraordinary renditions ". Come s'è già detto, due paesi, la Polonia e la Romania , hanno ospitato, per un periodo di tempo ancora da accertare, vere e proprie prigioni illegali in cui presunti terroristi sono rimasti detenuti e probabilmente interrogati in deroga alle leggi europee e alle convenzioni internazionali sottoscritte dall'Unione Europea. Siamo di fronte a violazioni dell'articolo 6 del Trattato dell'Unione e della Convenzione Europea per i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali.

Si sono raccolte prove o pesanti indizi circa un numero di " renditions " illegali, transitate sul territorio europeo, che oscilla da un minimo di 30 a un massimo di 50. In un solo caso - si tratta dell'indagine guidata dal procuratore di Milano Armando Spataro - una magistratura nazionale ha svolto un'indagine completa, individuando e incriminando 22 agenti della Cia partecipanti al rapimento dell'imam Abu Omar, successivamente trasferito in Egitto, via la base americana di Aviano, per esservi interrogato e torturato. Dall'inchiesta è emerso che settori dei servizi segreti italiani, anche ad alti e altissimi livelli, hanno partecipato all'operazione o ne erano a conoscenza. All'oscuro hanno dichiarato di essere tutti gli alti funzionari europei, a cominciare da Javier Solana, sebbene fosse evidente, a partire dalla prigione di Guantanamo Bay, per arrivare a quella di Abu Ghraib, che gli Stati Uniti stavano sistematicamente violando tutte le convenzioni internazionali e tutti i diritti. E che non vi era ragione per pensare che, violandole a Guantanamo Bay, non le violassero anche altrove. Con il corollario che i governi europei avrebbero dovuto impartire precise disposizioni di vigilanza per impedire che analoghe operazioni illegali coinvolgessero l'Europa. Nulla di tutto questo è stato fatto. Principi "sacri", che vengono sbandierati di fronte al mondo in nome della lotta contro gli "stati canaglia", sono stati calpestati da impeccabili signori in cravatta, seduti dietro sontuose scrivanie e circondati da segretari servizievoli. Questo ultimo scorcio di storia imperiale ci mostra un abisso ormai incolmabile tra i principi e la realtà. Cioè ci mostra la fine della democrazia, il distacco tra cittadini, per lo più ignari, e i loro rappresentanti, e le loro istituzioni, la trasformazione della politica in affari e degli affari in azione criminale.

Una cosa è sicura: numerosi governi europei hanno agito all'insaputa dei loro cittadini, come supplenti di Washington, mentre Washington, a sua volta caduta "democraticamente" in mano a gruppi di avventurieri fondamentalisti cristiani, si accingeva solertemente a cancellare la democrazia americana. Forse si potrebbe usare, per qualificarli, un'espressione comune una ventina d'anni orsono: "paesi satelliti". Era l'epoca della "sovranità limitata", il cui esimio realizzatore si chiamava Leonid Brezhnev, segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Ora, per una curiosa traslazione spaziale e temporale, la "sovranità limitata" è divenuta la caratteristica dell'Europa, e chi limita la nostra sovranità di chiama George W. Bush, l'Imperatore degli Stati Uniti e di quella parte del mondo che un tempo era l'Occidente.

Certo l'Europa non poteva e non può arrendersi di fronte alla richiesta di rinunciare alle proprie libertà civili e democratiche, al suo modello di vita. Ma la difesa è tanto più difficile perché il modello delle libertà americane, mentre è praticamente in corso, sotto i nostri occhi, la sua demolizione, viene al tempo stesso magnificato come ancora vivente dalla potenza dei corporate media, che sono tutti americani, o filo-americani, e sono senza rivali, perché la loro è un'area dove il mercato non esiste e dove imperano gli oligopoli. Mentre la democrazia e la libertà vengono uccise, il coro dei servitori dell'Impero ne decanta le lodi e le mostra come fossero ancora vive nel mondo virtuale che è divenuto l'abitazione comune di tutto l'Occidente soggiogato.

Si spiega così, con questo complesso insieme di pressioni, di minacce, di ricatti, di corruzione, ma anche di egemonia culturale reale dell'Impero, lo scivolamento complessivo verso un nuovo sistema autoritario dell'intero Occidente, del nuovo e del "vecchio". Ecco perché, ad esempio, mentre l'Europa, come tale, è rimasta fuori dalla guerra irachena, grazie alla tenuta dei governi tedesco e francese (uno di sinistra e l'altro di destra, si tenga a mente), l'Unione Europea finisce per finanziare con ben 30 milioni di euro la farsa delle elezioni irachene del 2005. Chi ha deciso una cosa del genere? E' perfino difficile risalire a una precisa responsabilità, di una persona o di un ufficio. Si è deciso, e basta, perché le pressioni e le minacce d'oltre Oceano l'hanno imposto nei corridoi della Commissione Europea.

E quando, a metà del 2006, il vice-presidente americano Dick Cheney arriva in Europa, convocando alcuni paesi dell'ex Jugoslavia e decidendo il loro prossimo ingresso nella Nato, nessun governo europeo trova il tempo e il modo di esprimere non tanto un dissenso, che sarebbe troppo sperare, ma almeno un proprio giudizio. E, ancora, quando lo stesso Cheney, seguito da Condoleeza Rice, si fa promotore di un'iniziativa a tre, con Canada e Polonia, verso l'Ucraina, aprendo un "corridoio preferenziale" (fast track) per un suo prossimo ingresso nella Nato e nell'Unione Europea, nessuno in Europa sembra accorgersi dell'incredibile improntitudine con cui tre paesi della Nato (il padrone e due servi) decidono di estendere l'alleanza senza nemmeno consultare gli altri membri, e, nello stesso tempo, due paesi non membri dell'Unione Europea, usando come testa di ponte il più subalterno dei loro alleati all'interno dell'Unione, "decidono" anche di estendere l'Unione a un paese delle dimensioni dell'Ucraina. Ben consapevoli, per giunta, che una tale mossa è suscettibile di provocare una crisi sia all'interno dell'Ucraina, profondamente divisa, sia nei rapporti con la Russia. E , per finire l'elenco, come considerare, se non provocatoria, la scelta di Gorge Bush di recarsi in Albania, a contorno del G-8 di Rostock, per andare a offrire a Tirana l'ingresso nella Nato, proprio mentre gli Usa si accingono a promuovere la sovranità del Kosovo contro il volere di Belgrado e contro il veto della Russia?

E, a queste iniziative palesemente provocatorie, ecco aggiungersene nel 2007 un'altra, che è poi all'origine della durissima reazione del Cremlino: la decisione di installare in Polonia un nuovo sistema missilistico americano e nella Repubblica Ceca un radar di alta potenza per contrastare, ufficialmente, i missili strategici iraniani - che non esistono - e proteggere gli Stati Uniti d'America e una parte dell'Europa. Un'operazione che Washington ha negoziato direttamente con Varsavia e con Praga, senza consultare né l'Unione Europea, né - paradosso sesquipedale - la Nato. Col che si giunge a una situazione in cui la Nato è impegnata fori dai suoi confini nella grande guerra contro il terrorismo internazionale, ma non viene investita del problema della sicurezza collettiva dagli europei..

Ciascuna di queste mosse, dal chiaro intento provocatorio, tutte finalizzate ad aprire contrasti sul suolo europeo e a compromettere le politiche di buon vicinato europee, vengono attuate direttamente dai vertici del potere politico americano, con aperto dispregio perfino delle buone maniere di antica memoria. E, nonostante tutto questo, l'Europa non reagisce, non risponde, assiste passiva, accetta. Perché i leader europei si comportano in questo modo? Per due ragioni essenziali. Una parte di loro non osa contrastare Washington per non essere esposta all'accusa di non collaborare nella lotta contro il terrorismo internazionale. Un'altra parte è in completa sintonia con Washington ed esprime l'Europa di quelle corporations i cui interessi coincidono con quelli di Wall Street.

E come si è decisa la trasformazione della missione Nato in Afghanistan? Nello stesso modo, sempre a Bruxelles, questa volta nei corridoi dell'Alleanza, dove gli alleati, com'è noto, non sono tutti uguali, e dove è impensabile che un ambasciatore "minore" sollevi qualche riserva. I governi alleati, del resto, vigilano perché situazioni come questa non si verifichino in nessun caso. Si dirà che certi impegni sono naturali all'interno di una qualunque alleanza militare e che, di per sé, essi non implicano la violazione, per esempio, dei diritti umani dei cittadini dei paesi membri, e le leggi internazionali. Ma è evidente che tutto dipende dal significato che viene dato al termine "lotta contro il terrorismo internazionale". E' evidente che quasi nessuno dei paesi membri dispone delle informazioni di cui dispone l'alleato imperiale. Il sistema d'intelligence dell'Impero è inconfrontabile con quello degli "alleati-sudditi" minori. E nulla ci autorizza a supporre che l'Impero sia sincero e difenda anche i nostri interessi, oltre che i suoi.. Alla luce di quanto detto fino a questo punto vi sono tutte le ragioni, e molte di più, per dubitare di questa presunzione. L'ultimo episodio di queste procedure segrete, che trascinano il mondo verso la paranoia, è la notizia della sventata operazione terroristica "globale" che avrebbe dovuto colpire Gran Bretagna e Stati Uniti nell'agosto 2006. La successione delle "notizie" è fantasticamente sospetta. Protagonista il Pakistan e i suoi servizi segreti, creatori dei taliban afghani, e loro protettori fino ad oggi; comprimari la Cia e i servizi segreti britannici, che informano il mondo - il quale beve tutta la notizia senza fiatare - dello sventato pericolo. Il tutto mentre Israele è impegnato a fondo a bombardare le città e le infrastrutture libanesi, e, simultaneamente, a demolire il governo palestinese schiacciato nella striscia di Gaza, nuovamente occupata manu militari. Un trionfo della potenza incontrastata della Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna.

E' evidente che gli alleati dell'Impero non hanno la possibilità di verificare circostanze e di difendere, all'occorrenza, la propria sovranità nazionale. E' scontato che i servizi segreti "fratelli" sono quasi tutti sotto il comando del servizio segreto dell'Egemone. E' evidente che, all'interno degli stessi comandi militari non esiste alcuna possibilità di equilibrare i ruoli. Il sistema gerarchico, del resto, non lo consentirebbe. Ma è non meno evidente che anche nelle sedi politiche e diplomatiche dove le decisioni vengono prese, il peso e il ruolo dei diversi protagonisti è ben lungi dall'essere "uguale". E questo anche nell'ipotesi - del tutto astratta - che la selezione del personale dei paesi membri sia avvenuta privilegiando l'interesse dei singoli paesi e non la fedeltà all'alleato principale. Il sistema informativo occidentale, inoltre - dal quale dipendono le reazioni delle cosiddette opinioni pubbliche ad ogni atto dell'Impero - è largamente dominato dagli stessi condizionamenti cui è soggetta la politica, e la diplomazia, a loro volte subordinate alla forza militare ed economica dei centri del potere imperiale. Dunque non è difficile comprendere come le sfere delle libertà d'azione di cui godono i governanti occidentali, anche quelli dei maggiori protagonisti, sono assai limitate, per non dire quasi inesistenti. E si aggiunga infine la moltiplicazione di stati e staterelli, formalmente indipendenti e sovrani, che in realtà sono totalmente soggetti alle indicazioni, ordini e imposizioni imperiali.

Ciascuno di essi dispone, formalmente, di un voto negli organismi internazionali, ma può esercitare questo diritto soltanto sulle questioni di secondaria importanza. Per il resto essendo costretto a schierarsi come detta la capitale del pianeta. Ricatti pesantissimi, come sappiamo, sono stati esercitati ad esempio su decine di paesi perché non firmassero la loro adesione al Tribunale Penale Internazionale. In molti casi queste pressioni non hanno sortito il risultato voluto da Washington e ciò è dovuto al fatto che una certa resistenza si manifesta tuttora in altre aree del mondo, quelle che Robert Kagan considera già in via di liquidazione. Ma in molti altri casi il risultato è stato acquisito da Washington. E sappiamo quanto gli organismi internazionali esistenti siano già stati costretti a ridimensionare la loro influenza, perfino quella formale, di fronte allo strapotere dell'Impero. Non è certo un caso che due dei più influenti membri del nocciolo duro neocon, entrambi al tempo stesso creatori ed emanazione diretta dell'attuale Amministrazione americana, siano stati collocati nei posti chiave da dove si controllano le azioni di cruciali istituzioni internazionali. Paul Wolfowitz è divenuto presidente della Banca Mondiale, e John Bolton è stato indicato da Bush come il suo rappresentante nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L'uno e l'altro hanno dovuto abbandonare le cariche dopo avere cercato di portare la linea imperiale direttamente nelle rispettive organizzazioni internazionali. E questi sono segnali delle difficoltà dell'Egemone. Ma non indicano affatto la rinuncia dell'Egemone.

La disputa circa i veri autori dell'11 settembre non finirà presto. L'11 settembre, con tutte le sue "imperfezioni", rimane e rimarrà un delitto perfetto per le generazioni a venire, come lo fu Pearl Harbor, come l'incendio del Reichstag. Ma non occorre forse neppure ricorrere a ipotesi solo apparentemente ardite (del resto molto ben dimostrabili) sulla falsità della versione ufficiale. Basta fare ricorso ai documenti firmati da coloro che hanno preso il potere a Washington nell'anno di grazia 2000, ultimo del secolo XX, primo del "nuovo secolo" che essi avevano già decretato "americano" prima che cominciasse. Basta sfogliare il Quadriennal Defense Review Report, pubblicato il 30 settembre 2001 (ma scritto evidentemente parecchio prima, così come preparato prima fu il Patriot Act), per vedere quali fossero le capacità "profetiche" dei neocon. "Anche se gli Stati Uniti non avranno di fronte nel prossimo futuro un rivale di pari forza, esiste la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità delle regioni cruciali per gl'interessi americani". Si sta parlando della Cina, dell'India, dell'Iran. "Esiste la possibilità - continuava il documento - che emerga nella regione un rivale con una formidabile base di risorse".

Sette giorni dopo la pubblicazione di queste righe cominciavano i bombardamenti su larga scala contro l'Afghanistan. Quattro mesi dopo gli Stati Uniti avevano già dislocato in Asia Centrale, nel cuore dell'ex Unione Sovietica, ai confini con la Cina , quattro basi militari, con la presenza sul terreno di migliaia di uomini. Da allora la progressione è stata davvero micidiale. Ma le fondamenta della nuova costruzione imperiale erano state gettate molto tempo prima. Nel Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999, risalente al gennaio 1992, nel corso del primo mandato del presidente Clinton (ma elaborato durante l'Amministrazione di Bush padre, sotto la supervisione del sottosegretario Paul Wolfowitz), la nuova strategia americana è definita come strumento "per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale". Questa strategia, viene ulteriormente precisato (ed è questa la colossale novità che molti leaders europei sembrano ignorare), non riguarda soltanto "potenze ostili", o potenze che si prevede possano diventare ostili, ma anche, più in generale, "paesi industriali avanzati, per dissuaderli dallo sfidare la nostra leadership o dal cercare di capovolgere l'ordine politico ed economico costituito".

Non occorre molta fantasia per capire che anche l'Europa è inclusa in questo elenco. E l'Europa di allora era ancora, senza l'euro, di gran lunga meno "minacciosa", potenzialmente, di quanto non possa apparire oggi. Con ogni evidenza sul "ponte di comando" dovevano avere avvertito gli scricchiolii che avrebbero presto toccato la casa madre del neo-liberismo selvaggio, del "free capital flow" Chi sapeva e capiva la portata della tempesta che stava per abbattersi su Wall Street non poteva non affrontare la questione cruciale che sarebbe presto apparsa come suo corollario: come mantenere, senza pagarlo, l'enorme consumo americano, mentre si andava progressivamente riducendo il consenso attorno all'egemonia statunitense? Come continuare il rastrellamento di immense risorse finanziarie dal mondo intero (che aveva permesso a Wall Street di radunare nei suoi forzieri, solo nell'ultimo decennio precedente, qualcosa come 8-10 mila miliardi di dollari, mentre incombeva lo sgonfiamento delle colossali bolle speculative che erano alla base della truffa ai danni dell'intero pianeta? Anche qui occorre inchinarsi di fronte alle capacità "profetiche" di coloro che stavano scrivendo il futuro. Gli Stati Uniti entreranno ufficialmente in recessione nella primavera dell'anno 2001, appena prima dell'11 settembre, anche se il mondo ne verrà informato nel novembre 2001, appena dopo l'11 settembre.

Ma l'11 settembre avrà, nel frattempo nuovamente cementato i vassalli attorno all'Egemone minacciato. Questa volta il cemento sarà la paura, e per decenni a venire. E la serie di guerre che sono già state pianificate, contro nemici di ogni sorta, serviranno a confermare il pericolo e a costringere tutti alla difesa sotto le ali dell'Impero. E mentre l'11 settembre indica perentoriamente il nemico islamico, e la "lotta contro il terrorismo internazionale", l'Egemone si affretta ad armarsi per combattere la guerra risolutiva in tutt'altra direzione. Sul "ponte di comando" sanno perfettamente che il nemico vero è un altro, e che la partita si giocherà in altri momenti, con altre armi per altri scopi. "Gli Stati Uniti hanno ormai avviato una trasformazione militare rivoluzionaria, destinata a estendere la loro dominazione su ogni momento di confronto (.) questo modo di fare la guerra, secondo le possibilità del XXI secolo, promette di assegnare agli Stati Uniti la capacità di usare la forza per influenzare gli eventi in tutto il mondo in modo tempestivo, efficace e sostenibile", parola del generale Ronald T. Kadish (1).

"La collocazione di armi nello spazio da parte degli Stati Uniti verrà percepita correttamente come il tentativo di continuare l'egemonia americana. (.) D'altro canto un qualsiasi tentativo, da parte di ogni altro stato, di dominare lo spazio farà parte di uno sforzo per spezzare il dominio di terra, mare, aria, degli Stati Uniti, in preparazione di un nuovo ordine internazionale (..). Una tale azione sarà fonte di sconcerto per le nazioni che accettano l'attuale ordine internazionale (incluse le venerabili istituzioni del commercio, delle finanze, e della legalità, che lo compongono) e sarà intollerabile per gli Stati Uniti"(2). E' evidente che non si sta parlando di terrorismo internazionale; è evidente che la proiezione spaziale del riarmo americano punta in tutt'altra direzione. Il terrorismo internazionale non lo si combatte con le armi spaziali, né con l'arma atomica.

E non vi è più alcun cenno alla necessità di far conto su alleati. L'Impero ragiona ormai come fosse consapevole di non avere tempo da perdere, non solo nella ricerca di una legittimazione internazionale dei suoi atti, ma perfino nell'organizzazione di uno schieramento di alleati. Se il compito di creare alleanze è a portata di mano, allora è disposto a dedicarvi lo sforzo minimo necessario per realizzarlo; ma quando e dove i vassalli si tirino indietro per paura o per calcolo, ecco che gli Stati Uniti faranno da soli. Una linea che aveva già fatto la sua apparizione nel documento della National Security Strategy degli Stati Uniti dell'agosto del 1991. "Nel Golfo abbiamo dimostrato che la leadership americana deve includere la mobilitazione della comunità mondiale, per condividere il pericolo e il rischio. Ma la mancanza di altri ad assumere il proprio onere non ci esimerebbe ."(3). L'11 settembre condensa il momento in cui gli alleati verranno costretti a "condividere il rischio" e, quando si ritraessero, verrebbero ignorati e lasciati indietro. La guerra afgana e quella irachena sono combattute in base a questi principi. Le prossime, come mostra l'esempio della guerra israeliana contro il Libano dell'agosto 2006, e quella in preparazione contro l'Iran, saranno preparate in forme analoghe.

Tutto dev'essere preparato per tempo e con grande anticipo. "Se l'America militarizzerà lo spazio oggi, è improbabile che qualche altro stato o gruppo di stati riterrà razionale contrapporvisi. I costi di partenza per fornirsi di un'infrastruttura necessaria allo scopo sono troppo alti, come minimo centinaia di miliardi di dollari. Gli anni d'investimento che saranno necessari per ottenere una capacità minima di reazione (..) daranno tempo più che sufficiente agli Stati Uniti per rintuzzare rapidamente ogni sforzo preliminare per sloggiarli. Il tremendo sforzo in tempi e risorse sarà comunque sprecato. La maggior parte degli stati, se non tutti, opterà per non contrapporsi alla dislocazione di armi nello spazio." (4)

Scenario che - giova ripeterlo ancora una volta - non ha nulla a che vedere con la lotta contro il terrorismo internazionale e che rivela come essa sia niente di più che un pretesto per trascinare il mondo, volente o nolente, dietro il carro dell'Impero. Solo il fatto che una crisi globale incombe sempre più vicina può spiegare queste parole. Esse sono il tentativo di dare risposta alla domanda se il pianeta sia in grado, nel prossimo futuro, di ospitare simultaneamente "due Americhe", entrambe altrettanto fameliche di beni e di energia. Ecco dunque la necessità imperiosa di scongiurare che gli Stati Uniti siano costretti a negoziare con chicchessia il proprio tenore di vita. Era stato Ronald Reagan a pronunciare il verdetto per la prima volta con assoluta e cruda chiarezza: "Il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile". Naturalmente non si tratta di preservare il tenore di vita del popolo americano, bensì quello, smodato e insostenibile, di quel 10% di cittadini statunitensi ricchi che votano (insieme a quel 40% di americani del ceto medio che sperano ancora di diventare ricchi), ai quali si deve aggiungere una settantina di milioni di ricchi e ricchissimi cittadini di altri paesi, sparsi in tutto il mondo, che sulla ricchezza e sulla potenza dell'America hanno giocato le loro fortune. E' la "superclasse globale", che condivide il destino dell'Impero, poiché ne fa parte.

Purtroppo, per loro e per noi, come ha argutamente scritto il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, ex capo economista e vice-presidente senior della Banca Mondiale, alla fine del 2005,: "E' pur sempre vero che qualsiasi cosa sia insostenibile, non è sostenibile per sempre" (5). Si riferiva al vertiginoso gap commerciale degli Stati Uniti, all'altissimo indebitamento dei nuclei familiari, al vertiginoso deficit fiscale, alla necessità per l'America di continuare a indebitarsi con il resto del mondo - a causa della spesa per consumi, ben al di sopra dei livelli di reddito - per oltre due miliardi di dollari al giorno (6). Le ultime cifre sono la foto della situazione. Gli Stati Uniti hanno quintuplicato il loro consumo annuale di petrolio tra il 1999 e il 2002 e ora consumano 21 milioni di barili al giorno, di cui ne importano 11. Ma nel 2025, tra diciannove anni, consumeranno 28 milioni di barili al giorno, 20 dei quali importati. La loro dipendenza salirà del 55 al 70%.

La Cina era nel 2000 dipendente dalle importazioni di petrolio per il 31%, ma nel 2025 consumerà (rimanendo costanti le tendenze attuali) 13 milioni di barili al giorno, diventando dipendente per il 73,4%.

E dove si troveranno le più grandi riserve petrolifere del pianeta a quella data? In quattro paesi, tre dei quali non sono sotto controllo imperiale e il quarto è un alleato infido su cui l'Imperatore non può scommettere un centesimo: Russia, Venezuela, Iran sono i primi tre, il quarto è l'Arabia Saudita. Dal "ponte di comando" questo panorama si vedeva assai bene anche quindici anni fa. Ecco perché si sono preparati. E poiché il compito che intendono realizzare è davvero tremendo, essi si sono assegnati la missione di salvare l'umanità, cioè se stessi, da un'Apocalisse che considerano ormai inevitabile. La globalizzazione attraverso il consenso ha smesso di funzionare proprio nel 2001. Non resta, nel loro orizzonte, che la globalizzazione secondo la forza.

So bene che molti pensano che questo progetto sia irrealizzabile. Io anche penso che non sia realizzabile, perché la sola idea di un "secolo americano" che implica l'assoggettamento di interi popoli, culture e civiltà, è cosa, oltre che molto pericolosa, totalmente insensata. Ma l'uomo della strada, il cittadino dei cinque continenti, non riesce a capacitarsi delle dimensioni e delle conseguenze di questo disegno. Non può innanzitutto perché non sa. La Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna glielo nasconde accuratamente. Per questo i milioni e i miliardi d'individui vivono come possono, nell'ignoranza del pericolo, senza vedere calcoli che sono mostruosi e che, anche se li vedessero, apparirebbero loro impossibili.

Ma una volta accertata la loro esistenza, non resta che concludere che essi includono, anzi presuppongono, l'uso dell'arma nucleare, perché una resa dei conti di questa portata implica, letteralmente, l'eliminazione di uno o di alcuni dei contendenti. Il problema più grave è rappresentato dal fatto che coloro che sostengono queste idee, dotati di una cultura elementare, schematica, intrisa di fondamentalismo religioso, priva di profondità storica, sono oggi militarmente i più potenti del mondo e sono determinati a realizzarle, ad ogni costo. E' domanda senza senso chiedersi se vinceranno o perderanno. Importante è cercare di impedire loro di provarci, perché, se ci provano, nessuno avrà una possibilità di appello.

(1)USAF, Director, Missile Defewnse Agency, Hearing of the Senate Armed Forces Services Committee, Ballistic Missile Defense, in Review of the Defense Authorization Request for Fiscal Year 2004, March 18, 2003.

(2) Everett C. Dolmen, Associate Professor of comparative Military Studies US Air Force School of Advanced Air and Space Studies. Discorso tenuto alla e-Parliament conference on Space Security, Washington DC , September 14, 2005.

(3)Vedi Giulietto Chiesa, "Prima della Tempesta, Edizioni Nottetempo, Roma 2006, pag 24.

(4)Everett C. Dolmen, cit.

(5)Joseph E. Stiglitz, "Il malessere globale che arriva con il 2006" , La Repubblica , 2 gennaio 2006.

(6) Dato della fine del 2005.

 
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