Videogiochi, zero dialogo e pochi visitatori per la Galleria Nazionale

Lettera aperta e appassionata al Sovrintendente dei Beni storici e artistici dell’Umbria su boutade e dimenticanze di una gestione poco illuminata. [Antonio Brizioli]<br><br>

redazione 16 settembre 2014

Alla cortese attenzione dello Spett.le Dott. Fabio De Chirico

Soprintendente per i Beni Storici, Artistici e Etnoantropologici dell'Umbria




[b]Le scrivo in merito all'articolo[/b] da me pubblicato sul Corriere dell'Umbria lo scorso 6 settembre, con il titolo [url"“Galleria Nazionale dell'Umbria: spacchiamo il porcellino”"]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=62277&typeb=0&Galleria-Nazionale-dell-Umbria-spacchiamo-il-porcellino[/url]. L'intervento era incentrato sul racconto di una mia visita appassionata al museo di cui lei è responsabile, che amo enormemente come chiunque ami l'Umbria e il suo intimo legame alla bellezza. Solo nel finale toccavo (credo legittimamente) la questione della bassa affluenza di visitatori e suggerivo, non certo come cura di ogni male, ma come segnale di reazione, la possibilità di esporre una o più opere all'esterno della Galleria. Questo era il punto, FUORIUSCIRE, a prescindere dalla direzione, che suggerivo potesse essere proprio Corso Vannucci.
Non sono così ingenuo da pensare che l'idea di un Signor Nessuno, giusta o sbagliata che sia, venga accolta senza riserve e tradotta in realtà, anche perché l'articolo volutamente non si configurava come un progetto bensì come un impulso, il tentativo di aprire un terreno di dialogo, al momento assente, fra la Galleria e la città. Forse sarebbe bastato rispondere con un gentile quanto inoperoso: “È bello vedere che un giovane perugino si interessi al suo patrimonio artistico, tuttavia quanto lei propone non è possibile per questo e quell'altro motivo. Arrivederci e grazie!”. La Vostra reazione al mio stimolo è stata invece scortese, inopportuna e inesatta.


In un primo tweet mi rispondete vagamente “Mettere le opere a repentaglio in strada non è la soluzione”, dopoché, invitati a spiegarvi in modo più serio e diffuso, chiudete i giochi in questi termini: “Perdoni il tono franco ma portare a giro le opere su Corso Vannucci sembra una boutade o un videogioco. Resto a Sua disposizione”. Poiché sono passati ormai dieci giorni e non ho ricevuto ulteriori riscontri, il tweet in questione, emesso dall'account ufficiale della Galleria, è da assumersi come risposta definitiva e le considerazioni da fare a riguardo sono le seguenti:


- Anzitutto, un'istituzione del vostro calibro, se appellata direttamente e invitata a controbattere da un giornale localmente visibile come il Corriere dell'Umbria, ha il dovere di rispondere in maniera argomentata e mediante un mezzo decoroso. Avreste potuto scrivere a vostra volta un articolo o quanto meno un comunicato diffuso dal sito internet della Galleria. Non è sufficiente un tweet sgrammaticato e spocchioso, che anziché entrare nel merito dei contenuti proposti si appella ad un francesismo da salotto e mi rivolge un “Lei” canzonatorio.



- Non mi dilungo sulla questione sicurezza. Se avete interpretato il mio suggerimento come: “Prendete un polittico, buttatelo giù dalle scale, mettete due chiodi su Palazzo dei Priori e lasciatelo là a prendere pioggia finché qualcuno non lo ruba” siete degli insolenti, nel senso che attribuite all'interlocutore un'ignoranza d'ufficio, senza neanche prendervi la briga di dimostrarla. Non penso che quando vi hanno chiesto le opere del Perugino attualmente in mostra al Museo Jacquemart-André di Parigi, gli abbiate risposto “Scusate, ma non possiamo mettere i dipinti sul portabagagli di una jeep e portarli in Francia, perché magari facciamo un incidente e si rompono...”.


Come si trasporta e assicura un'opera lo sapete ben meglio di me! Evidentemente, collocare un dipinto all'esterno del museo comporta la necessità di creare una struttura adeguata o adattarne una esistente, in modo da proteggerlo, da garantire le condizioni di luce e umidità necessarie, da disporre di un sistema d'allarme e sorveglianza... E altrettanto evidentemente ciò comporta dei costi, quelli che deve affrontare chi voglia uscire da un torpore primordiale.


Mi viene in mente a tal proposito un'iniziativa attuata nel 2011 dal Van Abbemuseum di Eindhoven, che ha inviato all'Accademia di Belle Arti della Palestina (IAAP), situata a Ramallah, il “Buste de femme” (1943) di Pablo Picasso, uno dei pezzi più pregiati della sua inestimabile collezione. Il museo ha risposto a una richiesta proveniente dal basso, da un luogo evidentemente estraneo alle rotte dell'arte che conta, che per la prima volta ha potuto accogliere un'opera di tale importanza, “messa a repentaglio” nell'occasione ben più di quanto non lo sarebbe una vostra in Corso Vannucci. Perché l'hanno fatto? Oltre che per una giusta causa umana e politica, per sperimentare nuove possibilità e costruire nuovi dibattiti, in fondo il ruolo principale della macchina museale, che non può essere pensata come un semplice deposito. Alla scadenza stabilita, l'opera è tornata a casa sana e salva.



Veniamo alla questione espositiva, relativa al possibile collocamento di opere al di fuori delle mura del museo, definita da voi “boutade” e addirittura “videogioco”.


Questa soluzione per me non solo non è virtuale, ma è sperimentata sulla pelle. Lavoro da tre anni infatti, a Milano, in un “centro d'arte disperso”, privo di sede, che si chiama Isola Art Center. Il progetto in questione, che esiste dal 2001 ed ha visto la partecipazione di centinaia di artisti italiani e internazionali, ha avuto sede in un'ex-fabbrica del quartiere Isola fino al 2007, quando l'edificio è stato abbattuto per far posto ai grattacieli del Bosco Verticale, fiore all'occhiello (in negativo) dell'imminente EXPO. L'abbattimento, attuato dal Comune di Milano e dalla multinazionale texana Hines, ha fra l'altro comportato la distruzione di decine di opere d'arte. Da quel giorno, Isola Art Center esiste senza una sede fisica. Come? Organizzando mostre nelle piazze, nei negozi, nei ristoranti, nelle associazioni, a volte anche con opere di elevato valore, la cui sicurezza non è mai stata messa a repentaglio, malgrado l'ovvia assenza di ogni sistema di controllo. Anzi, in questa lunga esperienza, il paradosso ha voluto che le opere fossero in pericolo finché la sede era in piedi, per poi trovarsi al sicuro quando la stessa ha cessato di esistere.


Nell'ambito dell'arte contemporanea, la soluzione di esporre nello spazio pubblico o in spazi privati che abbiano un contatto più diretto col fruitore è altamente praticata. Mi viene in mente fra i tanti casi quello di Edicola Notte, un minuscolo vicoletto di Trastevere trasformato in spazio espositivo vetrato, che esiste dal 1990 ed ha ospitato le opere di artisti fra i più quotati a livello mondiale: Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Gianfranco Baruchello, Alberto Garutti, Sislej Xhafa, per fare solo qualche nome...


E potremmo procedere a ritroso fino alla Rivoluzione Francese, ma per ora non voglio dilungarmi, non sarebbe necessario, perché c'è un precedente stupefacente, ben più funzionale al nostro confronto di ogni altro esempio.


Sapete chi ha adottato questa “boutade” in epoca relativamente recente?

Proprio la Galleria Nazionale dell'Umbria! Forse non lo ricordate ma nel 1992, in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Piero della Francesca, avete promosso il restauro del Polittico di Sant'Antonio, esposto l'anno successivo, nella versione rinnovata, alla Sala Cannoniera della Rocca Paolina, dal 18 maggio al 30 settembre, con relativo catalogo a cura di Vittoria Garibaldi. Successivamente il polittico, prima di rincasare in Galleria, ha fatto tappa alla Cattedrale di San Lorenzo, dal 18 al 24 ottobre, per accogliere l'abbraccio della comunità religiosa. Io ero troppo piccolo per apprezzare, ma le fonti di allora parlano di un successo straordinario. Ci furono polemiche ovviamente, quelle a cui sempre si espone chi fa qualcosa di lungimirante.



Eppure i temi affrontati, su cui era inevitabile mi pronunciassi dal momento che è stata messa in dubbio la mia credibilità, non sfiorano il reale motivo per cui vi scrivo.


Il problema insuperabile sta nel fatto che la Galleria, a fronte della collezione più ricca e pregiata dell'arte umbra, dislocata su due piani, 30 sale e circa 4.700 metri quadrati, nel 2013 ha accolto la misera cifra di 34.743 visitatori paganti. Non procedo all'elenco di introiti, stipendi e spese (tutti dati reperibili online al sito del Mibact) per non risultare inelegante, oltre che per non sviare dal centro del dibattito, ma è evidente che la struttura non è in grado neanche di ripagare i propri costi. Non avete una pagina Facebook dalla quale comunicare le vostre iniziative, il vostro account Twitter ha 162 followers! Non siete minimamente visibili né tanto meno interattivi, in un'epoca in cui esserlo è indispensabile.


So bene che risentite di una situazione nazionale altamente depressa e che non tutte le colpe del vostro insuccesso vi appartengono, ma la vostra gestione non è così illuminata da consentirvi di snobbare un venticinquenne perugino (lasciamo stare laureato in storia dell'arte, lasciamo stare lavoratore dell'arte contemporanea e tutto il resto perché qui non conta...) che vi chiama in causa con atteggiamento propositivo e rispettoso. Questo vale anche nel caso in cui la sua proposta sia (e mi sembra di aver dimostrato con argomenti validi il contrario) una boutade, il ghiribizzo di un'esibizionista.


La invito dunque ad accettare l'apertura di un dialogo serio e approfondito con la città. Nessuno può permettersi di issare un immaginario cartello con su scritto “NON DISTURBARE!” fuori dalla Galleria Nazionale dell'Umbria, a meno di farsi carico di enormi responsabilità.



Cordiali Saluti,


Antonio Brizioli

Esperto di Videogiochi





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