Giustizia in rosso

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 19 settembre 2011

PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA

a Giustizia in rosso, di Amnesty International, ed. EGA, 2003


Lo stato del pianeta, mentre scrivo queste righe, è precario come mai è stato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tre guerre in rapida successione si sono svolte: Kosovo, Afghanistan e Iraq. Ciascuna preceduta, accompagnata e seguita da gravissime violazioni dei diritti umani. Ciascuna ha visto come partecipanti, iniziatori e protagonisti paesi dell'' Occidente ricco e sviluppato.

La legalità internazionale è stata ripetutamente offesa, talvolta anche in nome del ripristino dei diritti umani, tal'' altra senza nemmeno cercare giustificazioni, semplicemente affermando il diritto del più forte. Il diritto alla vita è stato offeso centinaia di migliaia di volte, e le vittime sono state in gran parte - come avviene ormai regolarmente - le popolazioni civili.

Ci siamo allontanati dalla barbarie? Non lo credo. Credo, al contrario, che ci siamo sensibilmente riavvicinati ad essa, con un movimento a ritroso nella storia e nella morale, che non può non inquietarci. Ho accettato di scrivere queste righe di prefazione per il rispetto che porto al ruolo svolto da Amnesty International e alla sua azione tenace in difesa dei diritti umani, per la sua instancabile azione contro la pena di morte, contro l''uso della tortura, contro ogni forma di violenza esercitata sugli esseri umani, da coloro che hanno il potere e da coloro che vogliono impadronirsene.

Per quanto concerne il presente lavoro, esso è caratterizzato da elevata accuratezza e precisione. Le denunce - assai gravi e circostanziate - che contiene sono documentate e inesorabili. Esse dimostrano, tra l''altro, quanto grandi e diversificati siano i compiti della civilizzazione e quanto forte sia la persistenza, la vischiosità, la lentezza delle trasformazioni culturali che sono necessarie per avvicinarsi a standard accettabili di rispetto dei diritti individuali e collettivi da parte dei poteri.

La coscienza di queste difficoltà deve essere sempre presente in tutti coloro che - come gli attivisti e gli operatori di Amnesty - lavorano instancabilmente per elevare questi standard. Si tratta infatti spesso di ragioni oggettive, in quanto eredità storiche, tradizioni culturali profonde, che non possono in ogni caso essere superate da atti di volontà e di imperio di governanti illuminati, né, tanto meno, rovesciate con la forza da interventi esterni. Nemmeno quando le migliori intenzioni accompagnano questi atti di forza - ed è raro, del resto, che esse siano sincere - i risultati sono raggiungibili.

L''ecologia umana non accetta e non tollera deus ex machina che ne modifichino il corso. Non si può modificare in ogni caso il ritmo delle correnti profonde della storia confondendole con le spumeggianti risacche della superficie dove noi occidentali viviamo, spesso accontentandoci della schiuma.

Naturalmente non tutte le violazioni dei diritti individuali e collettivi sono riconducibili alle tradizioni. Di gran lunga non tutte possono invocare, a loro giustificazione, lo spessore della storia. Molte vi si appoggiano, su questo spessore, facendo leva sull''assenza della democrazia, così come l''Occidente ha saputo crearla. E assenza di democrazia significa appunto non conoscenza dei diritti da parte di chi ne è privato e, nello stesso tempo, possibilità, per chi detiene forza, potere e denaro, di conculcare quei diritti.

È dunque qui, sul difficile e frastagliato crinale tra la storia e la legge, che si colloca l''azione di Amnesty International. La battaglia in difesa dei diritti che Amnesty conduce costituisce uno strumento prezioso per costruire una via di progresso intellettuale e morale. Il metodo è quello, fecondo, di far avanzare la conoscenza attraverso un accumulo di dati, informazioni, indagini che vengono messi a disposizione non solo della comunità internazionale, ma anche, in primo luogo, dei governi, delle istituzioni che portano la responsabilità di ciò che accade e delle opinioni pubbliche interessate, che talvolta sono inconsapevoli, impotenti, e talaltra sono complici.

Il caso russo è - come questo lavoro dimostra - un intreccio di tutti questi fattori, nessuno escluso. Esso va denunciato e compreso in tutta la sua drammatica portata. Soprattutto deve essere evidenziata la grave carenza di democrazia che rende possibili così tante violazioni e le lascia impunite. In questo la responsabilità russa è incontestabile.

Gli anni che hanno fatto seguito alla fine dell''Unione Sovietica sono stati in gran parte sprecati dalle leadership che si sono succedute al potere e che - va detto - hanno avuto appoggio e connivenza nell''Occidente. Quell'' Occidente che a parole, ma solo a parole, esalta e difende i diritti umani.

 

* Giulietto Chiesa , tra i più noti giornalisti italiani, è stato per molti anni corrispondente da Mosca per «La Stampa». Saggista e storico, ha sempre unito nei suoi reportage e nelle sue numerose opere una forte tensione civile e un rigoroso scrupolo documentario. È tra i fondatori di Megachip, associazione che si propone di creare una mobilitazione permanente sui temi della comunicazione.

 

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