La violenza è la fine del pensiero e della democrazia: le parole di Turati tra web e Capitol Hill

Il segretario del Partito Socialista nel 1921 tuonò contro la violenza. I figli del Novecento dovrebbero capire che quella storia dice che quello in cui hanno creduto vuol dire una cosa: imparare a vivere insieme. 

Filippo Turati

Filippo Turati

Riccardo Cristiano 14 gennaio 2021
15 gennaio 1921, si apriva a Genova il congresso della scissione socialista, quello da cui sarebbe poi nato il Partito Comunista d’Italia. Di quel congresso storico per tutti, e non solo in Italia, c’è una frase di enorme importanza per l’ oggi e io credo per il nostro domani. La pronunciò il segretario del Partito Socialista di allora, e leader della maggioranza, Filippo Turati:  “La violenza è il contrapposto della forza, la violenza è anche la paura, la poca fede nell’idea, la paura delle idee altrui, il rinnegamento della propria idea.” 
Queste parole oggi, io credo, ci interpellano tutti. Turati, un secolo fa, parlava del problema più importante di oggi? Non è solo questione di Capitol Hill, di questa violenza profonda che pervade l’America e non solo l’America. Pervade l’Italia, tanti Paesi in pace precaria, magari con il terrorismo nichilista e con il peso dei danni prodotti in tanti paesi sconvolti da guerre ricordate o che andrebbero ricordate per forme di violenza che non si giustificano, contro bambini, anziani, donne, inermi civili. Ma non basta ancora. C’è un’altra violenza nel dibattito, la violenza virtuale, la violenza degli insulti, delle aggressioni on line, delle interruzioni di webinar che vengono invasi da pornografia o apologia di nazismo, o di tweet e post che hanno migliaia di like. C’è poi ancora un’altra violenza che significa paura: la violenza di chi è impaurito dall’altro e trova solo nella sua soppressione, eliminazione, cancellazione il modo per sentirsi sicuro,  la violenza contro il diverso, la violenza contro Dio, nel nome di Dio o contro di esso. 
Oggi dobbiamo interrogarci su tutte queste violenze estreme e spaventose che si spiegano solo come diceva un secolo fa, dimenticato, Filippo Turati. La violenza di chi ha paura e non crede più in nulla, a cominciare dalle sue stesse idee. Questo smisurato ricorso al nome di Dio per giustificare la violenza è un fatto nichilista, non religioso. Non ha nulla a che fare con la religione? No, nulla. Ha a che fare con la nostra paura, la paura rappresentata da una polarizzazione estrema del dibattito pubblico per cui esistono rinnegati o traditori della patria, non avversari politici, non esistono popoli ma orde barbariche, pronte ad invaderci, a distruggerci, non esistono gli svantaggiati, ma i lupi famelici pronti a derubarci. E poi le élite, queste élite capaci di ogni complotto, di ogni infamia per arricchirsi. Non basta la realtà, e cioè che un CEO di un’azienda guadagnerà due o trecento volte quanto guadagna un suo sottoposto. Ma questa realtà devastante non basta, serve inventarsi una Spectre tremenda capaci di inventarsi il virus per derubarci delle nostre libertà, dei nostri diritti. 
La violenza è la fine del pensiero, è la crisi della democrazia, il tradimento delle fedi e la fossa della politica. Un secolo fa, in poche parole, Filippo Turati ci aveva parlato di oggi. E lo ha fatto avvertendo chi parlava di violenza in funzione di tutt’altro, cioè della rivoluzione e della conquista del potere. Era un quadro diverso ma quelle parole del leader socialista sono la fotografia di quella spirale che ci sta avvolgendo in un complotto vero, quello contro noi stessi. E’ questo il solo e vero complotto che dovremmo vedere, e il fatto che quelle parole siano state pronunciate un secolo fa non diminuisce ma aumenta la loro attualità. 
Tutto ciò che di incredibile è accaduto in questo secolo, tutto quel che ha rischiato di cancellare la convivenza civile e che abbiamo sconfitto grazie allo sforzo di tanti, sta tornando in forme diverse, completamente diverse. 
Dov’è dunque l’attualità di Turati? Riguarda tutti perché tutti i figli del Novecento dovrebbero capire che comunque abbiano vissuto e creduto nella storia  passata, oggi quella storia dice che quello in cui hanno creduto vuol dire una cosa sola: “imparare a vivere insieme”.