L''inganno quotidiano - I media, l''informazione e i diritti umani'

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

Intervista a G. Chiesa

a cura di Stella Acerno
FRATELLI FRILLI EDITORI Genova 2004


Le questioni legate ai diritti umani attualmente fanno parte dell''informazione ma non ne rappresentano l''elemento motore. Perché non possono diventarlo?

Dire che i diritti umani devono essere il motore dell''informazione non è accettabile da un punto di vista giornalistico. Il motore dell''informazione è un altro, ed è quello di dare delle informazioni corrette su tutta la realtà. Tra i diritti umani c''è ovviamente il diritto all''informazione che è senz'' altro da tutelare, poi ci sono mille argomenti che riguardano l''informazione e che non necessariamente appartengono alla categoria dei diritti umani. È importante sottolineare questo aspetto. Altrimenti entriamo in una logica comprensibile ma da specialisti. Capisco che per chi si occupa di diritti umani questa materia diventa centrale, ma l''informazione riguarda cento argomenti diversi, molti dei quali con i diritti umani non hanno nulla a che fare. Quindi non si può certo pensare che essi debbano diventare il motore dell''informazione. Il motore dell''informazione è esattamente l''informazione.

L''agenda dei diritti umani e quella dei media non coincidono. Lei è d''accordo?

Certo.

Non riuscire a produrre un''informazione migliore sui diritti umani, che riesca a spiegare al pubblico meglio il senso degli avvenimenti, è una negligenza professionale o morale?

È una negligenza culturale soprattutto, oltre che naturalmente professionale. Il primo diritto umano fondamentale è quello alla vita: se tu dai un''informazione in guerra in cui prescindi dal diritto umano alla vita, dai un''informazione tendenziosa. Qui entriamo nel campo di una vecchia polemica tra diritti civili e diritti di libertà, tra diritti vitali come mangiare, bere, avere un lavoro e diritti invece più spirituali come la libertà di espressione e di parola. Tra questi due tipi di diritti c''è sempre stata una grande disputa. È evidente che una parte per esempio dell''informazione occidentale è tutta centrata sul diritto all'' espressione del voto, al diritto di parola, di riunione, assembramento, mentre diritti più vitali, come diritto alla casa, al lavoro e alla sanità sono considerati di secondo piano. Su questo molti non sono d''accordo. Allora gran parte della discussione sui temi dei diritti umani sui giornali occidentali verte sul primo tipo di diritti, mentre lascia molto in disparte il secondo tipo di diritti. Quando dico che i sistemi mediatici si occupano assai poco dei diritti vitali della gente, è perché questi secondi diritti vitali sono lasciati in secondo piano. Crudamente parlando, il fatto che quasi tutti i giornali si dimentichino che i morti iracheni valgono tanto quanto i morti occidentali è un fatto importante. Sembra quasi che un morto del Bangladesh valga meno di un morto americano. Eppure è così, lo sappiamo. E questo è un modo per violare clamorosamente i diritti umani.

Cosa si può fare di fonte al rischio di anestesia della coscienza del pubblico, provocato da un eccesso di notizie di guerra, uccisioni indiscriminate di civili, mancanza di rispetto dei diritti dell''uomo? Chi ha il compito di rimuovere questo stato di cose: chi fa informazione, chi è preposto alla formazione, o entrambi?

Entrambi. Non è una questione che possa essere trattata in modo unilaterale. In realtà la percezione dei diritti umani è il risultato di una determinata società ed ogni società ne ha prodotto uno che è il vettore finale di tanti fattori, tra i quali partecipano: il sistema del!''informazione, il sistema dell'' educazione, il sistema della formazione, il sistema della organizzazione della società civile, il sistema istituzionale. Tutte queste componenti concorrono all''esito finale, non uno solo quindi, ma tutti insieme. Di fatto in ogni paese è presente questo risultato. Gli Stati Uniti ne hanno uno, l''Europa ne ha un altro, la Cina ne ha un terzo. Praticamente ogni grande agglomerato culturale ha una sua percezione dei diritti umani differente dagli altri, il che dimostra che si tratta di grandi correnti culturali che si esprimono in questo modo, attraverso la percezione appunto dei diritti umani. Si tratta di grandi opzioni culturali e come tali è ovvio che non solo il sistema informativo è responsabile di questo livello, ma lo è l''intera società e la sua organizzazione.

La cultura dei diritti umani dovrebbe passare attraverso la scuola e formare cittadini che siano anche in grado di leggere e analizzare criticamente i media. Ma questa è una operazione formativa e culturale che richiede strumenti di lavoro adeguati. È d''accordo?

Naturalmente sono d''accordo. Penso che in questo momento, e sempre di più in futuro, sia più importante insegnare a leggere la televisione piuttosto che i giornali. Ma è chiaro che per questo ci vogliono delle strumentazioni. Non si può insegnare la lettura dei media in generale senza gli strumenti. Nel caso dei giornali bisogna avere i giornali, nel caso della lettura dei sistemi mediatici più complessi, bisogna avere degli strumenti che siano in grado di recepirli e di trasmetterli. È chiaro che per un'' operazione del genere le scuole non sono attrezzate e dovrebbero esserlo. La mia opinione è che certi temi devono diventare addirittura materia di studio. La lettura dei linguaggi di comunicazione per esempio dell'' "homo videns" è una materia di studio, o dovrebbe essere una materia di studio fondamentale per l''uomo moderno. Ormai noi siamo entrati in una "mutazione antropologica come dice Giovanni Sartori, che è quella dell'' "homo videns", e per questo noi abbiamo una popolazione che è culturalmente e strutturalmente impreparata. Questo è uno dei gravi punti del nostro futuro e io ritengo che sia da porre al centro dell''attenzione.

Potrebbe essere realizza bile un progetto educativo che vede interagire varie realtà e soggetti diversi che si occupano rispettivamente di scuola, informazione, difesa dei diritti umani?

Sì, questo è possibile.

Il progetto "Genova 2004-la cultura dei diritti umani" si propone di diffondere nella scuola strumenti di analisi - per imparare ad interpretare i media su questi temi - che non possono essere forniti in altro modo, né dai media stessi, che non possono ovviamente autoanalizzarsi, né dalla scuola italiana, che non li possiede ancora. È un obiettivo raggiungibile secondo lei?

Sì. Ma naturalmente non si tratta solo di un problema tecnico. È un problema politico e culturale rispetto al quale il discorso non può riguardare solo la scuola. Io parto dal punto di vista che il diritto all''informazione è un diritto fondamentale in una società moderna che tutela la democrazia. Senza il diritto all''informazione, senza il rispetto del diritto all''informazione non c''è più neanche la democrazia, figuriamoci se c''è il rispetto dei diritti umani. Non ci sarebbe più semplicemente la democrazia. Non si può votare se non si sa come stanno le cose. Non ci può essere democrazia se il popolo non è adeguatamente informato. Ritengo che questo tipo di battaglia sia fondamentale ma che non si possa svolgere soltanto nelle scuole. Deve diventare un elemento centrale della formazione umana nella società e anche nelle sue istituzioni. Il problema è molto più vasto, e va oltre la diffusione nelle scuole di contenuti come questi. È un problema che attiene direttamente alla fisionomia delle società democratiche moderne.

 

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