Scacco all''Armata Rossa'

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Giulietto Chiesa 20 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

in MONTAGNE DI PACE: DIECI SPERANZE DI PACE PER DIECI MONTAGNE IN GUERRA
Comune di Trento, 2002


Caucaso, per ora, significa in primo luogo Cecenia. Dico "per ora", perché il prolungarsi della guerra cecena, della seconda guerra cecena, non fa, a mio avviso, che accrescere il rischio di un''estensione della crisi politica e militare di tutta la regione caucasica. Dall''Abkhazia fino al Daghestan, coinvolgendo ovviamente la Georgia, l''Armenia, l''Azerbajgian in una serie di conflitti dalle imprevedibili conseguenze.

Vladimir Putin è andato al potere in Russia mediante la seconda guerra cecena, costruita su misura per fargli vincere le elezioni dalla "Famiglia" Eltsin. Le elezioni le vinse, ma la guerra non riesce a vincerla e molto difficilmente la vincerà perché il nodo del Caucaso è molto più intricato e molto più "internazionale" di quanto appaia a prima vista.

Da qui l''apparente difficoltà a spiegarne i contorni. Come è possibile, infatti, che un piccolo popolo - piccolo, accerchiato, decimato da due guerre che hanno fatto terra bruciata di gran parte del territorio - riesca a tenere testa all''esercito russo? Certo dell''ex Armata Rossa poco o nulla ormai rimane. La corruzione dilagante ha fatto delle forze armate russe un segmento di un mosaico in pezzi. Ma la superiorità tecnica, la possibilità comunque di disporre dell''aviazione, rappresentano fattori a prima vista decisivi. Eppure Putin non riesce a venirne a capo.

Ci sono tanti perché. Interni, in primo luogo. Se la Russia, dopo undici anni dalla fine dell''URSS, fosse uscita dalle macerie sotto le quali è rimasta sepolta, forse avrebbe qualcosa da offrire alle popolazioni del Caucaso. Ma non è così. AI contrario: circa quattro milioni di persone vivono oggi in condizioni di indicibile miseria, indigenza, perfino fame. Molto peggio di quanto non fosse ai tempi sovietici. Hanno perduto lavoro, assistenza sanitaria, aiuti sociali, scuola, servizi. Questo vale non soltanto per i musulmani del Caucaso, vale anche per i cristiani del Caucaso, vale anche per i russi delle regioni confinanti. Basterebbe, per capirlo, fare un salto a Mozdok, base aerea avanzata russa ai confini ceceni, e si scoprirebbe che la miseria è il tratto dominante anche là dove i soldati russi portano con sé un po'' di denaro e di cibo da distribuire, come sempre accade nelle retrovie di guerra, incluse le più miserabili.

In queste condizioni la Russia non ha nulla da offrire alle decine di migliaia di giovani disoccupati dell''intera regione caucasiana. Nulla per gl'' ingusheti, per i kabardini e i balkari, per gli osseti del nord e per quelli del sud (che vorrebbero tornare in Russia staccandosi dalla Georgia in cui sono per ora imprigionati). Putin può pure pensare che, alla fine, una volta sterminati tutti i ribelli ceceni (e si sbaglia comunque) la guerriglia finirà. Ma ci sono eserciti interi di giovani pronti per essere arruolati in altre guerriglie, al prezzo di 50 dollari al mese, che non guadagnerebbero comunque facendo nessun altro mestiere in quelle regioni.

E di dollari a disposizione ce ne sono tanti, un''enormità. Vengono dall''estero, per esempio dalla Turchia, che è molto interessata a una propria espansione in quell'' area turcofona. Vengono dall''Arabia Saudita dove i wahhabiti investono milioni di dollari per islamizzare la regione. E questo va avanti dalla fine dell''Unione Sovietica, incessantemente.

E le armi arrivano anch''esse, senza ostacoli, passando attraverso il crinale che separa il Caucaso dell'' Nord da quello del Sud. Arrivano via Georgia, perché i georgiani hanno dei conti da saldare con i russi che aiutarono la secessione dell''Abkhazia. Arrivano dall''Azerbajgian della famiglia Aliev, che non perdona ai russi di avere aiutato gli armeni a riprendersi il Nagorny-Karabakh. Arrivano con l''aiuto di tutti i servizi segreti, inclusi quelli americani. Perché non dev'' essere dimenticato - se si vuole capire qualcosa in questo groviglio ­che Brzezinski scrisse nel 1997 un importante saggio, nel quale descrisse quello che lui considerava il futuro probabile della Russia: una confederazione "molle" di tre repubbliche, l''estremo oriente ex sovietico, la Siberia Occidentale e finalmente la Russia, ma "depurata" dell''intera regione del Caucaso.

Non era soltanto il desiderio (o la previsione) di uno studioso interessato. Era il disegno di una parte importante dell''establishment statunitense, decisa come non mai a infliggere alla Russia un danno irreversibile, tale da impedirle per ogni futuro prevedi bile ogni possibilità di resurrezione come potenza globale.

Tutto questo dice che non vi può essere una soluzione militare russa nel Caucaso, Cecenia inclusa. Perché alle ragioni interne, agli odi ormai inestinguibili che si sono accumulati dal 1995 a oggi attraverso massacri inenarrabili per crudeltà e violenza, si sommano interessi internazionali possenti. Non ci si deve lasciar ingannare dalle apparenze. Puntin è entrato nella presunta "grande alleanza mondiale" contro il terrorismo in cambio della promessa di Bush che i turchi non continueranno ad aiutare i ribelli ceceni. Ma la parola di Bush non è oro, e quella dei turchi lo è ancor meno. Infine il controllo americano sui sauditi è sempre di più in forse. Chi fermerà il flusso di armi e di denaro? Chi chiuderà i fiumi di odio contro i russi che scorrono in tutte le terre del Caucaso?

Solo una saggia politica, strategica, di riconciliazione e di aiuti, potrebbe consentire alla Russia di riprendere i contatti e, con essi, di ritornare ad essere punto di riferimento per quei popoli, che ancora parlano anche la sua lingua e che, per ragioni geografiche, sono comunque costretti a viverle accanto. Certo un ritorno alla subordinazione della Cecenia nell''area della Federazione Russa è ormai improponibile (salvo, appunto, un''ipotesi di sterminio definitivo della popolazione autoctona). Mosca deve prendere atto che, in un futuro prevedibile, la Cecenia è perduta e che ad essa dovrà essere concessa l''indipendenza. A patto della non belligeranza e di una politica di cooperazione economica su larga scala. Ci vuole molto coraggio per prendere una decisione del genere. Anche perché si dovrebbe spiegare ai russi perché in quella fornace sono stati mandati a morire almeno trentamila giovani russi. Dovrebbe spiegarlo Boris Eltsin finché è vivo. Dovrebbe spiegarlo Vladimir Putin.

Ma dove trovare leader coraggiosi in questo mondo privo di leadership che corre come un forsennato verso la guerra globale?

 

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