Il mercante e lo struzzo: il razzismo, le statue abbattute e il revisionismo storico

La differenza tra democrazia e dittatura, sulla costruzione degli spazi pubblici, è che questi non costituiscono un’opportunità di propaganda per il dittatore, ma il luogo di una discussione democratica.

La statua di Edward Colston abbattuta

La statua di Edward Colston abbattuta

Giuseppe Costigliola 14 giugno 2020
Il bestiale omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto ha provocato nel mondo una serie di incontrollabili reazioni a catena. Puntualmente, al primo smottamento nella convivenza civile gli irrisolti problemi dell’umanità fuoriescono come pestilenziali geyser, ammorbando l’aria e le coscienze. Tra questi irrisolti problemi spicca il razzismo, forse il più antico e pervasivo dei gas venefici, immancabile presenza oscena nelle vicende umane. Da quando, con la modernità, ne è stata codificata la perniciosità, l’immoralità, l’inumanità, la scimmia antropomorfa che come specie governa il mondo continua a chiedersi: come eliminarlo definitivamente dalle nostre società?
Il problema, che nel XXI secolo è ben lungi dall’essere risolto, scuote a tal punto le coscienze da portarle a mettere in questione il proprio passato, la propria civiltà, edificata in millenni di storia: per lo meno, è quel che avviene in occidente. Non ci si ferma però ad un doveroso e costruttivo dibattito, che possa sfociare in concrete azioni di governo (educative, culturali, giuridiche) in grado di estirpare il male, ma, com’è nelle vicende umane, tutto ciò deborda in una rabbia spontanea e incontrollata, in atti dalla grande carica simbolica e liberatoria. Si spiega così quel che è accaduto a Bristol, con la statua di Edward Colston, abbattuta e gettata in mare.
Come sempre accade in simili casi, la spettacolare azione a sua volta ne ha innescate altre, a catena, nella vecchia Europa come nelle non più giovani Americhe e persino in Africa: poiché a qualsiasi latitudine, società e cultura, la storia è una vicenda di sfruttamento, di violenza, di prevaricazione, c’è ovunque una qualche statua da abbattere, un qualche simbolo da cancellare. È la classica furia iconoclasta che caratterizza l’umano, il naturale traboccare d’un’ira funesta accumulata nei secoli: come non ricordare le immagini della rovinosa caduta dell’Urss, all’inizio degli anni Novanta?
Per una società culturalmente evoluta riflettere sulla propria storia, rileggerne alla luce delle conquiste morali e civili le storture, gli errori, le aberrazioni, è un processo ineludibile, un modo per continuare il proprio percorso di crescita democratica e di civiltà. Ma è anche un percorso che, nei casi più estremi, può addirittura portare a rimuovere il proprio passato – a negarlo. Un atteggiamento ben poco saggio, certamente inutile e dannoso, e che conduce in un vicolo cieco.
La vicenda di Edward Colston è in tal senso emblematica: membro del Parlamento della Gran Bretagna nel secondo ventennio del Diciottesimo secolo, costui fu un ricco mercante attivo in diversi settori della finanza e del commercio, tra cui anche la tratta degli schiavi. Nella nativa Bristol era noto per le opere caritatevoli che compì in vita, e che ne tramandarono la figura di filantropo e benefattore, sempre ricordata nelle celebrazioni cittadine. Una persona, cioè, che investì parte delle proprie ricchezze per il bene della comunità di cui faceva parte, contribuendo con liberalità alla costruzione di scuole e ricoveri per persone indigenti. Il suo ricordo cominciò a tingersi di tinte fosche agli inizi anni Novanta del secolo passato, per la crescente contestazione da parte delle minoranze di origine caraibica viventi a Bristol, motivata dal ruolo che Colston ebbe nel commercio degli schiavi.
All’epoca in Inghilterra la tratta degli schiavi era legale (nell’Impero britannico venne abolita nel 1807, con lo Slave Trade Act), e costituiva la maggiore fonte di ricchezza per l’economia di numerose città, tra cui appunto Bristol. Nelle società occidentali non era ancora stata compiuta la grande conquista di civiltà, che la considerava un crimine contro l’umanità. Non è una considerazione secondaria: l’unico modo per fare davvero i conti con il passato è saperlo contestualizzare, storicizzare. Imporre il punto di vista (e le conquiste civili e morali) dell’oggi all’allora è metodo errato e poco proficuo: se non ci si sforza di ricostruire i sistemi di valori e di riferimento dell’epoca passata si deforma la ricostruzione storica, e del passato si perde il senso. Ciò va tenuto a mente, se vogliamo capire qualcosa di noi stessi, da dove veniamo e perché oggi abbiamo determinati valori e pensieri, che, evidentemente, sono il prodotto di un lungo processo.
Dunque, ad approfondire appena un po’ si capisce che la vicenda della statua di Colston abbattuta è ben più complessa di quel che si pensa. Fatta la scontata premessa che statue e memoriali dedicati a personaggi che si sono macchiati di efferati crimini (e che tali erano considerati nel momento in cui li commisero) andrebbero subito smantellati, ci si chiede: se dovessimo applicare lo stesso metro di giudizio di coloro che hanno scaraventato la statua di Colston nelle acque del porto di Bristol, quante statue rimarrebbero in piedi in tutto l’occidente? Qualcuno, per esempio, ha proposto di cancellare quelle di Cristoforo Colombo, indicato come colui che ha dato inizio allo sterminio delle popolazioni autoctone. A Johannesburg hanno vandalizzato la statua del Mahatma Gandhi, accusato di essere un pericoloso razzista, in Belgio chiunque tenti di aprire una discussione sull’opportunità della rimozione delle statue del sovrano Leopoldo II viene accusato di razzismo o di essere un nostalgico del periodo coloniale di fine Ottocento: il dibattito pubblico è azzerato.
Continuando con questo draconiano metro di giudizio, perché non abbattere le statue di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, colto illuminista ed estensore della celebrata Costituzione di quel Paese? In effetti, anche lui possedeva degli schiavi. E così via: perché non distruggere tutti i busti che raffigurano Aristotele, che notoriamente era convinto della naturalità della schiavitù e dell’inferiorità della donna rispetto all’uomo? Sono solo esempi: l’elenco sarebbe interminabile.
Con questo metro, evidentemente, si azzererebbe non soltanto l’arte (poiché le statue sono prodotti artistici, o comunque manufatti di grande artigianato), il tempo in cui essa fu prodotta, ma la memoria stessa d’una civiltà, che non a caso occupa anche gli spazi pubblici, e non è soltanto confinata nei musei. E comunque, a chi spetterebbe la decisione di stabilire quale personaggio del passato sia degno del nostro ricordo e chi no? Bisognerebbe dunque accogliere la proposta di quei dementi che vorrebbero abbattere la statua di Karl Marx a Londra, poiché ritengono che il suo pensiero sia all’origine di una qualche schiavitù? A quali abissi di insensatezza si andrebbe incontro lasciando spazio alla rabbia mal indirizzata e all’ignoranza?
Il delicatissimo discorso del revisionismo storico non è confinato alle statue abbattute. Per fare qualche esempio, nelle scuole del già citato Belgio il passato coloniale rimane un tabù, mentre in gran parte delle università americane il divino dogma del politically correct ha generato parti mostruosi, come l’eliminazione dei corsi sulla civiltà occidentale, con la risibile motivazione che si tratterebbe di corsi “intrinsecamente di destra”. Un irresponsabile bando che genera un’emorragia di cultura, di storia e di intelligenza, in un’epoca già culturalmente anemica. Così non solo non si fa della buona storia, ma, a livello civile, si esce fuori dalla storia – e quindi dal nostro presente. La damnatio memoriae è sempre una pratica stolta e antidemocratica.
Come uscirne? Un esempio di civiltà ci viene dall’India, nazione la cui storia è intessuta di razzismo e schiavismo. A nord della vecchia Delhi sorge il Coronation Park. Tra il 1877 e il 1911, i colonialisti inglesi vi celebravano con solenni cerimonie la loro potenza: lì i rajah indiani andavano ad inchinarsi ai conquistatori europei, lì il sovrano Giorgio V si autoproclamò Imperatore d’India, e pose la prima pietra per la fondazione della nuova capitale dell’Impero di sua Maestà, New Delhi, progettata dall’architetto Edwin Lutyens. Per l’evento fu eretta una statua di Giorgio V, ridicolamente imponente: raggiunge i 4 metri e mezzo. Quando nel 1947 gli inglesi si ritirarono dall’India, ormai stato sovrano, lasciarono dietro di sé quella ed altre statue. Bene, cosa ne fecero gli indiani? Seguirono il suggerimento venuto in questi giorni dal direttore dello Smithsonian’s National Museum of African American History and Culture, che si dice “riluttante a cancellare la storia” e propone che le statue rimosse vengano raggruppate in nuovi spazi e contestualizzate. Cioè, storicizzate: bisogna spiegare a tutti perché e quando vennero edificate: un modo per ricordare il cammino fatto. Ed è proprio quel che fecero gli indiani negli anni Sessanta del Novecento: trasformarono il Coronation Park – il luogo dove l’Impero anglo-indiano celebrava i suoi fasti – in uno spazio pubblico aperto a tutti, gestito da un ente apposito. Gli architetti che lo riprogettarono eressero un obelisco in memoria delle celebrazioni che vi avvenivano in epoca coloniale, presero la brutta statua di Giorgio V e quelle di altri notabili conquistatori provenienti dalla città e le sistemarono per tutto il parco: Nuova Delhi non ha cancellato il suo passato coloniale, ne ha raccolto i mostruosi simboli a eterna memoria di quel che fu e rappresentò. È un modo di fare storia, di non fuggire dal proprio passato. Se ne potrebbero escogitare altri, di modi, con la forza della ragione. Ad esempio, per la statua di Colston il celebre street artist Bansky ha avanzato una proposta: “Lo tiriamo fuori dall'acqua, lo rimettiamo sul piedistallo, gli mettiamo un cavo attorno al collo e facciamo fare alcune statue di bronzo a grandezza naturale di manifestanti nell’atto di tirarlo giù. Tutti contenti. Un giorno straordinario commemorato”.
Insomma, il dibattito democratico sugli spazi pubblici, sulla storia e il suo portato non può che essere in continuo divenire. Nell’epoca globalizzata che viviamo, quella dei social e dei populismi, tale dibattito scivola facilmente in derive miopi e antidemocratiche. La differenza tra la democrazia e la dittatura, riguardo alla costruzione e alla revisione degli spazi pubblici, è che questi non costituiscono un’opportunità di propaganda per il dittatore, ma il luogo di una discussione democratica. Se lo spazio del dibattito viene azzerato, e invece di affrontare i problemi, per eliminarli, si reagisce con l’istinto, nascondendo la testa nella sabbia come lo struzzo, la cosiddetta “dittatura della maggioranza” finisce appunto per prendere il posto del dittatore e di agire come lui. Senza per questo minimamente scalfire il razzismo che permea le coscienze e avvelena società e istituzioni di gran parte del mondo.