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Alternativa

Come riformare il sistema radiotelevisivo, ORA

Note e principi fondamentali per una legge di riforma del sistema radiotelevisivo in Italia. Proposta di discussione a cura di ALTERNATIVA.

Giulietto Chiesa
sabato 23 novembre 2013 13:47

Note e principi fondamentali per una legge di riforma del sistema radiotelevisivo in Italia

(proposta di discussione a cura del laboratorio politico culturale internazionale ALTERNATIVA*, novembre 2013).

Noi riteniamo che la "comunicazione", cioè l'insieme del flusso comunicativo e informativo destinato ai cittadini, sia un'attività di primario interesse pubblico.

La comunicazione oggi, in tutte le sue forme ed i suoi contenuti, in maniera evidente ed incontestabile, incide in modo sostanziale su tutti gli aspetti della vita collettiva, sull'idea che il cittadino si forma della società in cui vive, dei rapporti sociali in cui è collocato, sul suo tenore intellettuale e morale, sull'informazione di cui può disporre, sulle scelte di vita e di consumo. Il suo aspetto economico, quindi non può essere predominante. La comunicazione include anche l'insieme degli strumenti tecnologici attraverso i quali si realizza il diritto di ogni cittadino a esprimersi; a ricevere e a diffondere informazioni, idee, opinioni; a essere libero di scegliere tra opzioni interpretative diverse; a essere in grado di capire quando lo si inganna e quando gli si sottrae una parte più o meno grande del sapere a cui ha diritto.

L'articolo 21 della Costituzione Italiana, che definisce correttamente l'esercizio del diritto fondamentale di informazione e di espressione, si riferisce tuttavia ad un'epoca in cui il sistema mainstream, con le attuali caratteristiche, non si era ancora formato. La materia è, nel frattempo, divenuta eccezionalmente più grande, complessa e tale da influenzare in modo decisivo l'intera vita politica di un paese. L'esercizio di quei diritti, e di molti altri, tutti connessi con gli sviluppi delle tecnologie, è reso oggi assai più critico di quanto non fosse al momento della stesura di quel testo. Il cosiddetto "villaggio globale", lungi dal favorire l'esercizio di quei diritti, ha provocato una vasta regressione, una mutazione antropologica di proporzioni mai viste e tutt'ora assai poco comprese perfino nella ristretta cerchia intellettuale dove le tecnologie della information-communication technology sono utilizzate.

S'impone dunque una radicale revisione di tutti i concetti fondamentali in materia.

Il Parlamento Europeo, nella sua direttiva 65/2007 sui servizi di comunicazione audiovisuale dimostra di avere avuto presenti queste necessità, laddove sottolinea l'importanza delle iniziative volte a far crescere l'"alfabetizzazione mediatica" delle popolazioni. Tuttavia quella risoluzione ebbe il grave difetto di privilegiare le esigenze internazionali della globalizzazione, cioè i suoi aspetti industrial-commerciali. Da qui l'attenzione pressoché esclusiva, in quelle pagine, all'obiettivo di far "convergere" tutti i possibili aspetti della interoperabilità dei sistemi. Quest'ultima caratteristica non può e non deve confondersi con la "convergenza" dei contenuti.

Un tale approccio è profondamente deviante e inaccettabile. La convergenza di contenuti (ben altra cosa rispetto alla convergenza dei sistemi operativi) riduce la libertà di scelta del "consumatore di comunicazione" e la sua possibilità di accedere a diverse fonti di idee. La stessa idea di "consumatore della comunicazione" è del tutto fuorviante, poiché presenta il cittadino di una società democratica sotto la veste unidirezionale di consumatore, mentre è evidente che esso dev'essere - oltre che consumatore - "creatore di comunicazione". Altro concetto decisamente ingannevole è l'idea, contenuta in quella risoluzione, secondo cui il pluralismo proprietario delle piattaforme di comunicazione assicurerebbe il pluralismo dei contenuti. L'esperienza italiana (e non solo essa), ha palesemente dimostrato l'esatto contrario di una tale affermazione. Il pluralismo proprietario e la competizione tra operatori - nemmeno se si tratta di competizione tra operatori pubblici e privati - non è affatto in grado, da solo, di garantire il pluralismo dei contenuti. Va affermato dunque, anche per tutto questo insieme di fattori, che la "comunicazione" è oggi divenuta il luogo essenziale, superiore per importanza formativa ad ogni altro, incluse la famiglia e la scuola, per la formazione culturale, intellettuale e morale di una nazione. Ne consegue che il suo uso non può essere lasciato al caso, o in balia di interessi

privati ristretti. L'uso di tutti i sistemi audiovisivi deve essere definito con leggi e regolamenti che siano rigorosamente coerenti con il loro primario carattere di interesse pubblico. Valgono in proposito gli articoli 41,42,43 della Costituzione italiana che regola e delimita l'esercizio della proprietà privata.

L'uso dei servizi di comunicazione audiovisiva concerne tutti i cittadini e tutti i gruppi sociali. Tutti ne hanno diritto, sia soggetti pubblici che soggetti privati, sia che essi abbiano come obiettivo fini di lucro o fini sociali. Poiché le quantità di tempo e di spazio elettronico non sono infinite, si pone dunque il problema di stabilire con quali regole democratiche distribuire l'esercizio di tali diritti. Tali regole devono avere alla loro base, per tutti i concorrenti, il rispetto del carattere pubblico delle attività d'impresa. Lo Stato è tenuto a difendere l'interesse pubblico poiché è suo compito e dovere quello di salvaguardare il diritto all'informazione, alla libertà di espressione, il diritto a una comunicazione che rispetti la verità e la decenza, insieme ai valori della pace, dell'uguaglianza e della solidarietà tra individui e tra popoli. E' giunto il momento di impugnare questi temi e di portarli al centro del dibattito politico. Lo schieramento democratico, i sindacati, i partiti di sinistra e quelli che non sono più di sinistra ma ancora usano questa etichetta, hanno tutti una grave responsabilità per avere permesso, senza opporre resistenza alcuna, a Berlusconi di scorrazzare liberamente nei pascoli dell'etere. Ma occorre non dimenticare che Berlusconi è stato soltanto l'interprete e il co-autore di una tragedia più vasta, che si è consumata in tutti i paesi occidentali e che, in Italia, ha stravolto, pressoché senza resistenza , il servizio pubblico.

Esso è, in Italia, divenuto un monopolio privato. La lottizzazione tra partiti, sempre più impregnata di inciucio, ha fatto il resto e ha offerto la copertura istituzionale all'appropriazione privata di un bene pubblico essenziale. Ora non è più il tempo delle mezze misure, ora è il tempo del cambiamento radicale.

Esso deve riguardare, insieme alla RAI, tutte le istituzioni preposte, a cominciare dall'Autorità di garanzia per le telecomunicazioni, anch'essa divenuta sede per le pratiche lottizzatrici più indecorose. La connivenza trasversale denominata RaI-Set è il luogo di origine della corruzione delle coscienze degli stessi operatori della comunicazione in tutte le loro componenti professionali. Un cambiamento è indispensabile anche per liberare giornalisti, autori, attori, tecnici, dalla costrizione del ricatto. Occorre dunque ribadire fin dai primi passi che tutte le frequenze radio e televisive sono pubbliche e che lo Stato deve indicare per legge le norme per una loro ripartizione secondo nuove regole democratiche. A cominciare dalla completa trasparenza dei criteri secondo cui tale ripartizione dovrà essere effettuata. Si dovrà prevedere una fase intermedia di gestione, in tempi certi, perché le necessarie modifiche legislative siano approntate. L'assegnazione delle frequenze dovrà avere un carattere temporale limitato (da definire) e dovrà essere periodicamente sottoposta a valutazione della rispondenza tra impegni contrattuali assunti con lo stato e loro concreta realizzazione. Il criterio generale cui attenersi dovrà essere quello della tripartizione: un terzo deve restare a disposizione del Servizio Pubblico Nazionale. Eliminando, tra l'altro, l'assurda norma secondo cui l'azionista di riferimento del Servizio Pubblico è il Ministero dell'Economia. Altra dimostrazione palese, questa, e del carattere distorto e anacronistico del ruolo che si è inteso dare al sistema della comunicazione.

Un altro terzo dovrebbe essere assegnato in gestione alla società civile in tutte le sue molteplici forme: università, regioni, comuni, centri culturali, organizzazioni sindacali e di categoria, ecc.

Questi due primi terzi dovranno essere finanziati con denaro pubblico e privato e contenere i messaggi pubblicitari in dimensioni rigorosamente delimitate. Dovrà essere eliminato il product placement come una delle forme più insidiose di manipolazione consumistica del cittadino. L'ultimo terzo sarà messo a disposizione del settore privato, senza limitazione pubblicitaria.

Dovrà essere stabilito in linea di principio che il Servizio Pubblico dovrà avere una totale indipendenza rispetto ai partiti e al Governo. Sia nazionale che locale.

L'autorità completa in materia deve passare attraverso un Consiglio Nazionale Audiovisivo (CNA), eletto a suffragio universale dai cittadini italiani. Analoghi Consigli Regionali Audiovisivi dovranno essere istituiti per la gestione del Servizio Pubblico a livelli locali. La Commissione Parlamentare di Vigilanza dev'essere abolita. Le nomine degli organismi di gestione del Servizio Pubblico saranno prerogativa del CNA, che sceglierà in completa trasparenza pubblica in base a criteri di indipendenza e di professionalità certificati da appositi concorsi. Una volta definite le nomine, gli operatori dell'informazione dovranno essere mesi al riparo da pressioni e forme di corruttela. Sarà prerogativa del CNA anche la nomina dell'intera composizione dell'Autorità di garanzia per le telecomunicazioni. La legge Gasparri dev'essere abrogata. Le norme del conflitto d'interessi dovranno essere definite senza ambiguità, come parte integrale della riforma. Tutta questa materia dovrà essere discussa in un Tavolo Tecnico aperto, dove si confronteranno esperti, gruppi parlamentari, rappresentanti della società civile. Non si discute infatti soltanto di misure tecniche, ma di un radicale cambio della politica della comunicazione in questo paese, e delle idee e delle soluzioni che questo paese dovrà portare sui tavoli europei. Lo stesso Tavolo Tecnico, dovrà darsi tempi chiari per la conclusione dei suoi lavori.

ALTERNATIVA, novembre 2013.

*Si è svolto il 14 novembre alla Camera il Tavolo Tecnico tra associazioni e capigruppo in Vigilanza per discutere un testo legislativo sulla base della piattaforma in 5 punti elaborata dal Movimento di cittadini.

 
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