Delitto Pasolini, quello che sappiamo è che la 'verità ufficiale' è falsa

Nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 il grande intellettuale fu ucciso all'idroscalo di Ostia. Colpevole 'solo' Pino Pelosi. Ma le cose non sono andate così, il regista fu vittima di una macchinazione

Pasolini

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Giancarlo Governi 1 novembre 2020

“Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe… Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969… Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia (fare una pausa in lettura) e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so. Ma non ho le prove…”.

Così scriveva il 14 novembre 1974 Pier Paolo Pasolini sulla prima pagina del “Corriere della Sera”. Aveva cominciato a scriverci dal 7 gennaio 1973. Terminerà di farlo solo alla fine di ottobre del 1975. E solo perché, nella notte tra il 1° e il 2 novembre di quell’anno, sarà assassinato all’Idroscalo di Ostia.

C’è un legame tra quelle parole e la sua morte? Tra le sue accuse “corsare”, le sue invettive contro il Potere, la sua richiesta di un processo alla DC (il partito di maggioranza di allora) e il suo corpo straziato, martoriato, come venne rinvenuto all’alba del giorno dei morti?

Sulle prime sembrerebbe di no. Diversamente dal solito, qui c’è subito un colpevole. Anzi, un reo confesso. “Sono stato io”, dichiara il giovane Pino Pelosi ai carabinieri che l’hanno fermato poche ore prima sul lungomare di Ostia mentre guidava l’auto del poeta a folle velocità. Telegiornali e agenzie di stampa sono prontissimi nell’avallare questa “verità”. Pasolini è stato ucciso da un “ragazzo di vita”. Proprio come nei suoi romanzi o nei suoi film. 

Poeta, scrittore, regista, polemista, Pasolini è in quel momento una delle figure più rappresentative della cultura italiana. Non solo i suoi libri e i suoi film, anche i suoi articoli sono accolti sempre con interesse. Le chiavi interpretative che lo scrittore fornisce per comprendere i fatti della politica e del costume sono sempre originali e imprevedibili.         

Per il delitto viene arrestato, dunque, Pino Pelosi. Ma, fin da subito qualcosa non quadra. Il corpo del poeta è “un grumo di sangue”. Pelosi ha invece gli abiti (per giunta chiari) senza neppure una macchia. E Pasolini era un uomo atletico, capace di difendersi anche da più persone. Pino la Rana, invece, è un ragazzetto piuttosto gracile.

Pelosi racconta di essere stato avvicinato nei pressi della stazione dallo scrittore, di cui ignorava l’identità, e di essere andato a cena con lui al ristorante “Biondo Tevere” davanti alla Basilica di San Paolo. Poi Pasolini si sarebbe diretto all’Idroscalo di Ostia dopo avere imboccato la Via Ostiense. Qui avrebbe tentato di violentarlo con un paletto, al che Pino la Rana avrebbe reagito fino ad ucciderlo.

Alcuni testimoni oculari, però, giurano di avere visto tutto e che Pasolini è stato ucciso invece in un agguato di gruppo.

 

Al processo dinnanzi al Tribunale dei minori di Roma, tra il febbraio e l’aprile del ’76, avviene un colpo di scena. Un carabiniere, Renzo Sansone, infiltratosi in una banda di malavitosi, che risulteranno essere amici di Pelosi, che lo credono un collega, riceve da loro la confessione che all’Idroscalo c’erano più persone e che le cose erano andate molto diversamente. Poi ritrattano. E anche questa pista viene lasciata cadere.

Il perito della parte civile, prof. Faustino Durante, smonta in aula la ricostruzione dei fatti. Che ricompone nella loro autenticità. Pasolini fu aggredito da più persone e finito volontariamente attraverso il sormontamento di una vettura sul suo corpo. Pelosi viene riconosciuto colpevole e condannato a oltre nove anni di carcere. Le cose non sono andate come almeno lui sperava.

Il Tribunale, presieduto da Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro, non gli crede e lo condanna “in concorso con ignoti”.

Si devono dunque cercare gli “ignoti”. Ma la Procura di Roma, prima ancora di conoscere il dispositivo della sentenza, la impugna con il risultato che gli “ignoti” non saranno più individuati. Nei diversi gradi di giudizio Pelosi si vedrà sempre confermare la pena, ma come assassino solitario.

Passano gli anni ma sono tanti a non rassegnarsi alla “verità ufficiale”. Un’altra delle cose che non quadrano è perché mai Pasolini, per appartarsi pochi minuti con Pelosi, abbia fatto tutti quei chilometri dalla Stazione Termini all’Idroscalo per poi riaccompagnare Pelosi sulla Tiburtina e tornarsene a casa all’Eur. Una cosa come almeno 70-80 chilometri. Una cosa che non sta in piedi.

E’ quanto aveva sempre sostenuto Sergio Citti, uno dei più cari amici dello scrittore, senza mai essere ascoltato. Citti aveva anche filmato a caldo la scena del delitto. Ma questo importantissimo reperto visivo non era mai stato acquisito agli atti.

Poi, a trent’anni esatti dalla morte del poeta, un nuovo colpo di scena. Pelosi ritratta tutto e ammette che a uccidere Pasolini sono stati quattro uomini che lo tirarono con forza fuori della sua automobile e infierirono sul suo corpo. Se lui non ha mai parlato è perché temeva per sé e per i suoi familiari.

Ma allora chi sono i veri killer? Un mistero che dura da 45 anni e che temo sia destinato a rimanere tale.