Sotto pressione - Conversazione con Giulietto Chiesa

medici obiettori

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Giulietto Chiesa 20 settembre 2011

in THE BUSH SHOW
Giulia Fossà
Nuovi Mondi Media, 2003

Giulietto Chiesa è uno dei più noti giornalisti italiani. Corrispondente per "La Stampa" da Mosca per vari anni, ha sempre unito nei suoi reportage una forte tensione civile e un rigoroso scrupolo documentario. Tra i suoi ultimi libri "Afghanistan" (2001) e "La guerra infinita" (2002).

La guerra con l''Iraq si avvicina fra alterni segnali: il conflitto è già in corso sul terreno dei media?

 

Sì. La guerra è già cominciata da tempo sotto questo profilo e come al solito, come è già accaduto ripetutamente, la gran massa dei media e in particolare le televisioni, non fanno assolutamente niente per chiarire cosa sta accadendo. E di fatto in questo modo fanno della propaganda a favore della guerra. In questa assoluta mancanza di analisi critica, devo dire che rispetto alla guerra del Kossovo - dove il coro era unanime - e rispetto alla guerra afgana, dove altrettanto il coro è stato unanime, questa volta ci sono voci dissonanti che si sentono. Il rumore di fondo di cui abbiamo parlato tante volte nelle riunioni di Megachip è questa volta meno intenso, per cui si sentono anche voci di dissenso.

E soprattutto una parte cospicua del mondo cattolico non accetta questa cosa.

Quindi il quadro dell''informazione viene modificato dal fatto che ci sono numerose e importanti defezioni sul piano dell''informazione pro-guerra. Ma la sostanza è che il sistema mediatico, invece, procede sulla sua linea.


Quali responsabilità del mondo giornalistico? Un problema più professionale o di natura etica?

L''uno e l''altro, secondo me. Il problema di natura etica è evidente: sottoposti alla pressione dei capi che dirigono queste campagne, e che sono subalterni all''ideologia del potere vero e proprio, in questo caso del potere imperiale, molti cedono immediatamente le armi. Per pigrizia, per ignavia, per paura, per comodità, e cento altre cose. Però, accanto a questo, c''è il fatto che non c''è neanche un minimo di volontà di approfondimento. C''è una sciatteria professionale generalizzata, che è effettivamente insopportabile. Naturalmente anche qui, devo dire, rispetto alle due guerre precedenti, questa volta ci sono alcune voci autorevoli e importanti che prendono le distanze dalla guerra. E questo è molto importante ai fini del clima generale. Se dovessi dare un giudizio, direi che ancora una volta il sistema mediatico funziona come ha funzionato fino a ieri, ma in questa guerra anche una parte dei giornalisti cambia registro. E questo è un segno da salutare positivamente.


Guerra infinita: ne parli in un tuo libro che delinea prospettive inquietanti. Cosa rispondi a chi ti accusa di catastrofismo?

lo non prevedo nessuna catastrofe. Faccio una fotografia della situazione e più che guardare verso il futuro guardo al presente. E quello che si vede è questo, piaccia o non piaccia. In secondo luogo io rigetto su quelli che accusano me di catastrofismo l''accusa: se il presidente degli Stati Uniti dice che questa guerra durerà un''intera generazione chi è il catastrofista? Sono io che lo sottolineo, o è lui che lo dice? Questa è la questione. Il carattere dell''impero ci annuncia una guerra che durerà un''intera generazione. E poi aggiunge trent'' anni, quaranta anni! Siamo di fronte a un delirio. Che non saprei definire diversamente che delirio! Allora io dico: "C''è il delirio". E qualcuno mi dice "ma tu stai facendo un quadro della situazione che è catastrofico". Rispondo "Se questi si comportano così la prima cosa da capire è che siamo in un terribile pericolo. Tutto lì".

 

Anche il giornalismo anglosassone è alle corde. Viene meno una delle istituzioni di garanzia. Robert Fisk, da me incontrato a Beirut, fa un quadro negativo del giornalismo piegato al potere imperiale, e definisce il giornalismo "il controllo del potere". Sei d''accordo?

In questo momento sicuramente sì. Del resto, siamo in buona compagnia: io, Robert Fisk, Kruman, che ha scritto qualche tempo fa un commento ferocissimo sul N.Y. Times in cui sostanzialmente dice che il quadro della libertà di stampa in America è stato gravemente modificato.

Questi esegeti della democrazia americana continuano a mescolare le carte in tavola. Presentandoci alternativamente, l''America di cinquant'' anni fa e 1''America di oggi. Che sono due cose diverse, non la stessa cosa. L''America di Roosevelt, l''America di Eisenhower, erano completamente diverse dall'' America di George Bush! Questo è il punto che bisogna capire. E non si può continuare a dire che quella è la più alta democrazie del mondo, in una situazione in cui ci sono 600 prigionieri a Guantanamo Bay, nei confronti dei quali si applica la tortura, che non sono stati incriminati di niente, e sono in detenzione preventiva senza limiti. Ma la si vuole vedere questa differenza, o no? Quello che sta succedendo in America è una grave, gravissima deformazione delle istituzioni democratiche, che fa diventare l''America un paese autoritario, dispotico, sotto le vesti democratiche del passato. Questa è 1''ambiguità. Che ,mi fa venire in mente un parallelo molto forte: anche Stalin parlava di socialismo, così come questi signori parlano di democrazia. Ma Stalin fu la controrivoluzione contro il socialismo. E questi sono la controrivoluzione contro la democrazia. E'' una analogia che mi pare sempre più evidente, e tutti quelli che continuano a biascicare giaculatorie sulla democrazia americana, dovrebbero fare i conti su che cosa è la democrazia americana. In particolare Kruman dice che in queste condizioni non c'' è più pluralismo reale, la gran parte della gente guarda Fox Tv, una piccola minoranza legge i giornali qualificati, e anche in questi giornali qualificati è difficile trovare la verità. La gran parte della gente ormai in America legge trash, trash completo dalla prima all''ultima riga. Senza essere minimamente informata sullo stato del mondo. Questa è libertà e democrazia? Questo è pluralismo dell''informazione? Questa è la fine di ogni pluralismo dell''informazione. Anche, e in primo luogo, negli Stati Uniti.

 

Hai seguito in Afghanistan le fasi cruciali della guerra. Strada nel suo libro Buskashi racconta episodi drammatici stravolti nel racconto dei TG. Informazione deviata o incapacità e impossibilità di informare?

C''è tutto l''insieme. L''informazione deviata sicuramente sì, perché il quadro degli eventi del mondo che ci viene restituito dal sistema del mondo informativo è palesemente irreale. Il mondo vero non ha niente a che vedere con quello che emerge dal sistema della comunicazione. C''è incapacità professionale evidente. Ma questo mi stupirei se forse diversamente, ormai sono trent'' anni che i giornalisti in Italia e nel mondo vengono formati a questa deformazione della realtà, figuriamoci come possono essere qualificati professionalmente. Non c''è più niente di questa professionalità nella maggior parte di coloro che sono passati sotto questo schiacciasassi, o tritacarne.

C''è deformazione intenzionale, incapacità professionale, e abbattimento del valore etico della professione. Quando uno deve cominciare a rinunciare giorno dopo giorno, sistematicamente, a raccontare quello che vede, quel poco che vede e che capisce, come si può pensare a una professione decente? Il risultato finale è che siamo di fronte a una vera e propria offensiva contro la democrazia.

 

Prendiamo il caso del teatro di Mosca, il suo epilogo cruento. Le immagini diffuse sui circuiti internazionali furono filmate dai servizi, come precisavano i sottopancia sulle reti russe. Ma in Italia e in Occidente questa didascalia fu soppressa. Qual è il tuo giudizio?

Fa parte della risposta precedente. In Russia, che pure non si può dire che sia all''avanguardia nella democrazia della comunicazione, hanno avuto il buon gusto, comunque, di riferirci che quelle immagini non erano state girate da giornalisti. E i russi, che leggono il russo, quella striscia l''hanno saputa leggere. Come tu hai detto, nella riproduzione in tutto l''Occidente, quella striscia se c''era perché in qualche caso c''è persino rimasta, era in cirillico: quanti sono quelli che leggono il russo? E nessuno fra quelli che hanno gestito queste immagini si è preoccupato di andare a vedere chi erano le fonti. Ecco! Vedi la clamorosa evidente dimostrazione?! Chi manda in giro quelle immagini, e non si pone il problema della fonte, dice già tutto sul suo livello professionale. Vale per i telegiornali italiani tutti, ma vale anche per i telegiornali americani. Mi dispiace, ma la CNN ha mandato in onda ripetutamente quelle immagini, senza minimamente avvertire i suoi telespettatori che quelle immagini erano state realizzate dai servizi segreti (russi ndr). E questo è il quadro definitivo dello stato dell'' informazione televisiva nel mondo, se anche la gloriosa CNN non è capace di avvertire gli spettatori che quelle non sono immagini giornalistiche. Fine. Chiuso. Non c''è nessun controllo sulle fonti.

 

Nel 1991 la CNN trasmise le immagini da Baghdad con il commento di Peter Arnett. Ma si vide e si seppe poco. Si ripeterà nel prossimo conflitto il predominio assoluto della CNN?

Forse no, perché leggevo in questi giorni che c''è un tentativo della BBC di allearsi con Al Jazeera e di dare delle informazioni dal mondo arabo, che siano un po'' più rispettose di quella parte del pianeta. Nel senso che questa mistificazione, per cui l''Occidente parla all''Occidente e al mondo solo dell''Occidente, con il linguaggio dell''Occidente, filtrando questo linguaggio attraverso gli interessi dell''Occidente, filtrando gli interessi dell''Occidente attraverso la cultura dell''Occidente. Tutto questo produce, come è ovvio, una completa deformazione del quadro. Forse Al Jazeera più la BBC, che continua ad essere la migliore fonte di informazione internazionale in assoluto, di gran lunga migliore della CNN, è una commistione che almeno apre una finestra di fronte al problema di parlare un linguaggio che sia rispettoso degli altri. Non dico del nemico, molti lo vedono come un nemico, io non lo vedo così.

Diciamo che mi piacerebbe sentire ogni volta la fonte degli altri, dell'' altra cultura, dell'' altro modo di vedere, degli altri sentimenti, perché se non sento questo, non sento nessun sentore di verità. Sento sempre puzza di prevaricazione.

 

Ma c''è in Italia, alle soglie della guerra, uno spazio per esercitare la professione giornalistica alle prese con fenomeni di concentrazione editoriale e una situazione televisiva bloccata dal conflitto d''interesse?

Si, piccolo ma c''è. Avere un vero contraddittorio nelle reti generaliste Rai e Mediaset è quasi impossibile, qualcosa rimane sulla Rete Tre, poco o pochissimo, qualcosa rimane sulla Sette, poco o pochissimo, qualcosa rimane sui giornali, poco o pochissimo. Sostanzialmente hai un netto predominio: c''è uno spazio, bisogna usarlo, ma non è sufficiente. Perché milioni di persone, tanti milioni, sono raggiunti solo dal messaggio del rumore di fondo.

 

Il 10 dicembre hai preso parte con Emergency ad una iniziativa importante. Dieci ore di trasmissione via satellite e in chiaro sulle TV locali. Pensi che la strada della controinformazione abbia un futuro?

Nei confronti della controinformazione non sono tenero, ritengo che non debba essere questa la via maestra. La controinformazione, quella che si è fatta fino ad ora, è la rinuncia a una vera e propria contestazione del sistema mediatico. La controinformazione parla a quelli che già sono informati, e si limita a rime stare 1''acqua in uno stagno che è già stato civilizzato: non è sufficiente. lo ritengo che bisogna cambiare registro, e bisogna passare all''offensiva diretta nei confronti del sistema mediatico. Cioè bisogna contestarli, contrastarli, rendere difficile la menzogna, giorno dopo giorno, non facendo un''altra informazione marginale, ma costringendo il sistema dell''informazione a rispondere alla contestazione di quelli che ne sono i fruitori.

In questo senso, 1''esperienza di NoWarTV (10 dic 2002, ndr) è a metà strada tra la controinformazione e la contestazione. lo sono convinto che una televisione indipendente non è controinformazione, perché potenzialmente può raggiungere un largo pubblico, quindi bisogna spingere in questa direzione. Perché questo è l''unico modo per costringere il sistema mediatico a parlare di te, a stare attento a quello che dice, a raggiungere alcuni milioni di persone che possono,sapendo che esiste questa alternativa, andarsela a cercare.

 

Riprendiamo il tema della guerra infinita: documenti riservati annunciano almeno trent'' anni di guerra. Dopo l''Iraq un identico destino per altri Stati cosiddetti canaglia. L''Onu appare debole. Anche stampa e TV rischiano di divenire suddite del nuovo potere imperiale?

Mi pare che di fatto lo siano già. Lo sono già in modo indiretto, se lo sono direttamente i media americani, figuriamoci che cosa accadrà in generale. Se già questa operazione è avvenuta, e in America è tra l''altro avvenuta attraverso un .sistema di regulation che ha tolto tutte le barriere. Adesso tutti possono comprare tutto, negli Stati Uniti, quindi di fatto i processi di concentrazione non sono più impediti, nel sistema televisivo. Andremo quindi avanti verso nuovi processi di concentrazione, che non saranno minimamente mitigati dall''arrivo della banda larga. Perché gli stessi che hanno già concentrato nelle loro mani i canali esistenti via etere e via cavo non avranno nessuna difficoltà a concentrare nelle loro mani anche gli altri canali che emergeranno. Di fatto non si va verso un pluralismo, si va verso una concentrazione. Riguarda gli Stati uniti, riguarda l''Occidente, riguarda l''Europa. lo credo che questo sia il pericolo principale al quale andiamo incontro. E'' ovvio che a queste condizioni, tutto il coro diventerà uniforme. Sottrarsene sarà molto, molto difficile.

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