La difesa della "Cupola" che domina il pianeta

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

in ANNUARIO DELLA PACE - ITALIA - giugno 2001/maggio 2002
Asterios, 2002

È inquietante lo stato dell''Italia, non meno dello stato del mondo in questo inizio di millennio che avevamo festeggiato con troppo anticipo. E non è fare i profeti di sventura dire con franchezza che stiamo tutti attraversando un guado pieno d''incognite: per la democrazia, per la stessa sopravvivenza dell''Uomo.

Per quanto concerne la democrazia, essa è nata non molto tempo fa, nella sua accezione moderna, ''industriale''. Ed è stata ripetutamente oggetto, nel secolo scorso, di minacce e di attentati. Alcuni come sappiamo talmente sanguinosi da spegnerla per decenni, in Italia, in Europa, in tante regioni. Non è una novità il fatto che sia minacciata anche oggi. La novità, semmai, è nell''inedita provenienza del pericolo.

In passato i pericoli per la democrazia, per le Democrazie, sembravano venire, talvolta venivano, dall'' esterno, dalle zone della geografia che erano rimaste fuori, escluse, parte di altre epoche ed evi. Adesso la minaccia viene dall''interno stesso del mondo sviluppato. E un prodotto della sua degenerazione, della sua intima violenza. Viene dalle regioni dell''anima, dagli egoismi non frenati da alcunché, dalla stupidità degli uomini, che è immensa come le loro ricchezze, le dilata, le sottomette al proprio volere.

Comunque è un insieme di pericoli che sappiamo, per esperienza, dominabili. Ma ce n''è ora uno nuovo, inedito del tutto, di cui non sappiamo ancora se sapremo dominarlo. E il limite dello sviluppo così come siamo stati capaci di produrlo, d''inventarlo, che sta arrivando ci addosso come una linea del traguardo dietro la svolta del secolo, inattesa, brusca, inquietante. Stiamo distruggendo la nostra stessa casa. E, ai pochi che cercano di porre rimedio, si presenta il quadro di amministratori del tutto incapaci di fare fronte. Non vedono? Forse non vedono, perché sono incolti. Ma altri vedono e sono cinici, e pensano che anche se la casa crolla ci sarà sempre un rifugio per loro e per i loro figli e nipoti, e gli altri vadano pure a morire.

 

Chi minaccia la democrazia

E la gente, la gente comune? Capisce quello che sta accadendo? Per milioni e milioni la risposta è no. Per miliardi e miliardi, altrettanto. E la ragione di questo ''no'' sta nella causa che minaccia anche la democrazia: non capisce perché non ha gli strumenti, non ha l''informazione, non ha le coordinate intellettuali e morali per capire.

Ed è per questo che stiamo andando tutti verso il baratro, ciechi e sordi come i topi del pifferaio di Hamelin che finirono tutti affogati. Ma chi è il pifferaio in questa favola? Come chiamarlo? Globalizzazione? Sistema mediatico mondiale? Fabbrica dei sogni? Vanno bene tutte e tre le definizioni, anzi sono la stessa cosa: due su una faccia della medaglia, la terza sull'' altra faccia. Milioni, miliardi sono bombardati da messaggi in quantità sterminata, apparentemente divergenti, ma straordinariamente convergenti nell''unico obiettivo di impedire la comprensione di ciò che accade. Viviamo nella società dell''informazione, della comunicazione in tempo reale di tutto e di tutti, viviamo nelle notizie del giorno, ma siamo molto meno consapevoli di quello che accade di quanto non fossero i cittadini di Atene che si riunivano nell'' agorà per decidere gli affari della città.

Certo loro erano molto meno, in numero. E questo è il problema ineludibile della società moderna, dove bisogna raggiungere mari di teste. Ma abbiamo i mezzi per farlo, la radio, la televisione, i telefoni, la banda larga, ogni tecnologia possibile. Se un marziano arrivasse sulla terra e vedesse di quanta tecnologia siamo forniti potrebbe sentenziare che la nostra democrazia non è in pericolo. Sbaglierebbe. Perché questa tecnologia è al servizio di interessi privati e che non hanno nei loro piani alcuna democrazia, alcun progresso intellettuale, alcun criterio di giustizia e di decenza.

Così stiamo arrivando al nodo del problema, che è politico. E, come tale, teoricamente e politicamente affrontabile? Siamo cioè in condizione di appropriarci dell'' informazione necessaria, di una comunicazione degna di una società civile, che formi intelletti socialmente utili, solidali, umani? Siamo in condizione di produrre una cultura all'' altezza delle tremende sfide che noi stessi, noi umani, ci siamo posti di fronte, come altro da noi, a noi ostile? Perché una cosa mi sembra chiara: affidare il nostro destino, e quello delle generazioni future, a gente come George Bush junior, o Silvio Berlusconi, ma anche a personaggi del calibro di Al Gore, Tony Blair, o Massimo D''Alema e Francesco Rutelli mi sembra impresa non solo senza senso, ma altamente pericolosa. Su chi, dunque, fare affidamento? Quali le coordinate cui aggrapparsi se milioni di persone sono già state risucchiate nella girandola senza fine del consumismo suicida e insensato, dei bisogni inesistenti, delle automobili che ci si deve preparare in anticipo a desiderare? Come raggiungere queste vittime, spiegare loro quel poco che noi stessi, a fatica, riusciamo a scorgere?

 

Le persone reali oltre i quiz

Come tenere alta la testa nella bufera di inganni, di manipolazione, di inenarrabili stupidità che ci squassa da ogni parte? Ho girato per l''Italia, in lungo e in largo, per sei mesi. Ho parlato in quasi centocinquanta dibattiti, nei quali ho cercato di guardare negli occhi, e di capire, all''incirca trentamila persone. So bene che è un test invalido, che il campione non è rappresentativo. So bene che chi decide di non restare seduto davanti alla televisione, a guardare i superquiz, i sederi delle ballerine, Bruno Vespa e Frizzi, e Mentana e tutta la banda dei Ferrara e dei Lerner è un mutante refrattario, estraneo alla nuova specie in via di sottosviluppo che si chiama homo videns. Tutto questo mi è chiaro.

Eppure ho toccato con mano, di nuovo, quella realtà che avevo visto a Genova 2001. Anche allora quei trecentomila erano poca cosa rispetto agli otto milioni che la domenica sera guardavano Stranamore di Castagna, ma fu chiaro ai vedenti che essi erano uno spaccato di una enorme realtà sociale, culturale, politica di questo nostro paese. Una realtà che resiste, che è viva, che è intellettualmente pronta a ricostruire, a tentare una grande riforma intellettuale e morale di questo paese.

Sono i figli di una lunga stagione di democrazia, che ha lasciato i suoi segni pro fondi. Quando si descrive - e io lo faccio spesso e il più possibile crudamente - i guasti del sistema mediatico, la sua violenza sulle menti, si dimentica spesso di ricorda re che esso è uno dei fattori in gioco. Non l''unico. In Italia, per il momento, non è ancora l''unico. In altre società, in particolare negli Stati Uniti, esso è da tempo divenuto, se non l''unico, 1''assolutamente dominante. In quelle condizioni la capacità reattiva autonoma dell'' opinione pubblica (quella che emerge dai sondaggi con risultati sconvolgenti, come l''approvazione incondizionata della guerra afghana da parte di,quasi il 90% della popolazione) risulta praticamente azzerata.

E altrettanto vero che anche in Italia i processi degenerativi sono in corso da quasi un ventennio, e la loro capacità di sedimentazione è stata grande, penetrante. Berlusconi non avrebbe vinto le ultime elezioni politiche senza questo abbattimento dei livelli culturali e etici prodotto dalle televisioni (private e pubbliche). Ma questi trend hanno dovuto superare barriere consistenti, forti resistenze istituzionali, intellettuali e morali. La società civile prodotta dall''Italia della Resistenza e dalla Costituzione repubblicana ha retto alla bufera e continua a reggere. La gente di Genova (20m e, adesso, 2002) è giovane, vaccinata, indipendente. Certo, se le cose continuano come sono state trascinate a fare negli ultimi dieci anni, queste riserve invecchieranno, si esauriranno deluse. Il mare dell''indecenza intellettuale sommergerà e lobotomizzerà la grande maggioranza. Per questo, anche per questo, è il momento della riscossa, sempre che una riscossa sia possibile in un contesto internazionale in cui le nubi si addensano.

 

Un esercito senza condottieri

Uno dei primi problemi è la mancanza di generali per questo esercito che sta riguadagnando la scena politica, a fatica ma con evidente determinazione. I generali del cosiddetto centro-sinistra hanno già da tempo consegnato le armi e non hanno più alcun prestigio tra questo popolo in rivolta. Ce ne vogliono altri. E, per la verità, ce ne sono: facce pulite, intelletti aperti, volontà di conoscenza. Tuttavia, anche in questo senso, bisognerà vincere una potente corrente avversa. Anni d''incuria intellettuale della sinistra hanno condotto alla demolizione dei partiti e, con essi, alla creazione di un sentire comune, di un linguaggio comune, di forme d''azione popolare e democratica consolidate e comprensibili a larghe masse popolari.

Questo popolo democratico, che ho incontrato nel mio peregrinare italiano, è composto in parte da cittadini della persistente ancora società civile, ma che sono rimasti isolati gli uni dagli altri. Ad essi si è poi aggiunto un nuovo esercito di giovani, ciascuno dei cui componenti ha però effettuato un percorso diverso, autonomo, per il ritorno o l''arrivo alla politica e alla democrazia. Genova 20m, i social forum, le ''reti'', e poi i girotondi, il risveglio sindacale, i tre milioni di Cofferati portati a Roma, sono il punto risultante di un ''composto'' nuovo, del tutto inedito, che deve ancora riconoscere se stesso come forza organizzabile. Parlano spesso linguaggi così diversi, esprimono sentimenti così diversificati, che occorre pensare a un lungo lavoro per ricostruire un tessuto comune solido, capace, tra l''altro, di tenerli assieme in previsione delle tempeste internazionali che stanno avvicinandosi.

In sintesi Genova è una componente del più vasto movimento di crisi della società occidentale e dei suoi rapporti con il resto del mondo. E poiché questa crisi è multilaterale, estremamente variegata, contraddittoria (come lo è la crisi della globalizzazione americana), ecco che il movimento appare ed è molteplice.

Il che non significa che sia debole o transitorio.

Transitorio sicuramente no, perché, come gli eventi di questo 2002 stanno dimostrando, a seguire alla catastrofe dell''Il settembre, la crisi degli Stati Uniti d''America e della loro egemonia mondiale, è sopraggiunta in modo devastante e avrà una durata ampia e possenti maree che si abbatteranno sulle spiagge di tutto il pianeta. La corsa è contro il tempo. Poiché la ''cupola'' criminale e demente che domina il pianeta (e che cerca di catturarne le menti e i sentimenti con l''inganno) sta cercando di trovare le proprie soluzioni di fuga mediante lo scatenamento di una guerra globale che durerà oltre gli orizzonti della nostra vita e di quella della prossima generazione.

Inverando, con le sue azioni irresponsabili, la profezia di Karl Kraus: "Oh sì, l''evoluzione è riuscita a portarci dove voleva, noi che abitiamo nel laboratorio sperimentale della fine del mondo".

E c''è anche il nostro tempo, il tempo dei vivi e dell''Occidente civile, che non ha nulla a che fare con quello di Oriana Fallaci e George Bush. Il tempo dei giovani che amano la vita e non la cultura delle merci e della morte, e che cercano un altro mondo possibile. Che c''è, come molte cose che abbiamo davanti a noi dimostrano, ma che non potrà venire dalle ricette di coloro che hanno guidato il mondo in questi ultimi trent''anni.

 

La favola dell''Auditel

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