“Ghana Freedom”, la voce dell’Africa su diaspora, migrazioni e donne

Nel suo debutto alla Biennale di Venezia il paese subsahariano affronta questioni urgenti in forma poetica

Foto da “Four Nocturnes” di John Akomfrah, padiglione Ghana Freedom, Biennale di Venezia 2019, courtesy Smoking Dogs Films and Lisson Gallery. Foto ste.mi.

Foto da “Four Nocturnes” di John Akomfrah, padiglione Ghana Freedom, Biennale di Venezia 2019, courtesy Smoking Dogs Films and Lisson Gallery. Foto ste.mi.

redazione 13 agosto 2019Culture
Stefano Miliani

Su uno schermo un africano cammina nel deserto. Si intravedono tralicci dell’elettricità, i colori prendono pieghe artificiali, acide. Quell’uomo sembra stia migrando. In altre sequenze compariranno bisonti, la foresta pluviale, piante carnivore, un cacciatore bianco, un elefante morto … Sono immagini che puntellano “Four Nocturnes”, video installazione scandita in tre schermi in contemporanea di John Akomfrah: artista anglo-ghanese, magistrale, potente e immaginifico, ha portato la sua opera alle Artiglierie dell’Arsenale alla Biennale di Venezia, nella sala-padiglione del Ghana. E qui sta la novità principale: alla manifestazione d’arte contemporanea più accreditata del pianeta, in corso fino al 24 novembre e presieduta da Paolo Baratta, tra i padiglioni nazionali quest’anno ha debuttato lo Stato africano con un intervento di gran qualità.

È un esordio molto significativo. Per andare dritti al nocciolo della questione: gli artisti presenti dimostrano come da quella terra emerga una cultura di alto livello e consapevolezza; emerge, da questo padiglione come la diaspora, le migrazioni, l’abbandono della propria casa, il rapporto con l’Occidente benestante siano elementi ineludibili e centrali della vita di milioni di persone che certo non intraprendono viaggi pericolosi e spesso fatali per fare vacanza su “taxi del mare”. Emerge, dal padiglione ghaniano, la conferma che l’Occidente bianco non può né debba considerarsi depositario della cultura a sua immagine e interpretazione perché gli artisti di alto livello sono spesso altrove e affrontano con poesia i dilemmi del tempo nostro.

Il padiglione si chiama “Ghana Freedom”, riprendendo una canzone del musicista stile “high life” (un genere dove l’Africa si fondeva con i Caraibi) E. Mensah. Per conto del ministero del Turismo, arti e culture la curatrice Nana Oforiatta Aym ha invitato sei artisti: Felicia Abban, Akomfrah, El Anatsui, Lynette Yiadiom-Boakye, Ibrahim Mahama, Selasi Wwusi Sosu. L’allestimento in spazi ellittici richiama le case in terra ghaniane e lo firma l’architetto sir David Adjaye Obe: forse a noi occidentali sembra risentire un po’ troppo del colore “etnico”, tuttavia lo spazio così distribuito scandisce nitidamente le opere e, al tempo stesso, ne intreccia tempi e modo di percepirle.

Nello spazio color terra un odore di pesce affumicato quasi estraniante accoglie i visitatori: è sottile, penetrante, proviene dalle impalcature di legno in cui Ibrahim Mahama ha sistemato reti da pesca, pergamene, stoffe, con un evidente ed efficace richiamo al lavoro dei pescatori, ai mercati, alla quotidianità trasposta in percezione fisica. Mahama peraltro è l’autore che ha ricevuto consensi e approvazione per aver impacchettato con sacchi di juta due caselli daziari di Porta Venezia a Milano nella primavera scorsa, per aver creato un’opera complessa e spiazzante senza imitare l’impacchettatore di monumenti per antonomasia qual è Christo con la sua moglie ora scomparsa.

A proposito di donne: anche perché il commissario del Padiglione è una donna, la componente femminile è presente. Sulle pareti scorrono immagini digitali ricavate da foto degli anni ’60 e ’70 di Felicia Abban, la prima fotografa ghaniana ad aver ottenuto riconoscimenti e notorietà, e i ritratti dipinti da Lynette Yiadom-Boakye e carichi di una loro forza intima e drammatica.

Selasi Awusi Sosu con una video installazione a tre canali, suoni e bottiglie di vetro scrostate reinterpreta la realtà di una fabbrica di vetro e realtà urbane affollate e complicate. Infine El Anatsui letteralmente stupisce: i suoi arazzi hanno una superficie dorata, quasi regale, pur lacerata, finché non si scopre che il materiale adottato è quanto di più quotidiano si possa immaginare, è alluminio ricavato da tappi di bottiglia e scatolette intessuto con fili di rame e componendo disegni immaginifici, astratti, ipnotici.

Conclusa la Biennale, “Ghana Freedom” sarà portato ad Accra, capitale del paese dell’Africa occidentale.

Il sito della Biennale d'arte di Venezia

Il ghanese Ibrahim Mahama impacchetta Milano con sacchi di iuta africani