Parlare di guerra

medici obiettori

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

in REGALIAMOCI LA PACE
di Federica Morrone
Ed. Nuovi Mondi, 2002


Parlare di guerra, oggi, equivale a parlare di informazione. Perché le guerre si preparano, si organizzano e si combattono con l''informazione. E le si vince, anche quando le si perde, se si ha l''informazione dalla propria parte.

Questo significa che i giornalisti, molti giornalisti, commentatori, operatori, fotografi, sono arruolati in servizio permanente ed effettivo. Non sparano, non è questo che si chiede loro, ma sono responsabili direttamente degli eventi di guerra: per come li preparano, per come li descrivono, per come li tacciono.

Le ultime tre guerre del nuovo secolo, Jugoslavia, Afghanistan, Iraq prossimo venturo, sono state organizzate e combattute con la complicità del giornalismo. Si poteva evitare questa ignominia? La si sarebbe potuto almeno limitare se i giornalisti stessi non si fossero prestati ad avallarla: per ignoranza, in molti casi, per pigrizia, per servilismo a fini di carriera, per paura di arrivare secondi, per conformismo. C''è molto da fare, e da riflettere, di fronte a una tale, generalizzata rinuncia alla deontologia professionale del bel tempo antico. Rinuncia, anche, alla dignità personale.

''Il fatto è che la gestione delle guerre, quella mediatica, è solo un sottoinsieme della mistificazione generalizzata della realtà. Una tale caricatura della realtà, e della verità, non sarebbe possibile se il sistema mediatico (televisione prima di tutto) non avesse già sperimentato e applicato da tempo una logica delle "comunicazioni" che rovescia tutte le regole. Il "trucco" è, in fondo, piuttosto semplice: basta mettere al centro dell''attenzione le cose secondarie e relegare sullo sfondo, quando ancora vi rimangono, quelle essenziali. Dalla scena devono comunque sparire quelle realmente importanti, quelle che consentono di capire cosa accade, quelle che toccano davvero gl''interessi collettivi, quelle che decidono del nostro futuro.

Basta deformare e storpiare le notizie, basta drogarle con eccessi di sentimentalismo, basta che non siano uguali alle cose vere, basta stravolgere un dramma sociale in un dolore individuale, senza senso e senza tempo. Basta disseminare le notizie vere in un mare di non notizie, in modo che lo spettatore e il lettore non possano distinguerle dalle non notizie. Basta trasformare notizie hard (spiacevoli, difficili da digerire) in notizie soft (piacevoli e leggere, oppure lacrimevoli e superficiali). Basta collocare il vero, il semivero, il falso, dentro contenitori di evasione, mescolandoli inesorabilmente con dosi da cavallo di pubblicità - quint''essenza del falso. Il cocktail che il telespettatore è costretto a ingoiare (costretto perché tutte le televisioni ne producono uno solo, essendo alleate nella creazione di consumatori rimbecilliti) è inevitabilmente, sempre, una telenovela.

Io non so se tutti coloro che fanno tutto questo si rendano conto pienamente del danno che producono. Anche ai loro figli, soprattutto ai loro figli. Ma una cosa è ormai accertata: in questo modo si preparano pubblici condizionabili a piacimento.

Fuori da questa favola, volta a volta zuccherosa, insulsa, o terrificante (a seconda di quel che serve a coloro che la confezionano) c''è il buio nero del mondo che non si conosce. Da quel mondo vengono fuori rumori strani, inspiegabili (e come può essere altrimenti, date le premesse?), che fanno paura. E da quel mondo che scaturisce, talvolta, una violenza vera, distruttrice, feroce, che non sappiamo spiegare. E allora reagiamo come i cani impauriti, abbaiando, ringhiando, mordendo alla cieca. "Bisognava pur fare qualcosa!", mi disse una signora con carrozzina una mattina, mentre scorrevano sullo schermo le immagini dei bombardamenti sull'' Afghanistan.

Ci trasformano in cani arrabbiati. E non c''è spazio per la democrazia in un canile.

Karl Kraus, "Gli ultimi giorni dell'' umanità" Adelphi, pago 198. Scritto nei giorni della prima guerra mondiale.

"Si penserebbe che un'' esperienza ormai abbastanza ricca in questo campo abbia finalmente fatto capire a chi ordina la strage aerea e a chi la deve eseguire che, quando si mira a colpire un arsenale, regolarmente viene centrata una camera da letto e, invece di una fabbrica di munizioni, una scuola per fanciulle.

L''esperienza ripetuta gli avrebbe dovuto insegnare che è questo il risultato di quegli attacchi che poi commemorano con l''orgogliosa dichiarazione di aver centrato un obiettivo con le loro bombe".

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