Umanitarismo peloso

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Giulietto Chiesa 20 settembre 2011

di Giulietto Chiesa

da RIVISTA "IL PONTE" MAGGIO 1999 ANNO LV n.5 Editoriale il Ponte


Dopo quattro settimane di bombardamenti sulla Jugoslavia si può leggere ormai il doppio disastro - politico e militare ''- prodotto dalla Nato e nel quale la Nato stessa è irrimediabilmente precipitata. Questo è il termine esatto: perché non c''è pili rimedio a ciò ch''è già stato fatto e alle conseguenze .che esso produrrà. Per lo meno per molte di esse. Il fatto stesso che la Nato avverta ora una minaccia per la propria stessa esistenza, e che apertamente si dica che, senza una totale vittoria militare e politica, l''Alleanza si frantumerebbe, dice fino a qual punto i ponti siano stati tagliati alle spalle dei 19 governi coinvolti. Basterebbe questo per concludere che la linea adottata è stata al massimo grado irresponsabile. Poiché non c''è generale degno di questo nome che si accinga a una guerra senza calcolare le possibili vie di ritirata, le possibili modifiche di tattica e di strategia.

E tutto ciò, si badi bene, anche in caso di vittoria militare totale, di annientamento del "nemico", divenuto- comunque la si voglia mettere - il popolo serbo nel suo insieme. Perché una cosa, fondamentale, sfugge a molti, alla maggior parte, al grande pubblico: questa non è una guerra "normale", una delle tante. E la prima "collisione tra civiltà" della nuova era globale in cui siamo entrati, è quel flash of civilizations previsto e caldeggiato dal professor Samuel Huntington. E l''inizio di una inesorabile successione di scontri tra il mondo occidentale e il resto del mondo. Sempre che non si cambi rotta. Ma ogni giorno ché passa dimostra che non c''è quasi nessuno che voglia farlo e che comprenda i pericoli molto più vasti che si dovranno affrontare non facendolo.

Quando le sorti del mondo dipendono da uomini che conoscono soltanto la logica del «o la va o la spacca», dovremmo essere tutti molto preoccupati. Non sono questi i leaders di cui abbiamo bisogno. Dunque si punta a una "vittoria totale". E forse la si otterrà, dato l''enorme squilibrio delle forze in campo. Altra faccenda sarà di calcolare i costi politici, gli effetti regionali, locali, europei, di media, lunga e lunghissima durata. Altro conto ancora sarà calcolare gli effetti medi e lunghi che si produrranno in altre parti del mondo, dovunque, visto che la "lezione" che sarà impartita a Milosevic e ai serbi sarà accuratamente analizzata da altri, dai russi in primo luogo, dai cinesi, dagli indiani, dagli arabi e cosi via muovendosi sulla carta geografica. Altro conto sarà tirare le somme di ciò che resta delle Nazioni Unite, e affrontare una nuova situazione mondiale in cui i conflitti saranno risolti (e creati) da un nuovo tribunale rappresentato dai paesi ricchi. C''è quanto basta per riflettere con attenzione alla cascata di conseguenze the dovremo affrontare anche in caso di "vittoria totale" della Nato.

Ma, tornando all'' analisi dei fatti, e del punto in cui ci troviamo, la prima conseguenza dell'' accaduto è che il Kosovo non potrà pili essere parte della Federazione jugoslava. Ecco una prima conseguenza irrimediabile. Era questo che si voleva produrre? Non sono in grado di dimostrarlo, ma non posso che constatarlo. Il 23 marzo 1999, giorno che precedette l''inizio dei bombardamenti, una tale conclusione era ancora assolutamente evitabile. La Nato iniziò i bombardamenti sulla Jugoslavia con l''unica motivazione di impedire, fermare, la pulizia etnica. Il risultato è stato che la pulizia etnica è stata realizzata e facilitata dagli stessi bombardamenti della Nato: le bombe, .non meno delle milizie serbe, hanno spinto alla fuga oltre seicento mila persone.

A questo punto sostenere l''autonomia'' del Kosovo nella Federazione jugoslava è divenuta una cosa senza senso. Senza albanesi del Kosovo in Kosovo non c''è alcun bisogno di autonomia. D''altro canto dopo quello che è accaduto non ha pili senso neppure parlare di autonomia anche con il ritorno degli albanesi sulle terre in cui vivevano perché la tragedia ha ormai scavato un vallo incolmabile tra serbi e albanesi. Gli odi, già micidiali, sono e saranno insanabili. Il ritorno sarà garantito solo da forze militari esterne, ostili ai serbi, che quindi fuggiranno per sottrarsi alle vendette dell''Uck, a sua volta sostenuto dal contingente militare della Nato.

Ciò che Bill Clinton ancora diceva alla terza settimana di bombardamenti, e cioè che «la soluzione degli odi nei Balcani non può essere cercata in una ancora più vasta balcanizzazione» dimostra soltanto fino a che punto di incomprensione della situazione si trovava in quel momento il reggitore supremo delle sorti dell''Occidente. Si è agito in modo tale da far divenire la pulizia etnica un dato di fatto irreversibile, in entrambi i casi. Nella migliore delle ipotesi si potrà pensare - e infatti lo si dice a mezza bocca - a una spartizione del Kosovo. Ma bisogna sapere dove si sta andando. Essa sarà comunque forzosa, non consensuale, perché a essa i serbi potranno piegarsi soltanto come sconfitti. L''etnia serba conserverà i santuari serbi e quella albanese si terrà la maggior parte del territorio.

A questo punto, anche ipotizzando che il resto del panorama balcanico non sia già incendiato anch'' esso dalla guerra (parlo di Macedonia, dove i serbi sono un terzo della popolazione, come pili d''un terzo sono gli albanesi; parlo della Bosnia; parlo del Montenegro) la balcanizzazione dell'' area avrà fatto un altro passo avanti. Se davvero si voleva impedirla possiamo concludere, senza tema di sbagliare, che si è ottenuto il contrario. Per giunta sottoponendo almeno mezzo milione di albanesi kosovari a sofferenze tremende, alla perdita dei 1oro averi, alla morte di centinaia di uomini. Qualcuno dirà - è già stato detto e ripetuto - che tutto ciò era già in corso e che è tutta colpa di Milosevic. Ma è semplicemente falso. Le responsabilità di Milosevic sono chiare, ma non esauriscono il quadro. Ciò che era in corso era una pulizia etnica sistematica ma sporadica. Milioni di persone non ne erano stati ancora investiti, esistevano ancora i mezzi politici per impedire che lo fossero. Per quanto in mezzo a mille difficoltà, gli osservatori civili e militari dell''Osce erano in grado con la loro sola presenza di rappresentare un forte deterrente per impedire l''esplodere della tragedia. I mezzi politici, insieme agli osservatori, sono stati scartati. Era necessario? Molti osservatori dell''Osce, per esempio, non concordano con quella linea di comportamento adottata dai paesi della Nato.

Cerchiamo comunque di seguire il filo logico e politico degli eventi possibili, alla luce della situazione militare e dei piani che si intravedono in trasparenza. E realistico pensare a una spartizione del Kosovo, lasciando alla Serbia i suoi altari e re-inse_iando nelle altre zone gli albanesi fuggiaschi? Questa. ipotesi (sorella minore di un'' altra, che non si dice apertamente ma che è nel novero di quelle che si stanno pianificando a Bruxelles e Washington, e che prevede, puramente e semplicemente, la uscita del Kosovo dalla Federazione jugoslava) presuppone la vittoria militare della Nato, la demolizione definitiva di quel che resta della Jugoslavia. In entrambi i casi è pili o meno la stessa cosa di un''occupazione del Kosovo da parte della Nato, l''istituzione di un protettorato di fatto che, come in Bosnia, è destinato a protrarsi per decenni.

Tutte queste varianti presuppongono, a loro volta, l''intervento a terra della Nato. L''interprete più outspoken di questa linea è Blair. Ma poiché i leaders occidentali in genere non amano le bare di zinco dei loro soldati che tornano in patria tra le fanfare (anche perché, di regola, abbattono gl''indici di popolarità degli stessi leaders) si deve dedurre che la demolizione sistematica dall'' alto della Serbia continuerà fino a che questa sia ridotta a un ammasso di rovine, senza strade, ponti, raffinerie, fabbriche, ma anche senza ospedali, cibo, combustibile, riscaldamento, luce, acqua. Cioè bisognerà mettere nel conto non soltanto centinaia di morti civili accidentali, per errori di mira, ma decine di migliaia di morti civili, indotti dagli effetti dei bombardamenti. Solo a questo punto - e a questo prezzo - le truppe della Nato (si pensa a Bruxelles) potrebbero avventurarsi sul terreno del Kosovo (secondo altri piani, anch'' essi allo studio, addirittura aggredendo la Jugoslavia da su , est, nord e ovest) per presidiarlo e organizzare il ritorno dei profughi.

In altri termini si continua a pensare che, a un certo punto, di fronte alle immense distruzioni che attendono la Jugoslavia, oltre a quelle che già ha subito, Milosevic finirà per arrendersi, per capitolare. Cioè si pensa che le truppe Nato potranno avventurarsi sul terreno dopo che l''economia, oltre che le forze armate serbe, sarà stata rasa al suolo. Si pensa ''anche che, se Milosevic non si arrendesse, potrebbe sempre essere ucciso, vuoi dalle bombe della Nato, vuoi da qualche sicario. Si pensa anche, infine, che sparito di scena il dittatore, la nazione serba si arrenderà di buon grado alla Nato, felice di poter finalmente intraprendere un'' esperienza democratica di tipo occidentale, analoga a quelle (lei paesi che hanno raso al suolo la Jugoslavia.

E realistico questo calcolo? Lascio intenzionalmente da parte le considerazioni umanitarie. Su quelle politico-strategiche tornerò più avanti. Mi limito a quelle immediate. C''è da dubitare fortemente del realismo con cui i dirigenti americani ed europei hanno esaminato la situazione fin dall''inizio di quest'' ultima crisi. In parte s''è già detto degli errori di calcolo da essi commessi. Il pili clamoroso fu di pensare che Milosevic si sarebbe arreso dopo i primi due o tre giorni di bombardamenti. Si pensava che avrebbe capitolato, come aveva fatto a Dayton. Madornale insipienza. A Washington erano certi che, in alternativa, i primi tomahawk caduti su qualche caserma avrebbero destabilizzato il regime, sotto la pressione di un''opposizione crescente, incoraggiata e/o impaurita dai bombardamenti. Come risultato si è ottenuto un formidabile consenso di massa attorno a Milosevic, divenuto eroe nazionale, il Davide che si batte per la salvezza della nazione serba contro il soverchiante potere della pili potente alleanza militare della Terra, che punta a liquidarla.

Su queste basi sperimentali credo che dovremmo diffidare del livello di realismo degli attuali dirigenti americani. Ma tutto induce a ritenere che una tale insipienza nel campo previsionale non sia disgiunta da una pervicace intenzione progettuale. E allora varrà la pena di cercare di capire di quali progetti si tratta e se, nel caso essi siano corrispondenti agli interessi nazionali del nostro paese, a quelli più vasti dell''Europa, a quelli vastissimi della pace mondiale nel prevedibile futuro. È ormai evidente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si preparavano da tempo a un'' azione militare contro la Jugoslavia. Tutte le fasi che precedettero Rambouillet furono accompagnate da accurati preparativi militari. Si mandarono agenti a collocare fari laser per i puntamenti sui bersagli in tutta la Jugoslavia. Si usarono gli osservatori Osce in Kosovo per fare altrettanto con i sistemi di posizionamento satellitare di cui erano dotati. Si favori in ogni modo l''armamento e l''addestramento dell''Uck per ottenère sul terreno, immediatamente, un elemento di costante offensiva contro lo truppe serbe in Kosovo e, in prospettiva, un interlocutore al tavolo della trattativa da usare contro Milosevic. La stessa piattaforma di Rambouillet fu costruita in modo tale da essere completamente inaccettabile per Milosevic, in quanto prevedeva la rinuncia alla sovranità non solo su una parte del territorio jugoslavo, ma sull''intera Jugoslavia. A parole una larga autonomia per la popolazione albanese del Kosovo, che si diceva di voler mantenere all''interno della Federazione jugoslava. In sostanza, attraverso il referendum sull'' autodeterminazione entro tre anni, il primo passo per un futuro distacco. Da considerare come inevitabile, anche alla luce della presenza sul terreno di un secondo esercito, l''Uck appunto, opportunamente armato, che avrebbe preso nelle sue mani la polizia del Kosovo mentre si chiedeva alle truppe serbe di lasciare il paese.

In sostanza si chiedeva a Milosevic una capitolazione incondizionata, da firmare sotto minaccia. Ultimo tocco, per dare realismo alla scenografia, la riottosa e infine domata resistenza alla firma dei rappresentanti dell''Uck. Il tutto per dimostrare che Milosevic era l''unico intransigente al tavolo della trattativa e che non restava altro che colpirlo, a quel punto, con tutti i mezzi a disposizione.

Perché si è agito in questo modo? Appare ovvio, alla luce di quanto sin qui detto, che le questioni umanitarie erano, come minimo, non la principale preoccupazione che muoveva la decisione americana di fare i conti, definitivamente, con Milosevic. Ve n''erano - ve ne sono - altre, ciascuna delle quali meriterebbe (meriterà) un esame attento. Ciascuna delle quali non immediatamente né mediatamente connessa con il Kosovo o con i Balcani. Ne elencherò qui, sommariamente, alcune delle principali.

La prima è la crescente convinzione, negli Stati Uniti, della necessità di "prendere il comando" del mondo. A questo proposito va segnalato il fatto, curioso per certi aspetti, che Washington ha impiegato all''incirca dieci anni per rendersi conto non solo di avere il potere mondiale indiscusso, ma di poterlo e di doverlo esercitare concretamente. Si può dire che questa maturazione ha preso corpo lentamente nella seconda metà del decennio in questione. Il suo momento pili evidente, la prima coagulazione delle sue possibilità, l''America di Clinton l''ha vissuto con il pieno successo dell'' operazioni di allargamento a est dei confini della Nato. L''Europa occidentale ha assistito all''operazione senza batter ciglio, anche senza particolare entusiasmo, ma l''ha avallata. Partendo da quella piattaforma i gruppi dirigenti statunitensi hanno compreso che un pieno decollo era possibile. Per altri aspetti, come vedremo, era necessario per gl''interessi che rappresentavano. I bombardamenti sull'' Iraq, compiuti in alleanza con la sola Gran Bretagna di Tony Blair, al di fuori dell''Onu e in mezzo a una aperta freddezza degli altri alleati occidentali sono stati la seconda epifania di quelle pulsioni. Già più chiara ed esplicita. Se l''estensione della Nato a est infliggeva un colpo cruciale alle idee di un'' architettura della sicurezza europea uscita da Helsinki e approdata all''Osce, l''attacco su Baghdad significava la volontà di "fare a meno" dell''Onu.

Non in quella particolare circostanza, ma "da qui all'' eternità". Se i gruppi dirigenti europei fossero stati più attenti a queste dinamiche, probabilmente avrebbero trovato qualcosa da ridire. Se non compattamente, almeno in parte. Non videro, invece, che si stavano modificando, per la lunga prospettiva, molte delle coordinate di riferimento internazionale che avevano presieduto all''intera fase del mondo bipolare. A questo brusco cambio di marcia contribuirono almeno altre due componenti. La prima è rappresentata dagl''impressionanti scricchiolii dell''architettura della globalizzazione manifestatisi proprio nel corso del biennio 1997-1998. La crisi finanziaria internazionale e le crescenti inquietudini sui suoi possibili riflessi sulla florida (ma enfiata. come una mongolfiera) economia americana hanno convinto la leadership di Washington a stabilire in fretta, prima che il peggio eventuale possa prodursi, chi ha diritto a passeggiare sul ponte di comando. La seconda, strettamente connessa con questa, altra faccia della stessa medaglia, è la necessità, per Clinton e il suo successore designato Al Gore, di garantirsi l''appoggio stabile della «Generazione Dow Jones», quella che sta portando, con i suoi consumi miliardari, il debito estero degli Stati Uniti a record assoluti mai visti e, probabilmente, non a lungo sostenibili (ultimi in ordine di tempo i 19,4 miliardi di dollari di passivo del mese di febbraio 1999).

Inoltre ha probabilmente svolto una parte, in questa accelerazione americana verso il comando, dopo la lunga gestazione determinata dalla sorpresa, la stessa esigenza di ristabilire i rapporti di forza con l''Europa e la necessità di fermare con un secco colpo di spada le illusioni di autonomia provocate dall''Euro. Occorreva stabilire un precedente sanguinoso per delimitare con la necessaria durezza i limiti e il contorno reale della libertà di movimento degli alleati europei. Questi limiti non avrebbero potuto essere meglio espressi che dalle parole di Zbignew Brzezinski; l''Europa dev'' essere incoraggiata a estendere la propria fisionomia unitaria e la propria influenza, ma soltanto, ed esclusivamente, in funzione dell'' estensione dell''influenza americana sul bicontinente eurasiatico.

Infine non va dimenticata una circostanza importante, che è stata istintivamente percepita dalla grande parte dell'' opinione pubblica russa: la Jugoslavia rappresenta il migliore degli esempi, dei poligoni di prova, per una strategia il cui fine più lontano potrebbe essere quello di ''sistemare'' i rapporti anche con l''ex impero russo, con l''ex potenza sovietica, ancora troppo grande, rivelatasi irriformabile con i criteri americani, riottosa, imprevedibile, pericolosa. Del resto, se gli strateghi di Washington non lo dicono apertamente, ci sono sempre quei commentatori politici italiani che, con intemperanza e impazienza dettate da un desiderio di rivincita anticomunista che 1''implosione sovietica non ha permesso di soddisfare, già parlano della necessità di istituire un protettorato (o una serie di protettorati settoriali) sulla Russia. Sono i cantori della prossima fase imperiale, che sta inaugurando si sotto i nostri occhi.

È evidente a chiunque che, per realizzare questi scopi, le Nazioni Unite non servono, anzi sono un inutile ingombro da eliminare il più in fretta possibile. L''azione della Nato contro Milosevic può essere letta perfettamente anche in questo contesto. Anzi, più scorrono i giorni e più appare evidente che questo è il contesto che meglio permette di leggerla. A coloro che, in questo mese di guerra, hanno cercato di mettere il bavaglio a tutti coloro che "eccepivano", con l''accusa di "pacifismo", di "anti-americanismo", e di mancanza di "fedeltà atlantica" si potrebbe semplicemente obiettare che tutti gli alleati di un'' alleanza hanno l''obbligo di essere "fedeli" ai patti: quelli più forti hanno un dovere non minore di quelli più deboli. Se "fedeltà" significa aderire semplicemente alle esigenze dei più forti, forse sarebbe meglio usare un altro termine per definirla. Forse "viltà"? O "sottomissione"? E, se ci si ritiene coraggiosi;-cioè se ci si piega non per paura ma per convenienza, non sarebbe meglio usare le parole "opportunismo" e "adulazione" al posto di "fedeltà"?

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