LEGISLAZIONE STRANIERI

globalist syndication

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Giulietto Chiesa 20 settembre 2011

di Lucio Barletta - Sinnos Editrice

PREFAZIONE DI GIULIETTO CHIESA

Nella storia è sempre difficile fissare la data in cui grande eventi mondiali prendono avvio. Perché c''è sempre qualche cosa che è avvenuto "prima" del fatidico momento, e in qualche modo lo ha determinato, ha influito sul suo verificarsi. Insomma è padre del padre. Ma c''è sempre un nonno del padre, cui far risalire, come si dice "in ultima analisi", la responsabilità degli eventi futuri.

Ma se dovessi fissare una data per stabilire inequivocabilmente quando è cominciata la migrazione di massa della globalizzazione, la collocherei esattamente in una cena che si tenne l''anno prima dell''elezione di Bill Clinton alla massima carica della massima e unica ormai potenza mondiale. Era dunque all''incirca il 1993 e il giovane Bill era il meglio piazzato, tra i democratici, a sostituire George Bush padre, che allora era solo George Bush punto e basta. La cena si tenne in una saletta riservata di un ristorante molto rinomato nella lower Manhattan, proprio vicino ai moli dell''Hudson, sotto l''ombra (se ci fosse stato il sole) delle due Torri Gemelle del World Trade Center.

Fu in quel momento - narrano le cronache del tempo - che un gruppo di influenti banchieri di Wall Street, in maggioranza democratici, ma non necessariamente solo democratici, decisero di invitare il giovane candidato il pectore, per vedere di che pasta fosse fatto, quanto fosse intelligente e pronto di riflessi, insomma se avrebbero potuto fidarsi di lui.

Gli spiegarono, parlando a turno e studiando le sue reazioni, che gli Stati Uniti d''America erano diventati molto più potenti di quanto non fossero stati mai. Gli misero sotto il naso molte cifre e molte considerazioni strategiche. Soprattutto una, che era in fondo quella che li interessava sopra ogni altra: il sistema della finanza americana era ormai così vasto e dilatato, cioè anche così affamato, da poter svolgere la funzione di "banchiere planetario". Cioè, spiegarono a Clinton, gli Stati Uniti avevano raggiunto una fase qualitativamente nuova della loro potenza economica, che si riassumeva nella necessità di una svolta finanziaria di proporzioni mai viste prima: una svolta globale, niente più e niente meno.

Altri non erano in condizione di farlo. Non farlo sarebbe stato delittuoso e foriero di gravi sciagure (riassumibili - disse uno dei banchieri - nella semplice, fatale conclusione che i profitti dei finanzieri americani, invece di essere 1000 sarebbero stati dieci). Cosa gli chiedevano, dunque? Cosa volevano sapere da lui? Se lui, Bill Clinton, figlio di umili origini, nato dal nulla, era disposto a eseguire un progetto che avrebbe dato ai banchieri d''America le più vertiginose ricchezze mai viste e sperimentate nella storia dell''Uomo. Queste ricchezze, gli spiegarono, si sarebbero in gran parte ripartite anche sui cittadini degli Stati Uniti, aumentando ancora il già splendido tenore di vita delle classi medie, accrescendo la forza militare americana e il suo prestigio, assicurandogli due mandati, la gloria di essere uno dei presidenti della storia americana che si collocavano nell''elenco dei migliori.

La decisione che gli chiedevano si riassumeva in tre piccole parole. Come sempre le grandi verità non hanno bisogno di lunghi discorsi per essere spiegate. Più sono grandi, meno sono le parole che le racchiudono. "In principio era il Verbo", così l''incipit della Bibbia. Cinque parole. "E'' stato Osama bin Laden " (a fare l''11 settembre). Cinque parole. Nel caso di Clinton la verità che gli fu presentata ne aveva addirittura due di meno, cioè tre: "Free Capital Flow" (in italiano vengono quattro parole: Libero flusso di capitali).

Cosa significavano quelle tre parole? Che il novo presidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto fare di tutto - e quello che poteva fare era molto, cioè proporzionato alla potenza e alle capacità di pressione del governo e delle forze armate statunitensi - per fare in modo che, nel più breve tempo possibile i capitali mondiali, le centinaia di migliaia di miliardi di dollari di capitale circolante esistenti, potessero muoversi senza impacci, senza ostacoli, senza limiti, su tutti i mercati planetari.

Questo voleva e vuole dire "free capital flow".

Il giovane Clinton ascoltò, e capì. La proposta che gli veniva fatta da quella rispettabile congrega era un prendere o lasciare. Se voleva essere eletto, cioè se voleva che la sua campagna fosse energicamente finanziata a colpi di centinaia di milioni di dollari, non aveva altra scelta che acconsentire.

Chi raccontò questa storia, per filo e per segno, cinque anni dopo, furono quattro giornalisti del New York Times che scrissero una serie di articoli che il giornale intitolò "Cosa c''è dietro la globalizzazione?" I quattro raccontarono il momento topico di quella serata con questa fatidica frase: "Fu da quel momento che cominciò il mercato delle vacche". Clinton disse che, in caso fosse stato eletto, non avrebbe avuto nulla di meglio da fare che garantire il libero flusso di capitali. E ci fu un grande brindisi di soddisfazione generale. Poi qualcuno dei banchieri aggiunse, con un vago sorriso sulle labbra, che fidarsi è bene, ma che sarebbe stato meglio affiancargli un ministro del Tesoro capace di dare un''occhiata alla realizzazione dell''impegno. E tirò fuori il nome di James Rubin. Nome accolto, naturalmente, senza battere ciglio.

Sappiamo che Clinton fu eletto, e rimase per ben due mandati alla testa dell''Amministrazione degli Stati Uniti d''America. Durante quegli anni le ambasciate americane di tutto il mondo diventarono, nel senso più stretto della parola, vere e proprie "agenzie d''affari". Promuovere l''introduzione di leggi liberistiche nei differenti paesi diventò la loro attività principale. Con grande successo, va riconosciuto, perché nei dieci anni che vanno dal 1990 al 2000 Wall Street riuscì a rastrellare all''incirca 10 mila miliardi di dollari su tutti gli altri mercati mondiali. I banchieri di Wall Street avevano visto giusto. La finanza mondiale era stata servita dai manager americani, e aveva pagato per i servigi. Abbondantemente.

La globalizzazione era divenuta trionfante, dimostrando che Francis Fukuyama era nel giusto quando pronosticava la fine della storia. Nemici non ce n''erano più, la Cina era già stata inglobata nel mercato capitalistico mondiale e, presto, sarebbe stata costretta anch''essa a seguirne non solo le regole, ma la politica.

Non c''erano se e ma, neppure all''orizzonte. I capitali si muovevano veloci come il fulmine, migliaia di miliardi si spostavano con un tocco di dita da un continente all''altro, giungevano dove si poteva produrre profitto, se ne andavano non appena quel profitto diventava appena inferiore a un altro profitto, che si sarebbe potuto arraffare con poco sforzo nel paese vicino. Si costruivano città intere su una speranza, che poteva essere bruciata in poche settimane, da un''altra speranza, migliore, ma altrove. Era la raffigurazione di quella che gli economisti liberisti, sulla scia di Milton Friedman, avevano chiamato "distruzione creativa".

Naturalmente c''erano in gioco speranze diverse. Quelle che si realizzavano erano le speranze dei finanzieri, insieme al crescere vertiginoso dei loro guadagni, di corporation ma anche - soprattutto - privati. Altre speranze invece non si realizzavano affatto: erano quelle della "manod''opera", sottoposta alle montagne russe di vertiginose e improvvise salite, seguite a cadute verticali. Che, essendo gli individui fatti di carne ed ossa, risultavano rovinose, comunque dolorose, quasi sempre incomprensibili, improvvise, inattese. Perché - e lo si sarebbe dovuto calcolare fin dall''inizio, fin da quella famosa cena in vista delle acque grigie dell''Hudson - la fisica ha le sue leggi, e infrangerle non si può. Un miliardo di dollari può attraversare dieci frontiere in un secondo. Nel mondo virtuale questo non solo è possibile: è la regola.

Ma i posti di lavoro, quelle che nel gergo economico si chiamano "risorse umane", si muovono potandosi dietro il peso dei loro atomi. Cioè immensamente più lente. Devono far i conti della loro vita biologica, dei loro figli, delle case che abbandonano. Devono potersi immaginare un''altra vita reale. Hanno bisogno di tempo perfino le loro immaginazioni. Accelerano solo quando sono costrette dalla necessità, dalla sopravvivenza. Ma anche questa accelerazione è infinitesimale rispetto alla fulminea velocità dei capitali nel web, immateriali, insensibili, privi di ogni remora.

Lento, dunque, à l''Uomo. Ma non immobile. E fu così che, certo con ritardo rispetto al capitale finanziario, anche l''Uomo cominciò a spostarsi.

Prima furono poche decine, gl''intraprendenti, gli audaci, gli avventurosi, i tarantolati nomadici. Poi, piano piano, cominciò a crescere il loro numero. Le televisioni mostravano ormai a tutti, sotto ogni latitudine e longitudine, le opportunità, le ricchezze, i sogni, gli orizzonti. Lontani ma possibili. E ciascuno poteva misurare la differenza tra la propria, desolante, condizione e quella altrui, sempre migliore (perché la televisione non mostra quasi mai la realtà, ma indulge sul sogno).

Eccoci arrivati a oggi. Ora sono i milioni che cominciano a muoversi, tutti insieme. Ora la globalizzazione è già in crisi. Lo è da circa otto anni, lo era da subito, ma nessuno volle vederlo. E le grandi masse, sospinte dall''inerzia del loro peso fisico, della loro lentezza molecolare, restano in movimento. E anzi crescono a dismisura perché la globalizzazione americana non ha diminuito i problemi, li ha aumentati. Non solo la differenza tra ricchi e poveri è andata dilatandosi oltre ogni limite, ma le stesse risorse ora cominciano visibilmente a scarseggiare. La gente si muove ora per andare dove c''è denaro, dove c''è lavoro, dove c''è benessere e sogno, ma anche dove c''è acqua e roba da mangiare.

Oggi sono ormai migliaia quelli che arrivano sulle nostre coste. Domani saranno centinaia di migliaia, e poi - se continua così - milioni. Sono i figli della globalizzazione che noi abbiamo voluto. Figli naturali. Ne abbiamo bisogno, perché invecchiamo e diveniamo più pigri, e loro sono più giovani e più energici, ma pretenderemmo che "si comportassero bene", cioè che fossero come noi, che pregassero lo stesso Dio, che avessero le stesse regole, ma che se ne stessero buoni in un angolo, senza disturbare, senza accampare diritti. Il che, ovviamente è impossibile.

Ne abbiamo bisogno, in molti sensi, ma le nostre società ricche non hanno saputo prevedere che ne avremmo avuto bisogno. Né che loro avrebbero avuto dei bisogni, e diversi dai nostri. Per cui, già adesso che arrivano ancora in pochi, relativamente, facciamo difficoltà ad accoglierli, a trattarli come si dovrebbe, a concedere loro i diritti umani che consideriamo, per noi, inalienabili e universali.

Come unica scusante della nostra distrazione - che è anche il segno della nostra profonda in cultura - abbiamo il fatto che sta avvenendo sotto i nostri occhi, con una sconvolgente rapidità, la più grande mutazione organizzativa del genere umano di tutti i tempi. E sarà bene che cominciamo a organizzarci perché i guai non diventino ancora più grandi, e ingovernabili.

L''autore di questo libro è ta coloro che cercano di guardare avanti e di organizzare una risposta civile a questi problemi. E'' per questo genere di persone che scrivo.

Giulietto Chiesa

Settembre 2006

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