Quando le parole non bastano

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

Intevista a Giulietto Chiesa

in QUANDO LE PAROLE NON BASTANO
Angela Lano, Emi, 2003


14 ottobre 2002. Torino. Scuola per l''Alternativa. Salone delle Missioni Consolata. Ore 21. Mille e duecento persone ascoltano in silenzio, attentissime.

«Questa sera tornerete a casa più inquieti di quando siete arrivati, perché le cose che vi dirò non sono affatto piacevoli da sentire: sono gravi, forse le più gravi della nostra vita. Della mia sicuramente e, immagino, di quella di molti di voi.

Siamo ad un cambio d''epoca, enorme, immenso, che non ha precedenti nella storia di questo secolo.

La cosa più terribile di tutte è, forse, che gran parte di noi non se ne rende conto e quindi fatica a capire che cosa deve e può fare».

Giulietto Chiesa, giornalista de «La Stampa», ormai in pensione, 63 anni, impegnatissimo tra articoli e conferenze, riesce sempre a catalizzare l''attenzione della platea. Dovunque vada, e gli incontri a cui ha partecipato dalla fine del 2000 in poi sono davvero tanti. Centinaia, con medie di sei-sette al giorno. È un bisogno di raccontare il suo, di spiegare, di ridestare gli altri dal sonno confortante ma fuorviante dell''illusione. Del benessere, dell''opulenza, dello sviluppo economico eterno e senza limiti. Delle guerre asettiche. Lontane. Giuste. Liberatrici. Portatrici di democrazia e di pace. Senza morti veri, ma solo "effetti collaterali" giustificati perché inevitabili per il raggiungimento degli "obiettivi" della "missione umanitaria".

Quelle di Chiesa sono parole che scuotono le coscienze, che creano reazioni. Anche di rifiuto, di insofferenza, da parte di chi preferisce pensare che il mondo sia nettamente diviso tra Buoni e Cattivi, e che i primi risiedano tutti in Occidente, e gli altri sempre nella parte opposta del mondo.

«Esordisco così perché non vado in giro a vendere speranze. Credo che questo sia il momento di dire tutto quello che si pensa, anche se è poco gradevole. Così deve essere, perché stimola. Ci aiuta a capire dove siamo. Ma dove siamo?

Siamo entrati in guerra e non sto parlando della guerra irachena. A mio giudizio siamo entrati in guerra già nel 1999; e con quella contro l''Iraq siamo alla terza guerra preparata prima dai mezzi di comunicazione e poi dalle armi e dalle bombe.

Le ultime tre - Kossovo-Jugoslavia, Afghanistan, e quest''ultima contro l''Iraq - sono guerre allestite dal sistema mediatico.

Per la prima volta in modo determinante, perché nonostante i media siano sempre stati presenti nel corso dei conflitti, questi ultimi sono costruiti attraverso il sistema della comunicazione.

Una delle novità da comprendere è che questo sistema è il vero luogo della politica: è lì che si vinco­no o si perdono le guerre. La seconda è che le abbiamo già perse. Noi tutti che siamo qui, non Milosevic, non Osama Bin Laden, noi le abbiamo perdute queste guerre. E questa terza guerra ci apprestiamo a perderla di nuovo, anche se una parte dell'' opinione pubblica di questo Paese comincia a dare segni di risveglio. Capisce, intuisce, si ango­scia perché avverte che qualcosa di gigantesco si sta rompendo. Anche se non ha le spiegazioni, le chiavi di lettura, percepisce che siamo dentro un dramma di dimensioni epocali.

Tutto il sistema dei media ci trasmette un mondo che non è quello reale. Quella che ci arriva attraverso l''immenso fiume della comunicazione, cominciando dalla televisione, come tutti sappiamo, non è la dimensione della realtà. Bisogna che ci pensiamo un po''.

Voi 1''avete vista la guerra afghana: ottobre, novembre, metà dicembre del 2001? E se vi dicessi che avete visto una guerra che non esisteva? Cosa pensereste?

Li avete visti i cacciabombardieri? E sì! Li avete visti i mujaheddin che sparavano colpi di bazuka sulle trincee? A ottobre, novembre non c''erano affatto.

Eppure tutte le sere, su tutti i canali della televi­sione italiana, avete assistito ad una guerra che non esisteva!

Arrivavamo sulla linea del fronte quasi tutti i giorni, due o tre giornalisti - Vauro, io, Remondino. Spesso c''era un grande silenzio, non un colpo di pistola. Salivamo per le trincee per vedere dall''altra parte dove stavano i mostri, i talebani e col binocolo guardavamo tutti i giorni per vedere quello che succedeva, ma non accadeva nulla! Alle nostre spalle, a cinquecento, seicento metri dalla linea del fronte, bambini di tre, quattro anni camminavano nei campi a raccogliere un poco di granturco e di uva bianca e dolce.

All''improvviso arrivava una troupe televisiva, e con camionette veloci saliva nelle trincee e chiedeva ad un gruppo di mujaheddin: "Dai spara un colpo". E questi, quasi sempre gratis, si mettevano il bazuka in spalla, miravano e sparavano davanti alle telecamere. "Bum!", una bella nuvola di polvere, qualche grida, poi se ne andavano via.

Alla sera tornavamo nell'' ospedale di Emergency, dove eravamo alloggiati grazie alla generosità di Gino Strada, e poiché c''era il generatore di corrente, guardavamo la televisione. E vedevamo la guerra. La guerra di quel colpo di cannone con il commento che l''accompagnava, che spiegava che c''erano stati dei combattimenti, che lì c''erano dei morti, che là ce n''erano altri.

Ma quella guerra non era vera! Voi l''avete vista per mesi interamente costruita in modo artificiale. Posso affermarlo con certezza perché ne sono stato testimone e con me altri colleghi.

Tutti quei giornalisti, quegli inviati al fronte che si sono inventati la guerra, dovrebbero essere cacciati via dai loro incarichi di responsabilità. E così i direttori che hanno fatto passare quelle immagini. Ma ognuno è al proprio posto.

In questo modo, insieme all''informazione ci stanno portando via la democrazia. E lo fanno costruendo per una meravigliosa macchina dei sogni dove non c''è spazio per le cose vere, per i problemi veri, o se c''è è soltanto marginale, da consentire di poter affermare che esiste un certo pluralismo. Ma sono loro a decidere i messaggi. Che sono quelli che entrano nelle teste della gente, tutti i giorni e da tutti i canali. E noi commettiamo l''imperdonabile errore di ritenere che, poiché si tratta di immagini, non lascino il segno.

Ma perché siamo entrati in guerra?

Perché è la risposta alla fine della globalizzazione. La globalizzazione americana è finita. Quella che ha caratterizzato lo sviluppo del mondo in questi ultimi vent''anni è stata una globalizzazione americana: l''hanno creata gli USA a loro uso e consumo. Ebbene, già nel 1999-2000 era finita.

Noi ce ne siamo accorti soltanto 1''11 settembre del 2001. Tardi, perché non ce l''hanno voluto dire. Noi abbiamo saputo che l''America è entrata in recessione il 13 novembre del 2001, e il 13 novembre è successivo all'' 11settembre. Ma ci hanno anche detto, quasi di sfuggita, che l''America era entrata in recessione dall'' aprile del 2001. E io, quando ho letto questa notizia, mi sono chiesto: "Ma che diavolo sta succedendo?". Lo sapevano da otto mesi e ce l''hanno detto in ritardo? Aprile viene prima dell''Il settembre. lo penso che esista un rapporto tra queste date. Nel 2001 Alain Greenspan, il capo della Federal Reserve, ha abbassato per undici volte di seguito il tasso di sconto, cioè il costo del denaro negli USA. Ciò non era mai accaduto. Lo ha fatto perché cercava di rimettere disperatamente in moto la macchina americana, ma non ha avuto successo. L''America è in recessione.

Le cifre ci dicono complessivamente che tutto l''Occidente è fermo: il Giappone lo è da dieci anni, l''Europa cresce asfitticamente dello 0,8-0,9 per cento.

Ma poiché ci hanno spiegato per anni che il modello degli Stati Uniti d''America doveva essere imitato da tutti, che non c''era niente di meglio, che quello era il più straordinario, il più dinamico, il più duttile, è ciò che abbiamo cercato di seguire tutti quanti.

Chi l''ha fermato?

C''è un grande movimento operaio mondiale che ha scioperato contro la globalizzazione? Ma neanche per sogno!

C''è un''Unione Sovietica che minaccia l''egemonia americana? Neanche per idea.

E allora, come mai si è fermato?

Si è fermato perché si è rotto, da solo. E ciò che sta accadendo è che il gruppo dirigente degli USA sta pensando di rimetterlo in moto militarizzando il pianeta.

Ma non è ancora la spiegazione finale. Sappiamo che tutti questi anni hanno prodotto un aumento della povertà nel mondo; naturalmente loro dicevano il contrario, ma adesso sappiamo che non è così: in questi ultimi vent''anni la gente si è impoverita di più, non si è arricchita.

Il PIL dei paesi sviluppati industrialmente negli ultimi dieci anni è cresciuto di 7 mila miliardi di dollari. Ma ottanta paesi nel mondo, come si è detto a Johannesburg, si sono impoveriti, paesi con una popolazione pari a 2,5 miliardi di abitanti.

Tutto questo è vero: la differenza e le diseguaglianze sono aumentate a dismisura.

Una delle ragioni per cui la FIAT è crollata è che pensava di avere mercati di sviluppo nel Terzo Mondo: in Asia, in Africa e nell''America Latina, dove si sarebbero potute vendere tante auto quante se ne sono vendute negli anni precedenti in Europa. Ma questo non è avvenuto. E sapete perché? Perché la globalizzazione che noi abbiamo vissuto è stata così di rapina da impedire perfino la crescita dei ceti medi capaci di comprare automobili. Abbiamo sot­to gli occhi l''esempio della Russia: l''abbiamo trasformata da paese del socialismo reale a paese del capitalismo. Dove sono i ceti medi, le persone che possono comprare le auto? Non ci sono perché tut­ta la ricchezza è nelle mani di trenta uomini che possiedono capitali che non possiamo immaginare, superiori persino a quelli dei ricchi americani.

Chi li ha fatti diventare così? Noi. Cosa ci aspettavamo, che crescessero i ceti medi e comprassero le auto FIAT?

Questo è un modello senza prospettive, senza destino, ed è finito nel 1999. E adesso i signori di Washington non ne hanno in mente un altro se non quello di "militarizzare" il pianeta, e allo scopo va bene anche Osama Bin Laden. Per questo motivo non mi convince ciò che hanno raccontato sull'' 11 settembre.

La globalizzazione è fallita e si è trasformata in guerra. In realtà il problema è più grave e più grande: noi siamo arrivati contemporaneamente alla fine del secolo e ai limiti dello sviluppo. Questo ce lo dimentichiamo spesso, o non 1''abbiamo ancora capito. Il cambio d''epoca sta nella fine dello sviluppo, nell''aver raggiunto il limite sopportabile dal pianeta.

Noi ricchi siamo meno di un miliardo di persone, gli unici che si sviluppano (adesso siamo fermi), ma da soli abbiamo già inquinato il pianeta.

Dall''altra parte, apparentemente lontano, un paese che da oltre vent'' anni cresce ad un tasso medio annuo di sviluppo dell''8-9% del suo PIL. Chi è ? La Cina.

E qualcuno che sta sul ponte di comando e che ha le stesse informazioni che ho io, anzi ne ha molte di più, ha fatto i suoi calcoli. È chiaro, assolutamente incontestabile. Se 1 miliardo e 200 milioni di persone cominciano a consumare tanto quanto noi occidentali consumiamo oggi, a volere tante automobili quante ne abbiamo noi, a volere appartamenti da 100 mq. per piccole famiglie come le nostre, e quindi a costruire intere megalopoli come quelle che ho visto sorgere a Shanghai e a Pechino, che cosa succederà nei prossimi anni? Reggerà questo pianeta all''impatto di 1 miliardo e 200 milioni di cinesi che vorranno consumare quanto noi? Non reggerà. Lo sappiamo già adesso. E se dall'' altra parte del1''oceano un presidente si alza e dice: "Il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile", questo cosa significa?

Significa, molto semplicemente, che ci stiamo ap­prestando a combattere la più grande guerra di tutti i tempi. Contro la Cina. Il vero obiettivo, infatti, non è Osama Bin Laden. Se gli Stati Uniti, nel 2002, hanno stanziato 500 miliardi di dollari per la difesa e si predispongono a costruire un sistema spaziale nuclearizzato intorno alla Terra, pensate che sia per combattere il terrorismo internazionale? In realtà si stanno preparando a qualcosa di molto più grande. Al momento in cui sarà possibile dire ai cinesi: "No, per voi non c''è spazio, c''è solo se accettate insieme agli altri 4 miliardi di abitanti del globo di consumare quanto consumate adesso. Non vi consentiamo di mettere sotto negoziazione il tenore di vita del popolo americano. Non vi consentiremo di dirci quanta energia dobbiamo utilizzare e quanto non dobbiamo inquinare". Ed è questo che pensa George Bush e tutto il suo apparato. E lo dicono persino.

Perché altrimenti che significato avrebbe quella frase che continuano a ripetere: "Noi ci apprestiamo ad una guerra lunga, ad una grande guerra che durerà un''intera generazione". Che cosa significa?

Ci stanno dicendo che sia io sia voi moriremo in condizioni di guerra. E come mai sarà così lunga? Per combattere Osama Bin Laden, il terrorista in­ternazionale?

Mi sa che qui c''è qualcosa che non funziona. Si vogliono preparare all'' eventualità in cui un dirigen­te cinese del 2017 (anno in cui il Pentagono ha stabilito che la Cina sarà diventata il nemico vero dell'' Occidente, cioè degli Stati Uniti), si alzerà per dire: "No, un momento, noi vogliamo l''energia, come l''avete avuta voi". Allora sarà guerra. Gli USA si stanno armando, per diventare tanto forti e potenti da impedire che qualcuno, in Cina, possa chiedere: "Perché a voi sì e a noi no?".

Ecco verso cosa ci stiamo dirigendo. E questo significa che se noi vogliamo vincere qualche piccola battaglia o se vogliamo impedire che vengano scatenate le guerre, dobbiamo affrontare "una grande riforma intellettuale e morale di tutto l''Occidente".

Dobbiamo decidere, noi, voi, ora, anche qui in Italia, se vogliamo accettare la soluzione che ci stanno preparando, oppure se vogliamo proporre un''alternativa in cui costringeremo i nostri governanti a togliersi le armi dalle tasche e a metterle per terra. E se decideremo di sedere attorno ad un tavolo insieme agli altri popoli del pianeta e di affermare: "Bene, le risorse sono quelle che sono, noi dobbiamo discutere ora come dividercele, fraternamente, civilmente, nella pace e nella concordia internazionale.

L'' altra alternativa, naturalmente, è la guerra. E nessuno si faccia illusioni. Noi possiamo vincere o perdere, possiamo massacrarli o impedirgli di combattere, la questione vera è che noi, alla fine, avremo perduto tutto ciò che ci è più caro: la democrazia, la libertà, i diritti, la dignità, l''onestà e l''intelligenza».

Un attimo di silenzio disorientato, pensieroso, e poi uno scro­scio di applausi accoglie le parole del giornalista. Il fiume di persone che riempie il salone, le scale e i corridoi defluisce a fatica verso la strada, in un brulicare di parole, emozioni, com­menti. La sensazione comune non è di scoraggiamento, ma di determinazione, di voglia di cambiamento, di lotta. E di giustizia.


Aprile 2003. Domenica delle Palme. Giulietto Chiesa racconta, dall''altro capo del telefono, nello studio della sua casa romana, la sua vita di giornalista in continuo movimento per le piazze e le sale di tutta l''Italia e del mondo., Il suo è un impegno a tempo pieno, giornalistico ma soprattutto "educativo".

«Ho iniziato la carriera giornalistica tardi, nel 1979. Prima sono stato funzionario di partito nella Federazione giovanile comunista e poi nel Partito comunista. Sono stato studente di Fisica all''università di Genova, ma non mi sono mai laureato.

Sono stato nominato corrispondente da Mosca subito dopo essere diventato giornalista: ero all''Unità. Mi sono fermato a Mosca per otto anni, poi sono andato un anno negli Stati Uniti, al Wilson Center di Washington presso l''Istituto di studi russi avanzati. Durante il mio soggiorno ho scritto il libro Transizione alla democrazia, tradotto in varie lingue; poi sono tornato a Mosca, per altri dieci anni, ma come corrispondente de «La Stampa». Insomma, ho passato vent'' anni della mia vita in Russia: è stata la parte più importante, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano.

Ora sono in pensione, e dunque, "autonomo", ma continuo a collaborare con «La Stampa» per i fatti di politica internazionale. Mantengo un rapporto continuativo con la Russia, sia perché lavoro con Gorbaciov, di cui sono molto amico, sia perché è un punto di osservazione molto importante. Inoltre, collaboro con «il manifesto» e una ventina di altre riviste e giornali, tra cui «Missioni Consolata», sia in Italia sia all''estero. È una mole di lavoro terrificante. A questo si devono aggiungere le conferenze: circa 222 dall''inizio del 2002 a oggi - una media di sei-sette alla settimana».

Possiamo dire che si tratta di una specie di "missione"?

«Io sono molto preoccupato per come sta andando il mondo e poiché mi sembra di aver compreso alcune delle dinamiche attualmente in atto, studio, leggo, faccio il sarto - ritaglio e cucio le notizie importanti (che è difficile trovare, perché sono messe negli angoli) - e scopro delle verità inquietanti. Alcune di queste mi hanno consentito di prevedere con largo anticipo alcuni eventi successivi: la guerra in Afghanistan, quella in Iraq. Mi chiedo però come mai io veda cose che gli altri non vedono. E mi do una semplice risposta: non le vogliono vedere. Con ciò non voglio dipingermi come un profeta: io leggo gli eventi e li metto insieme e capisco ciò che sta per accadere. E poiché vedo delle cose terribili, mi sono detto che vale la pena di impiegare il mio tempo per cercare, il più in fretta possibile, di spiegare alla gente la situazione in cui viviamo.

Milioni di persone non sanno nulla, vivono dentro a un sogno, sono vittime anche loro. In Italia c''è una certa consapevolezza, per via della sua tradizione democratica, c''è un alto numero di persone capaci di reagire positivamente. Infatti è nato un vasto movimento contro la guerra, reattivo e vigile nonostante la manipolazione potente dei mezzi di informazione. È in atto uno scontro tra forze democratiche e forze manipolatrici: le prime si moltiplicano mentre le seconde tendono a diventare sempre più asfissianti e sempre meno credibili. Gli argomenti portati a sostegno della guerra irachena erano talmente ridicoli e bugiardi che risultavano anche poco convincenti.

Naturalmente il gruppo al potere attualmente in Italia ha in mano tutte le televisioni e quasi tutti i giornali più importanti ed è chiaro che una certa influenza la esercita, soprattutto su quei milioni di persone che non hanno ancora potuto capire che cosa sta accadendo. Ed è per questo che giro per l''Italia» .

E la soddisfazione del nostro Primo Ministro alla vittoria degli "alleati" nella guerra contro l''Iraq?

«Niente di più vigliacco che combattere contro quelli che non si possono difendere!».

E il grande appoggio che la popolazione statuniten­se ha offerto e continua a offrire al proprio presiden­te, George W Bush, nella sua politica di intervento armato contro altri Paesi?

«La grande massa del popolo americano è stata da tempo "lobotomizzata" dalla televisione, e questo la dice lunga sul fatto che non siano più in grado di reagire razionalmente. Ed è una vera tragedia per loro. Sono stati terrorizzati dall''11 settembre, ma forse anche da prima. È un popolo trascinato alla violenza e all''odio, che ha perso la capacità di reagire razionalmente. Più o meno come accadde a quello tedesco - non voglio fare analogie - purtroppo, quando il potere diventa violento, cinico, spregiudicato e criminale, e ha in mano gli strumenti della comunicazione, può trascinare con sé milioni di persone inconsapevoli, senza che queste ne abbiano colpa. Ai tempi della Germania nazista, il sistema di informazione era molto rudimentale, adesso è diventato straordinariamente potente. Allora non c''era la televisione, ora è presente in tutte le case, ed è come avere una specie di megafono che urla all''odio e all''assassinio. È questo ciò che accade a milioni di famiglie americane: come si può resistere di fronte a questo assalto psicologico condizionatore e manipolatore? Noi stiamo assistendo alla fine della democrazia americana, e temo che se non riusciremo a fermare questa tendenza, assisteremo alla fine della democrazia occidentale in assoluto, e alla sua trasformazione in totalitarismo mediatico senza pietà alcuna».

Ma gli intellettuali americani non hanno strumen­ti per contrastare questa manipolazione?

«Innanzi tutto non bisogna sopravvalutare gli in­tellettuali: spesso sono molto legati al potere, dovunque. La carriera è, in molti casi, frutto di vicinanza al potere, di un lavorio di pubbliche relazioni. E quando si è dentro è difficile prendere le distanze e denunciare quello che si vede. Pochi hanno il coraggio di farlo, e se lo fanno vengono duramente puniti. In una situazione come quella americana, se un intellettuale denuncia certe cose, non viene più pubblicato o viene boicottato. Prendiamo ad esempio Noam Chomsky, che è uno dei più grandi intellettuali del mondo occidentale contemporaneo: poiché è stato uno degli antesignani dell''analisi dei mass-media ora non viene pubblicato da nessuno. Guardiamo la sorte di Michael Moore, che ha vinto il premio oscar per "Bowling a Colombine": so che per pubblicizzare il suo ultimo libro, Stupid white men, ha incontrato grandi difficoltà, è stato boicottato. È come se io andassi a fare delle conferenze in giro per l''Italia per presentare il mio libro e la polizia chiudesse le sale dove devo parlare. È questa l''America di oggi, contrariamente a quello che scrivono famosi colleghi italiani - bugiardi sperticati, pennivendoli che tessono lodi alla democrazia statunitense. L''America è l''unico paese occidentale dove si attestano i manifestanti contro la guerra. Questa è la realtà. Se in Italia si osasse sparare contro i dimostranti che pacificamente sfilano per le strade sarebbe uno scandalo. Fare il pacifista negli USA oggi è molto difficile: si è considerati traditori, disfattisti, antipatriottici. Anche in Italia ci sono persone, colleghi giornalisti della carta stampata e della tv, che stanno costruendo questa immagine del pacifismo: vogliono trasformare gli italiani in cani arrabbiati.

La differenza tra l''Europa e l''America è che, nella prima, il movimento pacifista è molto articolato e molto forte, perché è il frutto di una società civile molto ricca; nella seconda è numericamente molto numeroso, in grado di radunare cento-centocinquanta mila persone a New York o a Washington, ma poco incisivo: fuori ce ne sono duecento milioni totalmente condizionate dal messaggio opposto. È un problema di cifre: 1''80 per cento degli americani crede ciecamente in ciò che sente per televisione e che gli racconta la sua leadership.

In questo modo si va dritti verso una grande guerra. Verso una serie di guerre. Siccome il presidente degli Stati Uniti afferma che il tenore degli Stati Uniti non è negoziabile, e siccome gli Stati Uniti sono in crisi, verrà il momento che dovranno prendere atto che le loro ricchezze non possono essere mantenute a quel livello e che il loro standard di consumo non è riproducibile all''infinito (anche perché verrà minac­ciato sempre di più dai paesi emergenti). A quel punto, la spinta aggressiva nei confronti del resto del mondo diventerà incontenibile. È in questa direzione che si sta muovendo il gruppo dirigente criminale che governa gli Stati Uniti. C''è una sorta di processo di esaltazione reciproca: la popolazione spinge verso la criminalità e i dirigenti colgono al volo questa situazione e si scatenano nella guerra internazionale contro i paesi più poveri. È una guerra di dominio che non ha precedenti nella storia di tutti i secoli».

Non ha paura di essere tacciato di antiamericani­smo?

«Non c''è niente di antiamericano in tutto ciò. Sarebbe come dire che è anti-italiano chi critica il governo Berlusconi. lo non ho nulla da eccepire nei confronti del popolo americano, che ritengo valga come qualsiasi altro. Non ho preferenze. Il popolo del Ghana è degno della stessa considerazione di quello statunitense. L''epiteto di antiamericano serve a chiudere la bocca, a impedire a chiunque di dire ciò che pensa. lo non accetto questo criterio perché lo considero "maccartista" e una premessa verso il fascismo. lo mi vanto di non essere antiamericano, così come non sono anticinese, antirusso o antitedesco. Mi limito a dire quello che so: cio è che la responsabilità di ciò che fa un paese risiede nelle decisioni dei suoi dirigenti, dei suoi leader. Sono loro che portano il peso di ciò che fanno ed è giusto che vengano criticati quando commettono crimini, violenze o quando violano la legge. Questo vale per Bush come per Berlusconi».

Ma la parità fra i popoli non vale in tutti i contesti. Per esempio, un morto iracheno o palestinese non conta quanto uno americano o israeliano. Perché?

«È la prova concreta che siamo tutti razzisti. In tutti i nostri giornali, salvo rare eccezioni, non c''è un giornalista che scriva ad alta voce e con chiarezza che un morto afghano o iracheno vale esattamente quanto un morto americano. Non si dice. È una vergogna! È un segno che l''Occidente sta ridiventando coloniale. Questa parte di Occidente mi è estranea, non ne faccio parte. Mi interessa quella della solidarietà, dell''uguaglianza degli uomini, in­dipendentemente dal colore della pelle e della religione».

Quale speranza ci resta, allora?

«La speranza dipende da noi. lo sono laico, non sono un credente, ma sono arrivato alla critica della guerra sulla base delle cause che le generano, che sono immonde e inaccettabili. Non è mai stato scritto da nessuna parte che chi è dalla parte della ragione, del bene vince. Può anche perdere. Io temo che in questo momento chi è dalla parte dell''umanità si trovi in una situazione di debolezza, dovuta al fatto che non ha le armi, mentre ci sono altri che le hanno e impongono una linea.

Nelle mie conferenze non vendo speranza. Non lo faccio mai. Chi lo fa non è sincero. Bisogna sapere che ci troviamo in una situazione grave, senza precedenti. Siamo ai limiti della sopravvivenza dell'' uomo. Lo sviluppo di questa società è diventato insostenibile persino per la natura che ci circonda, non solo per i poveri. Noi stiamo uccidendo i nostri figli. Non stiamo preparando loro un mondo nel quale potranno vivere, bensì un luogo dove non avranno aria da respirare, acqua da bere, cibo da mangiare. Per creare una svolta salvifica bisognerebbe che gli uomini cambiassero il proprio modo di vivere. Che l''umanità modificasse il proprio tipo di sviluppo. lo ritengo che ciò sia ancora possibile, ma si richiede un immenso sforzo intellettuale e leadership intelligenti, con grande ampiezza di vedute, capaci di guardare lontano, non solo ai prossimi due o tre anni. Questi leader non ci sono. Almeno, non sono ancora al potere. Si coglie soltanto una grande inquietudine generale, che comincia a produrre risultati. Ma bisogna anche avere una strategia. Una parte di questo movimento democratico mondiale ha cominciato a riflettere - e i forum di Porto Alegre lo dimostrano - ma sono necessarie guide politiche, spirituali, intellettuali. Saluto con grandissima speranza il fatto che la Chiesa cattolica, attraverso Giovanni Paolo II, abbia assunto una forte posizione contro la guerra. In Europa, il mondo cattolico può esercitare una grande influenza. Bisognerebbe però che molti cattolici che stanno ancora dormendo tirassero fuori tutta la loro forza intellettuale e morale. Bisogna cambiare il modo di vita: noi non possiamo continuare a consumare ai ritmi odierni, perché stiamo distruggendo la natura e depredando i più poveri. Ci vogliono stili più equi, più decenti.

Ma tutto questo non si cambia in un minuto. lo metto insieme il papa e Antonio Gramsci: "si deve avviare una grande riforma intellettuale e morale" dell''Occidente. Questo significa rieducare, ricostruire la famiglia, la scuola, la formazione, rimettere al centro la solidarietà, ritornare ad un''idea del mondo che sia condivisa e umana. Questo è possibile ed è ciò che milioni di persone desiderano. Una delle priorità è che il sistema dei media - tv e giornali - sia sottoposto ad una critica intransigente e feroce. Perché noi dobbiamo liberarci di questi imbonitori di guerre e di sopraffazione che stanno dominando tutte le fonti di informazione. Dobbiamo mandarli in pensione o a fare un altro lavoro e sostituirli con persone più oneste e intelligenti. Se si capisce questo si farà un grande passo in avanti.

I singoli giornalisti non potranno però liberarsi da soli: è necessario che dall'' esterno ci sia un movimento che li sostiene, li incoraggi, li aiuti a dire ciò che veramente pensano e che hanno visto».

Come vede l''America Latina? In particolare il Bra­sile di Lula?

«Il Brasile di Lula è una grande realtà strategica e potrebbe diventare un'' occasione di rinnovamento per tutto il Continente, perché è sufficientemente gran­de da costituire una difesa ad un tentativo di sovversione. Credo che questo tentativo non abbia ancora preso piede perché il presidente Bush è occupato altrove: 1''America Latina è considerata secondaria in questo momento, non pericolosa per gli interessi degli Stati Uniti (ad eccezione del Venezuela). Penso che la bufera arriverà più avanti, quando gli occhi dell''Imperatore si rivolgeranno verso Lula.

L''unica cosa positiva che si può notare è che que­sta squadra di governo, che si sta dimostrando solida e ben preparata, capace di guardare in là nel tempo, sarà più capace di difendersi di quanto non lo fu quella di Salvador Allende. Anche lui aveva capito molte cose, ma intorno a lui non c''era sufficiente consapevolezza del pericolo. Adesso credo che in Brasile ci sia un gruppo che ha questa consapevolezza e che si sta attrezzando per affrontarlo. Io sono convinto che Lula sia in pericolo, non subito, ma presto.

Contro il Brasile non si può fare la guerra, ma lo si può destabilizzare attraverso la sovversione, come avvenne in Nicaragua. Cercheranno di costringere il governo di Lula ad atti di repressione per poterlo attaccare, e lo si minerà dal punto di vista economico. Gli Stati Uniti sono in condizione di abbattere economicamente qualsiasi paese».

E il rapporto tra Stati Uniti e islam?

«Il fondamentalismo islamico è un''invenzione dell''America. Loro lo hanno costruito, allevato, coc­colato, armato, organizzato. Poi, in qualche caso gli è sfuggito di mano, in qualche altro lo usano ancora adesso. È un "velo verde" alzato davanti agli occhi dell''Occidente perché non veda qual è il pericolo reale. Il velo islamico nasconde la vera minaccia, rappresentata dall'' organizzazione della macchina bellica statunitense. Bin Laden è uno strumento politico di questa operazione, fino a che punto sia stato consapevole di questa operazione non mi è chiaro, perché spesso accade che chi è utilizzato pensi, in realtà, di utilizzare. Uso il passato perché penso sia morto da tempo e tenuto in vita dal Pentagono fino al momento in cui gli è utile. Sappiamo che la famiglia Bin Laden ha sempre tenuto rapporti molto stretti con la famiglia Bush, padre e figlio, e che ha salvato per ben due volte dalla bancarotta George quando beveva ancora un po'' troppo per poter essere un buon "businessman". Se io fossi un alto funzionario della CIA penserei che è molto comodo tenere in vita, in modo mediatico, un nemico del genere, per poterlo utilizzare. Le cassette che ci hanno mostrato sono tutte prodotte dai servizi segreti americani, non mi risulta infatti che Bin Laden si sia fatto più vedere o abbia più parlato. Si tratta di manipolazioni».

Cosa pensa dell'' 11 settembre? In varie occasioni lei ha affermato che "l'' 11 settembre è troppo grande per un fanatico islamico". Cosa significa?

«Che non è possibile che questo attentato sia stato organizzato solo da Osama Bin Laden. Tutti i dati e i documenti che abbiamo a disposizione dicono che la versione ufficiale che ci hanno offerto è falsa. Si può avere bisogno di un gruppo di fanatici islamici per scatenare un attacco contro le Twin Towers, ma non sono sufficienti per fermare gli aerei che difendono lo spazio aereo statunitense nei momenti cruciali dell''attacco, né per conoscere i servizi segreti americani come traspare invece in molti punti, come non lo sono per disporre del missile cruise che, con ogni probabilità, ha colpito il Pentagono, in quella stessa mattinata.

I fanatici islamici non hanno a disposizione que­sto genere di armi. Quindi è chiaro che a questo complotto hanno partecipato anche dei cittadini americani che parlavano la lingua inglese e che erano di pelle bianca».

Giulietto Chiesa si accomiata gentilmente dopo aver lanciato i suoi "missili" destabilizzanti: le sue parole che invitano a riflet­tere e ad andare al di là di ciò che ci fa comodo credere per non turbare i nostri sonni tranquilli.

 

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