La scelta - da Genova a Seattle via Okinawa

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

Rivista GLI ARGOMENTI UMANI - SINISTRA E INNOVAZIONE, n.8 Anno II
ed. IL PONTE, 2000

Inutile dire che ciò che è accaduto pochi giorni fa a Genova, le manifestazioni attorno a Tebio, rappresenta un avvertimento. C''è chi lo considererà sgradevole, e chi invece opportuno, per ciò che potrà accadere a Genova nel 2001 e altrove negli anni a vénire. Un antipasto di un pranzo che potrebbe diventare molto indigesto. Noi di Planet siamo nati come associazione per lo sviluppo della cultura dell''interdipendenza ormai quattro anni fa, ben prima che qualcuno decidesse di fare qui il G8 del 2001; prima che qualcuno immaginasse che nell''immediato futuro avrebbe potuto esserci una Seattle; prima che il Nasdaq cominciasse a crollare e mentre nascevano i primi peana alla world wide web, a Internet e alla new economy.

Ci rendevamo conto che il genere umano stava muovendosi rapidamente verso una molteplice e simultanea resa dei conti con se stesso e con il suo sviluppo, con gli equilibri sconvolti che esso stava creando. Ci sembrava perfino evidente che la globalizzazione, di cui appena si cominciava a parlare in Italia, era un evento nuovo e possente, denso di straordinarie possibilità, ma pieno di punti interrogativi, di questioni irrisolte. Un evento che stava producendo squilibri e diseguaglianze mai viste, che stava modificando in modo irreversibile, a grande velocità, molti degli equilibri naturali del pianeta. In altri termini ci sembrava che fosse una cattiva globalizzazione. Indicammo una risposta preliminare, l''unica possibile e realistica: cominciare a studiare, in fretta, in che modo, con quali istituzioni sovranazionali, governare meglio quella globalizzazione, sfida per sfida, ecologica, demografica, sociale, tecnologica, informatica. Questi furono i capitoli iniziali da mettere all''ordine del giorno.

Da molte parti ci venne risposto, con ironia e scetticismo, che si trattava di obiettivi troppo ambiziosi, che Genova, l''Italia, erano troppo marginali, periferiche, per potersi porre questi compiti. È invece l''ironia del destino che sta portando questa città a dover fare i conti, direttamente, subito, con i problemi che allora ponemmo. Se si fosse dato retta, con maggiore lungimiranza, alle questioni che allora sollevammo, probabilmente la città avrebbe potuto essere meglio preparata a utilizzare positivamente ciò che la sorte le metteva nelle mani. Credo che noi stiamo semplicemente sperimentando la rapidità dei mutamenti e la loro globalità. Quattro anni fa era faccenda di teoria, oggi è già problema pratico. Non ci sono più rifugi, oasi, luoghi nei quali ritirarsi bucolicamente per farsi i fatti propri. E un risveglio brusco, speriamo che sia anche salutare.

Purtroppo, come qualcuno ha scritto, noi stiamo affrontando compiti assolutamente inediti rispetto a tutte le epoche precedenti e in condizioni di due gravissimi deficit: deficit di leadership mondiale, deficit di tempo. In questi quattro anni entrambi i deficit si sono accentuati. Ed è apparsa ora un''unica buona notizia: il movimento di protesta nato a Seattle. Non s''è vista la "mano nascosta del mercato", di ricardiana memoria, pronta a regolare provvidenzialmente ogni cosa! S''è vista invece la protesta che nasce, e che cresce, di fronte a sviluppi del tutto irrazionali, a distruzioni cosiddette "creative" che travolgono interi continenti, che creano sì sviluppo, ma anche dolore e sofferenza per centinaia di milioni di uomini, donne e bambini; che creano sì libertà per qualcuno, ma anche dominio per molti; che creano sì più informazione, ma anche manipolazione e riduzione della democrazia reale. Non ci fosse il movimento di contestazione a tutto questo, la situazione sarebbe davvero oscura, come lo è il futuro della politica (Hobsbawm). Questo movimento è, per ora, una semplice reazione di difesa, che non era stata prevista dagli architetti della cattiva globalizzazione che stiamo sperimentando e che, appunto, non ha nulla a che fare con la "invisibile mano" degli ultraliberisti. È dunque un altro deus ex machina che appare all''improvviso sulla scena della globalizzazione.

Non è affrontabile qui un''analisi esauriente del movimento, né io intendo fame un''esaltazione incondizionata. L''ho definito buona notizia perché esso manifesta in primo luogo una preliminare presa di coscienza dei problemi cui andiamo incontro. Ed è già molto. In secondo luogo lo considero una buona notizia perché esso indica la fine (o l''inizio della fine) della libertà d''azione e di decisione di cui hanno finora goduto le burocrazie internazionali, gli stati-corporations che hanno amministrato il pianeta nell''interesse del potere privati globali. E che stanno creando le premesse per un disastro globale. Vi sono, nel "movimento di Seattle" (chiamiamolo così),. componenti diversissime motivazioni spesso antitetiche tra loro, spinte corporative, anarchiche, confuse, semplificazioni arbitrarie e infondate che conducono alla negazione della globalizzazione in quanto tale.

Un conto è, ad esempio, opporsi alla libera circolazione, delle merci perché essa colpisce i lavoratori relativamente benestanti di Chicago, o di Milano, altro conto è farlo se ciò produce distorsioni dello Sviluppo di interi Paesi, ne impoverisce altri, ne distrugge altri ancora. Un conto è opporsi a movimenti speculativi di capitali, che impoveriscono interi paesi, altro conto è opporsi a flussi positivi di investimenti che possono aiutare intere economie. Ma una cosa non deve essere dimenticata: l''ostilità verso un certo tipo di globalizzazione non è più confinata tra i contestatori delle vie di Seattle, tra i manifestanti di Djakarta che inseguivano i funzionari del Fondo monetario, tra quelli delle vie di Genova. Parole altrettanto dure di quelle scritte nei cartelli sono state pronunciate da uomini di incontestata autorevolezza spirituale e politica, come Giovanni Paolo II, Nelson Mandela, Shimon Pere s, Mikhail Gorbachev.

Personalmente ritengo che la globalizzazione sia un dato reale, oggettivo, nel senso molto preciso di una convergenza di sviluppi tecnologici nuovi, straordinariamente acceleranti, a loro volta intrecciati alla rivoluzione della information and comunication technology. Come tale non ha senso negarla o respingerla, come non avrebbe senso negare la forza di gravità. Tuttavia un conto è riconoscere che la forza di gravità esiste - e farci i conti - un altro è elevarla a dio, e di fronte ad essa inchinarsi come dei selvaggi. Noi sappiamo che, uscendo di casa la mattina, sempre che non abitiamo al pianterreno, possiamo prendere le scale o l''ascensore. Ma potremmo anche gettarci dalla finestra. In tutti e tre i casi la forza di gravità agisce comunque, ma i suoi effetti sulla nostra salute - come chiunque capisce sono molto diversi tra loro. Ebbene i cattivi globalizzatori ci stanno facendo uscire a viva forza dalla finestra. Certo c''è in loro l''illusione che, quando toccherà a loro, potranno prendere l''ascensore. Temo che sia un''illusione grave, perché quando la casa brucia tutti devono gettarsi dalla finestra. E quando, uscendo dalla metafora scherzosa, l''aria e l''acqua diverranno irrespirabili e imbevibili, anche avendo tanti denari in banca, anche a loro toccherà bere e respirare, e mangiare cibi geneticamente modificati, magari senza neppure saperlo.

Detto ciò per quanto concerne l''inevitabilità e l''oggettività della globalizzazione, è anche altrettanto vero, tuttavia, che essa è, nello stesso tempo, una creazione dell''uomo, anzi una creazione degli Stati Uniti f...] per aprire anzitutto il loro mercato (E. Luttwak, Turbocapitalism). Dunque siamo di fronte a un''integrazione globale, che risponde a interessi nazionali strategici precisi e non rappresenta soltanto un dato oggettivo. In ogni caso la materia è controversa e non semplificabile, né io cercherò di farlo. Il dato - ripeto, positivo - da cui partire è che oggi siamo di fronte a un movimento di protesta che è vasto, trasversale, internazionale. Trasversale significa che non ha confini politici, di classe, razziali, etnici. E nemmeno geografici. Come tale è un dato assolutamente inedito. È vero che, per ora, esso è prevalentémente un movimento interno al miliardo d''oro. Ma questo dice soltanto che per ragioni culturali, economiche, informative soprattutto, qui sta avvenendo più rapidamente la presa di coscienza. E dice, tra l''altro, che anche nelle società ricche la cattiva globalizzazione miete vittime tanto reali quanto metaforiche. E non solo in termini di disoccupazione. Inoltre un''analisi sintetica dei dati disponibili (mi riferisco qui al rapporto dell'' United Nations Development Program di quest''anno e a numerosi altri studi la cui serietà è fuori dubbio) dice che le sfide globali stanno aprendo contraddizioni profonde in tutte le società, siano esse industrialmente sviluppate, in via di sviluppo o emergenti, fuori da ogni sviluppo.

In assenza di qualsivoglia forma di governance di quelle sfide non può esservi alcun dubbio che esse produrranno contraddizioni politiche molto al di là dei confini del mondo occidentale. Queste contraddizioni possono, a loro volta, esprimersi come guerre (e infatti si nota un incremento acuto dei conflitti), o come pure e semplici, istintive, reazioni di sopravvivenza. Cioè milioni, miliardi, si metteranno in movimento: per vivere, per sopravvivere, non perché mossi da chissà quali motivazioni politiche o ideologiche. Sta già accadendo. Non ce ne accorgiamo?

Tutto ciò dovrebbe condurci a una sana conclusione preliminare: abbandoniamo l''idea che questa protesta sia un fuoco di paglia. Tutto dice che lo spirito di Seattle troverà sulla sua strada molto più combustibile da bruciare che acqua che lo possa spegnere. Fino ad ora i veri centri del potere globale - creatisi e sviluppatisi e insediatisi senza alcuna legittimazione democratica - avevano potuto agire nel chiuso di conventicole ristrettissime, spesso circondate da rigorose norme di segretezza. Ma è bastata la prima salva di manifestazioni di protesta per scompaginare le camarille della burocrazia internazionale. Penso al fallimento clamoroso del vertice del World Trade Organization (Wto), ma anche al precipitoso ritiro dell''Accordo Multilaterale sugl''Investimenti (meno clamoroso ma non meno sostanziale) subito dopo che gli attivisti internazionali l''hanno per così dire messo in piazza. Tuttavia attendersi una auto-riforma dalle istituzioni internazionali di Bretton Woods è cosa senza senso. Esse rappresentano 11 cosiddetto consenso washingtoniano e portano una enorme responsabilità per questa globalizzazione, assieme ai governi occidentali che a quel consenso si sono adattati. In realtà fino ad ora, nonostante le molte parole pronunciate in merito, nessuna politica è stata adottata per attenuare gli squilibri dello sviluppo mondiale. Al contrario, quegli squilibri sono stati accentuati in modo sempre più insensato. Dopo la crisi del 1997-1998 le voci che chiedevano una sostanziale riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi) sono state zittite. Per arrivare alla parzialissima cancellazione del debito dei paesi più poveri si sono perduti anni in interminabili discussioni. Nessun reale controllo dei flussi di capitale è stato realizzato, nessuna reale misura per porre limiti ai paradisi fiscali, al riciclaggio del denaro sporco che ormai costituisce una componente sostanziosa dei flussi di capitale. E si potrebbe continuare a lungo.

Assistiamo invece all''idolatria generale verso il modello economico statunitense, mentre è chiaro che una parte, rilevante dei problemi del mondo contemporaneo scaturisce proprio da quel modello e dalle distorsioni planetarie che esso produce. Invece di cogliere le terrificanti fragilità della new economy, che di quel modello è parte integrante e precipua, si continua a pomparla. Quando scoppierà - visto che ormai un coro di voci altamente competenti afferma che ciò avverrà, presto o tardi - a chi chiederemo il conto? E come mai nessuno degli altri sei "grandi" ha sentito il coraggio di fare presente a Clinton quanto è grande l''immensa montagna di debiti delle famiglie americane? Secondo stime attendibili, e di autori diversi, siamo già vicini ai 6000 miliardi di dollari. Anche la volatilità crescente delle Borse è figlia di quel debito, che cresce al ritmo di 30 miliardi di dollari al mese. E cresce anche perché gli investitori privati americani investono versando parte del capitale e s''indebitano sul resto, contando su profitti a venire che nessuno è più in grado di garantire. Che aspettano i sei "grandi" a chiedere a Bill Clinton, a Okinawa, per esempio, di vietare quelle pratiche scorrette? Visto che è il resto del mondo a pagare quel debito, inclusi i paesi poveri cui si concede a fatica e tra mille distinguo una infima cancellazione del loro.

Forse il resto del mondo non osa chiedere all'' America di cambiare rotta, terrorizzato dalla mostruosa constatazione che la locomotiva americana "tira" anche perché la capacità di risparmio dei cittadini americani è crollata da tempo sotto 1''1 % del reddito disponibile. Quindici volte meno degli europei, venti volte meno dei giapponesi. Siamo di fronte a una popolazione lobotomizzata da un consumismo spasmodico, insensato, che nessuno sa come frenare, al punto che ogni minima oscillazione verso il basso degli attuali livelli di consumo produce contraccolpi gravi sulla Borsa americana e su quelle di tutto il Pacific Rim. Finora questa impalcatura raffazzonata rimane in piedi solo perché Wall Street ha funzionato da colossale aspira-denaro: capitali stranieri affluiscono in massa nell''Eldorado, gonfiato come una mongolfiera. Decine e decine di miliardi di dollari fuggiti dalla Russia, dall''Indonesia, dall''America Latina, dall''Europa, sono andati a Wall Street in questi anni, permettendo a Clinton di salvare l''equilibrio dei conti con l''estero. Cioè facendo pagare due volte il conto al resto del mondo. Adesso è chiaro come il sole perché Clinton divenne presidente: il libero flusso di capitali da lui promosso fin dall''inizio degli anni ''90 è stato il principale collante dell''impalcatura.

Per quanto tempo? chiunque capisce che un aggiustamento relativamente indolore della bilancia americana dovrebbe passare attraverso una svalutazione del dollaro, e attraverso uno sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street e della new economy. Ma questo significa che il futuro presidente degli Stati Uniti dovrebbe dire al 30 per cento degli americani (che negli anni c1intoniani si sono arricchiti dormendo, e che sono quelli che votano) che è finita la pacchia. Lo farà? A me pare improbabile. Così restiamo tutti sul filo di una tremenda possibilità: che l''atterraggio morbido non ci sarà e che gli effetti - appunto globali - si trasferiranno come onde d''urto su tutti i mercati. Ecco perché, lo ripeto ancora, lo spirito di Seattle è una buona notizia: perché senza una pressione ampia, internazionale, non è realistico attendersi cambiamenti. Qualcuno potrebbe accusarmi di sfiducia preventiva. Ma il primo febbraio di quest''anno il capo degli economisti della Banca mondiale, Joseph Stiglitz, ha lasciato l''incarico per una serie di profondi dissensi nei confronti del consenso washingtoniano. Abbiamo saputo leggendo i suoi articoli come sono state prese in questi anni decisioni segrete, del Fmi, della Banca mondiale, che hanno colpito e sconvolto la vita di centinaia di milioni di persone, di decine di paesi che (vedi International Herald Tribune del 27 gennaio 2000) si sono visti negare il diritto di sedere al tavolo dove si decideva la loro sorte. Decisioni sbagliate, nocive, in Russia, in Indonesia, altrove. Stiglitz denuncia come "primaria" la responsabilità dei mercati finanziari. Certo esiste anche il crony capitalism, il capitalismo corrotto delle élite non democratiche al potere in Asia, in Russia, in molte aree del capitalismo emergente. Esse reggono il bordone, traendo ne sterminati guadagni, che si riversano tutti sulla banche occidentali, alle spalle dei rispettivi popoli. Ma è stata la finanza internazionale a organizzare la rapina, a prodigare consigli. Ed è stato il Fmi a fungere da prestatore in ultima istanza, che interviene per salvare non le economie in crisi bensì i colossali investimenti speculativi della finanza internazionale, americana in primissimo luogo.

Garantire una completa mobilità dei capitali - ha detto Stiglitz con particolare riferimento alla ricetta del Fmi imposta alla Russia - è stato un aperto invito a esportare miliardi, nei fatti miliardi e miliardi di dollari (lnternational Herald Tribune, 27 gennaio 2000). Come risultato la Russia, invece di diventare più ricca, è diventata più povera. Sono considerazioni che valgono per l''intera politica seguita in questi anni dal Fmi. È logico che Stiglitz non poteva restare a lavorare dov''era. Ma sarà interessante ricordare chi è. Un pericoloso estremista? Un pazzo? No. È un professore di università di Stanford, California, che sette anni fa lasciò la cattedra per diventare presidente del consiglio dei consiglieri economici di Bill Clinton. Carica che abbandonò per passare alla Banca Mondiale nel 1997. Possiamo dunque essere certi della sua competenza e conoscenza dei processi decisionali di quel mondo.

Un mondo in cui esiste un solo partito, il "Partito della Prosperità Mondiale", in cui tutte le persone per bene che lo popolano sono d''accordo sull''ordine del giorno essenziale dei liberi mercati, libero commercio, libero dominio della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica (David Ignatius, lnternational Herald Tribune, 11 aprile 2000). Un mondo che è ancorato ad un''unica, possente convinzione: che, appunto, la globalizzazione è una sola, quella che già c''è. E può funzionare solo come funziona adesso. E adesso funziona benissimo perché produce di più, più in fretta, e per un numero sempre più vasto di persone. Peccato soltanto che una larga parte - se non addirittura tutte c di queste solidissime convinzioni siano o false o non documentabili. E quelle restanti siano il distillato ideologico di interessi di parte.

Sviluppo? Ma se anche prendessimo come punto di riferimento principale il Prodotto interno lordo (Pil mondiale, cioè l''indicatore sovrano degli ultra-neo-liberisti (e vi sono molte é ottime ragioni per considerarlo un indicatore bugiardo), scopriremmo che le notizie del mondo globale non sono niente affatto così brillanti. Purché, s''intende, si ragioni sui trend significativi. Ebbene, se noi osserviamo l''ultimo trentennio del PiI mondiale (quello che ha visto esplodere la globalizzazione) scopriremo che negli anni Settanta esso è cresciuto mediamente del 4,4 per cento annuo; negli anni Ottanta la crescita si è contratta al 3,4 per cento; negli anni Novanta è risultata inferiore al 3 per cento. Cioè si cresce, ma a ritmi decrescenti. È vero anche che la "decrescita della crescita" diminuisce anch''essa (-1 per cento medio annuo tra gli anni Settanta e Ottanta; -0,5/0,4 per cento medio annuo tra gli anni Ottanta e Novanta), ma è inevitabile che diminuendo i tassi in termini assoluti diminuiscano anche le loro variazioni. L''importante è che non c''è affatto crescita dei tassi di crescita che si accompagni all''esplosione della globalizzazione. L''apparenza, pompata da tutti i mass media mondiali, è l''opposto della realtà. Peggio ancora: non si vedono segni di sorta che autorizzino a pensare che questi trend siano in procinto di modificarsi. Se nel decennio che viene essi dovessero confermarsi, con una crescita media del Pil mondiale attorno al 2,5 per cento annuo, molti economisti pronosticano una vera e propria recessione mondiale.

Pessimismo esagerato? Faccio riferimento a un altro estremista come il professor Franco Modigliani, premio Nobel 1985 per aver definito, tra l''altro, che il valore delle securities di un''azienda dev''essere fondato sulle aspettative di profitto meno un determinato tasso d''interesse. Su basi come queste non è possibile motivare razionalmente valori troppo alti del rapporto tra prezzi e crescita economica. Ora, gran parte dei titoli del Dow Jones si trovano in questa situazione e vi si trovano praticamente tutti i valori del Nasdaq. Modigliani prevede dunque che il Dow Jones cadrà dagli attuali quasi 11 mila a 8-9mila e che l''intera panoplia della new economy è ancora più vulnerabile. È una bolla, dice. E aggiunge: Non ci sono bolle}speculative] che si sgonfino quietamente. Una bolla, per sua natura, scoppia. Quando non lo sa nessuno, ma scoppierà. E i guai saranno tanto maggiori quanto più la bolla sarà diventata grande. (International Herald Tribune, 1-2 aprile 2000). Dunque crescita che rallenta. E crescita gonfiata. Ma anche crescita diseguale. E perfino decrescita accompagnata da diseguaglianze crescenti.

Qualche dato? Prendiamo il World Bank Development lndicators del 1999. Per l''Est Europa e l''ex Urss il numero di persone che vivevano sotto la linea di povertà rappresentata da 4 dollari al giorno è passato da 14 milioni nel 1989 a 147 milioni alla metà degli anni Novanta. Tra il 1990 e il 1997 c''è stata crescita nell''Asia dell''est e del sud, ma nell''ultimo triennio solo la Cina e l''Asia del sud stanno ancora crescendo. Un anno fa - diceva l''anno scorso James Wolfensohn, presidente della World Bank - prevedevamo con sicurezza che gli obiettivi internazionali di sviluppo, come quello di dimezzare la povertà (al 2015), ridurre la mortalità infantile di due terzi e di fare in modo che tutti i bambini potessero avere un''istruzione primaria, avrebbero potuto essere realizzati. Ora tutti questi obiettivi sono a rischio. Ed è un linguaggio diplomatico.

La distanza tra ricchi e poveri cresce dovunque, ma anche e specialmente nei paesi in via di sviluppo o emergenti, oltre che nell''Europa centrale e orientale. In 34 di essi (tra cui Giordania, Malaysia, Perù, Sudafrica, Venezuela, Zambia) il 20 per cento più ricco della popolazione dispone di oltre il 50 per cento del reddito nazionale, mentre il 20 per cento più povero ottiene meno del 5 per cento (in Germania, tanto per fare un esempio di raffronto, le proporzioni sono rispettivamente del 22,6 per cento e 9 per cento). Ma forse, nonostante le sperequazioni crescenti, anche i più poveri qualcosa in più ricevono? Niente affatto. I redditi pro capite restano stagnanti o in decrescita dovunque, tranne che nell''Asia dell''est e del sud (International Herald Tribune, 4 ottobre 1999). Una descrizione analitica è qui impossibile, ma alcune cifre sintetiche occorre ricordarle alla beata tranquillità del Partito della Prosperità Universale. Le traggo da varie fonti, tra cui lo State of the World 2000 e il rapporto annuale dell''United Nations Development Program (Undp).

Sei miliardi di esseri umani popolano la Terra; 1,2 miliardi sono in varia misura affamati; 1,5 miliardi hanno insufficienza ,di acqua potabile; circa 1 miliardo sono completamente analfabeti; 125 milioni di bambini non potranno neppure cominciare le scuole elementari; il gap informativo si estende (anche se gli adora tori di Internet pensano il contrario); metà dell''intera umanità vive con 2 dollari al giorno; la metà di questa metà vive (si fa per dire) con meno di 1 dollaro al giorno; quando un bambino che nasce oggi avrà 25 anni, ci saranno altri due miliardi di persone a dividere con lui la scarsità di acqua, d''aria, il cibo, lo spazio, un tetto, un lavoro, una scuola, la terra da coltivare; nel 2050 in Pakistan ci saranno 345 milioni di persone (oggi 146), e ognuno avrà 0,04 ettari per sfamarsi, meno di un campo da tennis (situazioni analoghe per Nigeria ed Etiopia); il numero degli ipernutriti è pari al numero degli iponutriti, cioè 1,2 miliardi di persone; l''aiuto allo sviluppo erogato dai Paesi ricchi ha toccato nel 1999 il suo minimo assoluto negli ultimi 50 anni. I paesi industrializzati spendono ora lo 0,25 per cento del loro Pil in questa direzione, cioè il 38 per cento in meno di quanto erogassero all''inizio del 1990.

Solo questione di povertà? Solo questione di terzo mondo? La povertà è molto di più che faccenda di reddito. Milioni, miliardi di persone cercano non solo il benessere minimo materiale: cercano la tranquillità, una prospettiva per sé e i figli. Ciò che sta accadendo glielo nega anche quando concede qualche briciola in più. E la filosofia che sottende a questo pensiero unico brutale, cioè il darwinismo economico, in base al quale il più forte deve vincere comunque e gli altri peggio per loro, perché non sono al livello minimo di efficienza, spiega che non ci sarà pace per nessuno in futuro. Nelle società povere come in quelle che, in base al Pii, sono considerate ricche.

Il decennio che ci lasciamo alle spalle è stato un tentativo sistematico di inverare questo pensiero unico su scala mondiale. Le sue parole magiche sono state liberalizzazione totale dei traffici, eliminazione di tutte le barriere, completo capital flow, privatizzazione di tutte le proprietà statali, di tutte le attività economiche pubbliche, incluse quelle che costituivano il fulcro del tradizionale Welfare state. Strumenti sovranazionali di questo progetto globale sono stati le due istituzioni-regine di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale , cui si è aggiunta negli ultimi anni la World Trade Organization , loro parente stretto in quanto erede del Generai Agreements on Tarif and Trade (Gatt). Non a caso tutti e tre questi strumenti operativi sono esterni ed estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso essi sono le uniche istituzioni internazionali che hanno concreti, reali poteri di limitazione, di abrogazione delle Sovranità nazionali dei paesi che vi aderiscono. Ed è superfluo precisare che ci sono paesi molto "più uguali" degli altri quanto a limitazioni delle loro sovranità

Tutto ciò non è buona globalizzazione. Anche perché non affronta nessuna delle questioni chiave che, o si accompagnano ai processi in corso o sono da questi processi prodotte. Essi determineranno la fisionomia del XXI secolo e sono la vera agenda dell''Umanità. Cioè dovrebbero essere anche l''agenda dei prossimi G8:

.crescita della popolazione;

. crescita della temperatura del globo;

. caduta del rapporto tra aree coltivabili e individui;

. consumi di acqua che superano le capacità riproduttive del ciclo idrologico;

. raggiungimento del limite di riproduzione delle proteine oceaniche; . riduzione delle foreste;

. moria di specie animali e vegetali.

Alla luce di tutto questo balza in evidenza una conclusione: se i trend indicati non verranno prima frenati e poi invertiti, noi ci avviamo verso un progressivo deterioramento dell''ambiente, che condurrà al declino economico del pianeta. In un mondo in cui - dice ancora Lester Brown - le esigenze dell''economia spingono a violare i limiti dei sistemi naturali, affidarsi unicamente agl''indicatori economici per compiere scelte d''investimenti è una ricetta che produce il disastro.

In genere i fautori del pensiero unico chiudono il discorso in merito con sarcastici commenti sulle previsioni del Club Di Roma, emesse trent''anni fa e non ancora verificatesi. In realtà quelle previsioni erano esatte e ponevano un problema ineludibile, che proprio adesso arriva davanti a noi in tutta la sua impressionante prospettiva. Se si fosse dato ascolto allora alle esortazioni del Club di Roma oggi non ci troveremmo immediatamente a ridosso dei tetti di sopportabilità di trend decisivi per la nostra stessa sopravvivenza. E non c''è nulla di più stupido che l''affermare che, poiché gli scienziati di allora furono

presbiti e videro avvicinarsi il dramma con troppo anticipo, possiamo stare tranquilli anche adesso e per altrettanto lungo tempo. Si trascura il fatto essenziale che, nel frattempo, proprio le tecnologie più moderne, i sistemi di calcolo di cui disponiamo, le possibilità di modellizzazione, sono ora incommensurabilmente più precisi di quanto non potesse essere appunto trent''anni orsono. E dovremmo tutti essere indotti alla più grande inquietudine dalla constatazione che le previsioni del Club di Roma, ricollocate nel tempo, trovano oggi il consenso di grande parte della comunità scientifica internazionale. Anzi, per molti aspetti, la quantità di dati, di informazioni, di serie statistiche che allora non erano disponibili, permettono ora di vedere addirittura che alcune delle estrapolazioni di allora sono oggi di gran lunga più gravi, inedite, di quanto si pensasse e si temesse.

Cioè dicono che la prospettiva non è necessariamente la catastrofe, ma, se non si ridisegna il sistema economico mondiale in modo da non compromettere l''ambiente naturale, sarà impossibile continuare il progresso economico. Come dice ancora Lester Brown, la questione centrale è la necessità di ristrutturare l''economia globale. E in fretta. Non c''è una via di mezzo. La scelta è tra costruire un''economia mondiale sostenibile, oppure andare avanti come si sta facendo fino a che essa inesorabilmente comincerà a ridursi. L''ultima notazione: tarlo in fretta, significa semplicemente che la riduzione sarà tanto più catastrofica economicamente quanto più verrà dilazionata. E che essa rischierà di avvenire in condizioni talmente deteriorate da produrre modificazioni irreversibili negli equilibri del pianeta e tali da ricadere sulle generazioni future.

È per questo insieme di ragioni e di riflessioni - per altro non nostre, ma ormai largamente presenti nel mondo - che abbiamo sentito la necessità di promuovere questo incontro. Genova ospiterà il G8 nel 2001. È una sede ormai tradizionale dove i Paesi più forti del mondo comunicano tra loro sui grandi temi dello sviluppo e della sicurezza del pianeta. La sua agenda è un''agenda mondiale e non può essere diversamente. Il potere di questo consesso è enorme. Pensare che le sfide che tutti abbiamo di fronte siano affrontate senza di esso è irrealistico. Ma occorre essere franchi: le precedenti sessioni del G8 non hanno dato né risposte all''altezza dei problemi, né la sensazione che, prima o dopo, queste risposte verranno. Si può dissentire da questo giudizio e tuttavia non credo si possa dissentire dall''auspicio che gli otto grandi del mondo (che s''incontreranno a Okinawa e poi a Genova) si rendano conto che la complessità del mondo li travalica e che essi non potranno da soli - peggio ancora se contro - decidere il cammino comune degli altri cinque e più miliardi di individui. Noi non pensiamo che sia agevole trovare le soluzioni, ma siamo fermamente convinti che esse non possono essere trovate all''interno di una sola cultura, di una sola civiltà. Il G8 si riunirà e elaborerà le sue soluzioni, ma esso è l''espressione molto parziale del panorama mondiale. I suoi concetti di interesse, di sviluppo, di tempo, di spazio, di democrazia e diritti sono legittimi ma non necessariamente universali. Il G8 è troppo ristretto per rispondere ai quesiti mondiali. Le poche istituzioni sovranazionali sono troppo impegnate a discutere di finanze. Le Nazioni Unite sono troppo grandi e, come tali, per ora, non in condizioni di prendere decisioni. Forse è giunto il momento di discutere come costruire un organismo abbastanza rappresentativo del mondo e non troppo grande da impedirgli di funzionare come centro di elaborazione di decisioni comuni. Per esempio un consesso di due dozzine di Paesi che includa gli otto attuali, ma anche altri giganti del mondo, e i rappresentanti ''delle economie emergenti e di quelle che non riescono a emergere.

Noi pensiamo, in ogni caso, che altre culture, altre civiltà, non solo abbiano titolo per esprimersi, ma debbano necessariamente esprimersi. Altrimenti nel momento in cui affermiamo che la globalizzazione è un dato di fatto, negheremmo e contraddiremmo noi stessi agendo come se fossimo noi la globalizzazione tutta intera. Può darsi che da un confronto ravvicinato e davvero universale si giunga tutti insieme alla conclusione che bisogna cambiare, rallentare da qualche parte, riorganizzarsi dall''altra. Ma guai a farsi ingannare dai segnali altalenanti delle borse, che inducono spesso a ritenere passate crisi che invece si stanno aggravando. Le economie e i popoli si risanano dalle ferite molto più lentamente dei mercati finanziari.

Non è solo questione di democrazia internazionale. È un''esigenza operativa. L''assenza di istituzioni di reale governaza sovranazionale rende sempre più ardua la prospettiva di soluzioni consensuali. Peggio ancora, pochi sembrano rendersi conto che la crescente complessità dei problemi implica nuove soluzioni metodologiche, nuove idee, le quali a loro volta possono nascere solo da una ricombinazione del pensiero esistente (e delle tecnologie nuove di cui disponiamo e disporremo), attraverso l''interazione di culture diverse, conoscenze diverse, discipline diverse, valori diversi. Genova (e l''Italia) potrebbero diventare il luogo di una nuova fase della cultura dell''interdipendenza, cioè della riflessione attorno a una buona globalizzazione. E potrebbero essere, al contrario, uno dei luoghi dove si verificheranno gli scontri del futuro. Se accadrà la prima o la seconda cosa dipenderà da molte cose che devono accadere fuori da questa sala.

Ma anche da quello che ci diremo qui, oggi.

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