Scemo più scemo

Cinque eventi che ci fanno dubitare della nostra sanità mentale [Stefano Torossi]

Stefano Torossi 24 settembre 2013
[b]di Stefano Torossi[/b]

23 settembre 2013




[b]C.L.A.[/b]

Comitato per la Liberazione degli Arrosticini. Da Facebook: “Un commando di attivisti scatenati devasta il sito di una fiera locale in Piemonte, tagliando cavi, abbattendo tende, imbrattando tutto”. La sagra era quella degli arrosticini, gustosi spiedini di pecora. Fra le scritte lasciate dagli scalmanati: “ASSASSINI!” e “VERGOGNA MANGIATORI DI CADAVERI!!!” Il blitz è stato rivendicato da un gruppo locale di vegani (per chi non lo sapesse, i vegani sono vegetariani estremi: niente che cammini, voli o nuoti, e nessuno dei loro derivati).

Naturalmente, trattandosi di una notizia da Facebook, la sua attendibilità è senz’altro da controllare, ma se vera, una e una sola è la logica conclusione: “Senza proteine si rischia la scemenza”.



[b]Muffa d’arte.[/b]

Martedì 17 settembre. Il Trovaroma annuncia alle 19.30 al Chiostro del Bramante per la serie “Incontri con l’artista” la presenza di Mario Ceroli che si racconterà agli spettatori. Siamo lì qualche minuto prima dell’orario, ma ci sono solo due tizi occupati a sistemare le sedie all’aperto, peraltro in un posto meraviglioso, in un pomeriggio ancora estivo e con tutta la calma immaginabile.


Bene, siamo a Roma, ci diciamo, inutile agitarsi. Ci sediamo su un gradino e aspettiamo le otto, quando finalmente i due che piazzavano le sedie si manifestano nella loro veritiera funzione di organizzatori dell’incontro, giurano al pubblico, nel frattempo congregato, che Ceroli è in arrivo da un momento all’altro, e intanto danno la parola al noto critico Maurizio Calvesi. Il quale, dopo un excursus alquanto iettatorio sulla Scuola di Piazza del Popolo: Schifano, Angeli, Festa, Pascali, tutti morti, e anche male, passa a intrattenerci come un nonno monomaniaco su come, quando, perché, dove, sono avvenuti tutti i suoi incontri con Ceroli, gli incoraggiamenti e il sostegno che gli ha dato e il ruolo avuto nella sua carriera artistica. Il tutto in un tono così uguale e soporifero, da “buonanotte nipotini”, che anche le notizie interessanti scivolano via nel torpore.


Intanto, ogni quarto d’ora, gli organizzatori rincuorano il pubblico con notizie, chiaramente infondate, sull’imminente arrivo dell’artista atteso. L’epilogo di questo raccontino (scemo) è che qualche minuto prima delle ventuno, mentre l’attesa di Ceroli si faceva sempre più spasmodica, ce ne siamo andati a mangiare una pizza; e mai sapremo se lui è arrivato o no.



[b]Due anni sprecati?[/b]

Sabato 21, alla galleria Monitor, mostra fotografica di Antonio Rovaldi. Secondo la presentazione (e credo che tutti sappiamo quanto pomposi, ridicoli e spesso mendaci siano i testi che accompagnano le mostre d’arte) l’artista ha girato le coste di tutta l’Italia in bicicletta per due anni, durante i quali, oltre a pedalare (e fare qualche altra cosa, ci, e gli auguriamo) ha anche fotografato l’orizzonte sul mare, e solo quello, da tutti i punti in cui si è fermato.


Immaginarsi quale e quanta può essere la varietà degli orizzonti marini: una linea dritta con sopra il cielo e sotto il mare. E ci fai due anni di pedalate? Curiosi, siamo andati alla vernice. E abbiamo trovato quello che avevamo immaginato. Una cinquantina di foto tutte della stessa grandezza, attaccate al muro rigorosamente allo stesso livello in modo che la famosa linea d’orizzonte di ogni immagine continuasse in quella successiva formando un filo ininterrotto. Dobbiamo ammettere per amore di verità che alcune di queste foto non erano male. Ma ci pare proprio che il progetto nel suo insieme, e considerando i risultati, sia rigorosamente in linea con il titolo di questo articolo.



[b]Con tutto il rispetto.[/b]

Per chi ci crede (noi no). Domenica 22 siamo andati a S. Lorenzo in Lucina a visitare la mostra dedicata a Padre Pio. Si intitola “La grande luce”. Naturalmente è tutta miracoli, stupore, devozione. E fin qui, ovvio: ognuno ha bisogno di trovare un rimedio alle proprie paure, e quindi cosa c’è di meglio del totalmente irrazionale, che non può essere dimostrato, se ci credi, ma neanche smentito, se sei scettico. Su una serie di pannelli leggiamo delle famose febbri di Padre Pio durante le quali la sua temperatura saliva a 48 gradi, e faceva scoppiare il termometro (ci pare di aver sempre sentito che una temperatura così fa bollire il cervello in pochi secondi – e poi, come mai usavano dei termometri tanto fragili?). Oppure del misterioso profumo di fiori emanato dalle stimmate, certificato dal suo medico, il dottor Festa (del quale ingenuamente si dice su un altro pannello, che era del tutto privo di olfatto; miracolo bis?). Purtroppo, delle famose stimmate non esiste neanche un’immagine. Eppure la fotografia era già ben progredita all’epoca. Ma, appunto come detto in principio, ognuno si aggrappa al salvagente che gli capita più vicino. Sempre con tutto il rispetto, naturalmente.



[b]Sòla.[/b]

E quella che ci siamo beccati domenica sera alla Sala Santa Cecilia del Parco della Musica. E francamente ci ha presi alla sprovvista. Lo spettacolo è “The Kilowatt Hour”, e nel titolo troviamo anche l’unico elemento positivo della faccenda: la durata ridotta, appunto one hour, un’ora. Il kilowatt è un riferimento elettrico, e noi ci aspettavamo qualcosa di elettrizzante per la sua moderna audacia. Il catalogo ci aveva garantito “Sylvan, Fennesz e Mathieu, ognuno a suo modo e nel rispettivo ambito di appartenenza, artisti poliedrici e innovativi, uniti per lo stesso raffinato gusto per la sperimentazione musicale”.


I tre sono entrati nel buio più completo (poi abbiamo capito che era per non farsi riconoscere all’uscita) ci hanno mollato una sbobba di suoni informi e ripetuti con qualche nota di piano, e lunghe chiacchierate in un inglese cavernoso, senza nessuna pausa, ma ancora peggio, senza nessuna intenzione percepibile, accompagnati da immagini che scorrevano lente lente su tre grandi schermi rizzati dietro le tre consolles. Nuvole, strisce colorate e geometrie tridimensionali, b/n e colore. Roba da computerino, altro che innovativa. Quarant’anni fa, al primo apparire dei sintetizzatori (il Moog, il Synket) noi già ci passavamo le nottate a stordirci con questi suoni nuovi, prolungabili per tempi infiniti. E poi abbiamo anche imparato a sincronizzarli con le immagini.


Abbiamo avuto la sensazione, dal tepore degli applausi, che anche lo scarso pubblico, in gran parte ragazzi post Moog e Synket, non fosse molto convinto. Decisamente d’accordo con noi una delle maschere a cui, uscendo, abbiamo manifestato il nostro sconcerto, la quale naturalmente, non potendo per contratto esprimere un’opinione, ci ha fatto un sorriso molto complice, e ci sembra anche che abbia mormorato a mezza bocca “Sòla”, ma non ne siamo sicuri.
Quello di cui siamo sicuri è che stavolta lo scemo è stato il Cav. Serpente.