Caro Gabo...

Lettera sulla bellezza e sulla poesia di Garcia Marquez. Attraverso il percorso di una generazione. Con allegria e ironia, tra Macondo e la storia. [Flavio Fusi]

redazione 19 aprile 2014

di Flavio Fusi


Caro Gabo,


avrei voluto esserci, quando in un cinema di Città del Messico, quel fanatico di Mario Vargas Llosa ti tirò un pugno in un occhio (lui, così “british”!) per una questione di donne. Ma c’ero, all’ Avana, molti anni più tardi, quando risalivi, gesticolando nella vampa cubana, l’ assolata Calle 23 : un piccolo uomo vigoroso in mezzo a un rumoroso gruppo di giornalisti e amici. Quel sorriso sotto i baffi folti e imbiancati lo presi per me, dedicato a me, e me lo porto ancora stretto come un regalo, nelle mie fredde giornate d’ Europa. L’Avana, Managua, Lima, Caracas: non hai mai scritto di queste città amate, ma leggere una tua pagina era sempre, ed è ancora, come spaccare la polpa fragrante di una papaia, come affondare i denti nel profumo di una guaiaba, come sbucciare il cuore roseo e tenace di un mango maturo: pura America Latina, dai pomeriggi indolenti lungo il Rio Magdalena, ai fiori del giardino nella tua ultima casa, nel quartiere di Pedregal de San Angel, sotto il vulcano spento di Città del Messico.

Caro Gabo,

ho letto “L’ amore ai tempi del colera” su una vecchia terrazza di Calle San Bernardo, nelle tiepide notti di Madrid. Mi sono addormentato – con il rumore del traffico ormai spento - insieme a Firmina Daza e Florentino Ariza, antichi amanti ostinati e invincibili. E confesso che non ti conoscevo - nessuno ti conosceva - quando per settimane ho tenuto a dormire nel cassetto “Cento anni di solitudine” nella prima bella edizione italiana di Feltrinelli: avevo venti anni, e non mi convinceva (nella mia giovanile presunzione) quel titolo ardito, e forse non mi convinceva del tutto la ragazza che mi aveva regalato quel libro poderoso.

Caro Gabo,

ti chiedo scusa, a nome dei ragazzi cresciuti della mia generazione, per tutti i centri sociali, per tutti i caffè e le pizzerie, per tutti i circoli Arci sconsideratamente intitolati a Macondo. Ci sembrava allora - Macondo – un grido di battaglia, una porta aperta su una confusa, esotica, rivoluzione. Quello, lo abbiamo scoperto dopo, era invece il tuo geloso “luogo dell’ anima”, un intero mondo immaginario e reale. Lo specchio di un continente, una costruzione amorosa, un pianeta di allegria e sofferenza, come fu anche Santa Maria per il tuo maestro Juan Carlos Onetti, come fu la Casa Verde, per il tuo rivale-amico “Varguitas” Vargas Llosa. E ti chiedo scusa per l’etichetta del “realismo magico”, che ha marchiato a fuoco tutta una intera generazione di grandi autori latinoamericani. Se la tua prosa era “realismo magico”, allora anche la tua lunga, degna amicizia per Cuba e per il vecchio Fidel poteva essere contrabbandata come sintomo di un tristissimo “socialismo reale”. Vuote etichette, appunto…..

Caro Gabo,

ti ringrazio per i tuoi fulminanti, straordinari incipit. Quelle tre righe scarne che – soprattutto nei racconti - creano un mondo e un personaggio, e avvertono il lettore che si sta avventurando in una terra nuova e incognita: la tua terra. E ti ringrazio per essere stato, per tutta la tua vita, un semplice giornalista (anche se non sempre “felice e sconosciuto”). Giovane cronista elegante nel suo vestito da pochi pesos, con il cappello alzato sulla fronte, davanti alla sua macchina per scrivere. Redattore curioso, compagno di sbronze e di avventure cittadine, in quella remota Colombia che intanto precipitava nel lungo inferno della “violencia”. Ti ringrazio per la tua semplicità, che ci ha accompagnato per tutti questi anni. Per quella foto, pubblicata oggi da un giornale italiano, in cui stai seduto a un panchetto di legno. Leggi o scrivi, e intanto ti sei tolto le scarpe, e a piedi nudi affronti la difficile impresa della creazione letteraria.

Caro Gabo,

Davvero “hai vissuto per raccontarla.” Con allegria, ironia, e umana misericordia. Ti accoglie a Macondo la tua folla di compagni: da Florentino a Firmina, da Santiago Nasar al patriarca, dalla Mamà Grande al vecchio con grandi ali, dal Libertador al vecchio Buendìa. E’ un intero paese, sulle acque pigre del rio Magdalena, che ti farà per sempre compagnia.