L''ex impero sovietico? Libero solo di essere più povero'

globalist syndication

globalist syndication

Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

Rivista LATINOAMERICA - TUTTI I SUD DEL MONDO n.75/76 3-4/2001
GME Produzioni, 2001

C''ERA UNA VOLTA IL "TERZO MONDO". C''era perché esisteva un "primo mondo" e un "secondo mondo". Il "primo" era il nostro, e lo è ancora. In quasi tutti i sensi. Il "secondo" era il cosiddetto "campo socialista". E non c''è più. Per lo meno non c''è più come "campo". Rimangono solo la Corea del Nord e Cuba, agganciate a quella costruzione ideologica. La Cina ha ancora un partito comunista al potere, ma il suo sistema economico è difficilmente definibile al momento attuale. Certo è un paese dove la proprietà privata dei mezzi di produzione sta superando o supererà "molto prossimamente" la proprietà pubblica, sociale, statale che dir si voglia. Quindi il "secondo mondo" non c''è più. Di conseguenza non c''è più neanche il "terzo mondo".

Potremmo chiamarlo "secondo mondo", ma non cambierebbe comunque granché. In realtà quest'' ultimo decennio che ci siamo lasciati alle spalle insieme al secolo XX, ha prodotto un trasferimento in blocco, quasi completo, del "secondo mondo" dentro il "terzo mondo", che adesso include i circa trecento milioni di abitanti dell''ex Unione Sovietica [salvo i paesi baltici], la Bulgaria, la Romania e tutta l''ex Jugoslavia [salvo la Slovenia].

Insomma gran parte del "secondo mondo" è stata assorbita, per così dire, dal "terzo". La cosa più sconcertante è che essa si è variamente suicidata, nella sua qualità di "secondo mondo". Perché? Perché sperava, suicidandosi, di diventare "primo mondo". E questa speranza fu lungamente alimentata dal "primo mondo", quando si prometteva libertà a costo zero a chi si fosse liberato definitivamente del comunismo.

Libertà più benessere, altrettanto a costo zero. Benessere rutilante di luci, suoni e colori, come quella profetica canzone di Lucia Dalla che diceva pressappoco così: «Caro amico ti scrivo, così ti distraggo un po'', e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò...». Il caro amico lontano pare fosse proprio un abitante del "secondo mondo" e forse anche del "terzo"al quale si faceva balenare fortemente l''idea che l''anno vecchio era ormai finito e al suo posto ci sarebbe stato un mondo dove era sempre festa, "tutto l''anno" e ci sarebbero stati non uno, ma tre Natali, e così via. Sono passati dieci anni e il Natale è rimasto uno solo. E per milioni e milioni, un numero crescente di persone, è festa tutto l''anno solo nel senso -molto poco gradevole- che non c''è da lavorare e quindi si resta a casa.

Questo è, più o meno, il quadro per circa mezzo miliardo di persone che vivevano, in varie condizioni, nei paesi del socialismo reale. I 145 milioni di russi, tanto per fare un esempio, sono precipitati alle condizioni di vita di quarant'' anni orsono. In tutti i sensi. Mangiano peggio di allora, quell'' allora che noi e loro ricordiamo come gli anni del deficit, della penuria. Sono curati incomparabilmente peggio di allora. Quelli che possono permetterselo. Gli altri muoiono, semplicemente, senza tante chiacchiere e proteste. Sono educati, si fa per dire, molto peggio di prima. E anche qui quello che prima era un diritto gratuito per milioni di studenti, è diventato un privilegio a pagamento per gli abbienti.

Se il professor Brunetta, economista very new, leggesse queste righe -e tanti come lui, a cominciare dal teologo Angelo Panebianco- replicherebbe che adesso, però, sono liberi. Liberi di viaggiare all''estero, finalmente, come turisti; con vetrine di negozi finalmente ripiene di ogni ben di dio; liberi di leggere e vedere tutti i programmi americani, la pubblicità americana, i film americani. L''elenco di queste libertà sarebbe lunghissimo. Se non fosse che, una volta liberatisi del comunismo, i 145 milioni di russi hanno cominciato a capire che la loro libertà di movimento non era poi così facile come era stato loro prospettato. L''Occidente li contingenta, non può permettersi il lusso di accoglierli tutti. Gli farebbe comodo, sotto un certo profilo, ma non può farlo sotto un altro profilo. Quindi in coda e zitti. È ben vero che si può andare in giro per il mondo come turisti, ma secondo le regole dell''Occidente che, guarda caso, non sempre e non necessariamente coincidono con quelle della libertà.

Qualcuno di quelli che stavano nell''ex Unione Sovietica trova ogni tanto il coraggio di sollevare qualche interrogativo. Per esempio questo: ma non ci avevate detto che le code non ci sarebbero più state una volta introdotto il mercato? E adesso dovremmo stare in coda per ottenere le libertà che ci erano state date come sicure? E gratis? Ma la maggior parte è ancora ipnotizzata dalle nuove vetrine dei grandi magazzini aperti dalle catene occidentali. E poi è come quando ti fanno firmare una polizza di assicurazione, ma non ti spiegano che laggiù, in fondo alla pagina [meglio se sul retro] c''è una lunga serie di codicilli, di "se" e di "tuttavia", che coprono quasi tutti i casi reali. Per cui il premio di assicurazione non lo prendi mai.

Le vetrine dei negozi sono sicuramente piene di cose, ma a prezzi così occidentali che solo un modesto [secondo autorevoli valutazioni russe e occidentali] 8% della popolazione se le può permettere. E questo molto modesto 8%, 10% in buona misura, sta quasi tutto a Mosca. Perché Mosca è stata ed è la sede della più grande e variegata banda di ladri che si sia mai riunita in un unico posto. E se stai a Mosca o a San Pietroburgo, hai davvero l''impressione che le cose non vadano poi così male. I negozi sono pieni di gente che compra, effettivamente, i prodotti d''importazione che la Russia [a dieci anni dalla fine del comunismo] ancora non riesce a produrre e con i quali non può competere. Ma è come se dentro la Russia ci fosse una città di dodici milioni di abitanti [la capitale, appunto] dentro la quale, come in un sistema di scatole cinesi, o di matrioshke russe, c''è un''altra città, composta da tre milioni di persone che rappresentano quello che noi chiamiamo il ceto medio, persone cioè che hanno redditi comparabili con quelli occidentali. Comparabili non significa uguali: significa, grosso modo, la metà di quelli italiani. Un introito di 500 dollari al mese, a famiglia, è un discreto viatico per entrare nei negozi di massa. Quello di 1000 dollari al mese è il lasciapassare per il turismo estero e per qualche sfizio, come un paio di scarpe italiane. Il lusso vale per i 600 mila ricchi [una città come Bologna] che si possono permettere tutto quello che vogliono. Ecco: a Mosca ci sono abbastanza negozi di lusso per soddisfare una città di miliardari delle dimensioni di Bologna. Ecco perché, stando a Mosca, si ha l''impressione che il capitalismo russo, finalmente, funzioni.

Impressione assolutamente errata, come le stesse cifre sopra ricordate dimostrano, ma che è quella che circola -chissà perché?- sui giornali occidentali, compresi quelli italiani. Ma basta andare a 200 chilometri da Mosca... Ma che dico? Basta andare a Tekstilshiki, che sta alla periferia, per rendersi conto che i salari medi, quelli veri, quelli che valgono per il restante 90% della popolazione russa, sono tra i più infimi del mondo: 35 dollari al mese, un dollaro al giorno. Vien subito da esclamare: ma questo è terzo mondo! Lo è, con le avvertenze di cui sopra.

La Russia è precipitata in fondo alla classifica mondiale -stilata dall''United nations development program- per quasi tutti i principali indicatori economici e del tenore di vita. A cominciare da quel terrificante calo dell''aspettativa media di vita alla nascita che, in pochi anni di capitalismo "russian style", ovvero Eltsin style, ha visto ridursi le speranze di vita dei russi maschi da 64 a 59 anni. In Ucraina e in tutte le repubbliche asiatiche ex sovietiche la situazione è peggiore. In Georgia l''aspettativa media di vita alla nascita è precipitata addirittura a 56 anni. In Azerbajgian il dato non è disponibile, il che significa che è l''aspettativa é peggiore. E così via peggiorando.

In Russia, unico tra i paesi industrialmente considerati come avanzati, il saldo della popolazione è negativo consecutivamente da otto anni, cioè da quando hanno cominciato a farsi sentire gli effetti della "cura" somministrata dal "consenso washingtoniano". Nella prima metà del 2001 la popolazione russa è scesa di 458.400 unità [-0,3%] a un totale di 144,4 milioni. Nella prima metà del 2000 il calo era stato di 425.400 persone. Ogni anno, all''incirca un milione di persone in meno. Non compensato da fenomeni di immigrazione. Il che è chiaro: nessuno cerca di andare dove si sta male. Ma gli effetti di lunga durata di una situazione in cui i morti che sono circa il doppio dei nati e per un periodo prolungato autorizzano una previsione molto grave circa i destini del popolo russo. Tra vent'' anni, proseguendo con questi ritmi di degrado demografico, sanitario alimentare -calcola Aleksandr Zinovievla popolazione russa scenderà al di sotto di 80 milioni.

Con effetti "collaterali" di gigantesche proporzioni. Per esempio la inevitabile conseguenza della perdita di enormi estensioni di territorio. L''intera Siberia, l''estremo oriente russo, non potranno restare terre russe per la semplicissima ragione che non vi saranno abbastanza russi per popolarle. Già oggi la fuga dal Grande Nord e dal Grande Est del paese avviene a ritmi di 200 mila persone all''anno. Restano i vecchi. La popolazione dell''estremo oriente russo è ormai ridotta a circa 6-7 milioni di abitanti. Dall''altra parte della frontiera ci sono almeno 150 milioni di cinesi che aspirano a quelle terre ricche di ogni materia prima. Khabarovsk, la più grande città dell''estremo oriente russo, sulle rive del fiume Amur, è già per metà cinese.

Hanno pensato a questi effetti collaterali i "riformatori" russi e i loro consiglieri occidentali? Pare di no. O forse si.

In questo disastro immane, che si consuma sotto i nostri occhi, c''è un paradosso. Che, appena rilevato, si mostra come solo apparente: nell''ultimo anno e mezzo gl''indici economici principali, come la produzione industriale e quella agricola [pur prendendo con le pinze le statistiche ufficiali sono in crescita di nuovo, per la prima volta da un decennio di crollo. Qualcuno già si affretta a dire che, finalmente, la fine del tunnel è in vista e si va verso la normalità, dimenticando di rilevare che questi pochi segni di miglioramento sono effetto essenzialmente della re introduzione da parte del governo di Putin di una serie di misure protezionistiche [a difesa della produzione industriale e agricola] e, parallelamente, sono effetto del tremendo crollo del rublo e del sistema finanziario russo provocato nell''agosto 1998, che finì per rendere la Russia insolvibile, e per impedire agli speculatori la prosecuzione della politica di acquisto massiccio di beni di consumo, durevoli e non, sul mercato occidentale. Non era più possibile perché non c''erano più soldi per acquistare. Per cui diventò indispensabile ricominciare a produrrequalcosa in casa propria, autarchicamente. Ecco la ragione della ripresina, che contraddice platealmente tutte le ricette che il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale tutti i consiglieri occidentali hanno cercato di imporre alla Russia nel decennio che ha fatto seguito alla fine del comunismo. Aprite le vostre frontiere, privatizzate, smantellate ciò che avete, eliminate le tariffe all''entrata. Vedrete che le vostre imprese diventeranno forti o crolleranno. Quelle che crollano, intanto, non sarebbero state all''altezza della concorrenza. Alla fine questa ricetta da cavallo ha fatto crollare industria e agricoltura, ma ha prodotto profitti cospicui per gli esportatori occidentali. A tal punto che viene il sospetto se i consigli e le prescrizioni tassative non fossero finalizzati a entrambi i risultati.

Comunque la ripresina c''è. Può durare? È arduo sperarlo, almeno fino a che gli investimenti non torneranno con il segno più. Da dieci anni in Russia nessuno più investe. Il ritardo accumulato durante gli anni comunisti si raddoppia con il ritardo attuale. Ci vorrebbero trent''anni e 100 miliardi di dollari. Che non ci sono, o, per meglio dire, ci sono, ma sono all''estero e non torneranno perché la globalizzazione americana permette loro di rimanere dove sono e di fruttare come fruttano, speculativamente, mille volte più di quanto frutterebbero se investiti in Russia.

E continuano a uscire, nonostante le dichiarazioni di lotta alla corruzione di Vladimir Putin. Secondo gli ultimi dati -offerti dagli osservatori finanziari occidentali- nell''anno 2000 sono usciti dalla Russia altri 25 miliardi di dollari: oltre due miliardi di dollari al mese. Tutto questo, quindi, vuol dire che i capitalisti russi finalmente esistono, ma lavorano contro la Russia.

'