Il job posting in Rai? Dalle speranze al malessere e tanti delusi tornano alle sedi regionali

Un tempo chi non era in Rai, giornalista e non solo, aspirava ad entrarci. Oggi avviene il contrario, con i dipendenti che vogliono sfuggire a un ambiente di lavoro definito 'degradante'

Sede Rai

Sede Rai

globalist 22 febbraio 2021
di Adelmina Meier 

Due fenomeni danno il segno del disagio che vive chi lavora in Rai, non solo nell'informazione. Fenomeni che in un'altra azienda sarebbero oggetto di analisi approfondita, di autocritica con l'avvio di profondi cambiamenti nella gestione delle risorse umane.
È vero, in Rai le Risorse Umane han sempre fatto, e continuano a fare, altro, recettore di richieste politiche e di interessi esterni, che condizionano e storpiano il tutto. Rara come il pinguino giallo una valutazione dei profili interni seguendo l'interesse dell'azienda a valorizzare il meglio, puntando sulle competenze e sulle specificità.
Torneremo a parlare di questo, andiamo ai fenomeni. Un tempo chi non era in Rai, giornalista e non solo, aspirava ad entrarci. Chi era in Rai, dalla periferia puntava a Roma, che fosse via del Babuino o Teulada prima, Saxa Rubra dopo, poco importava, lavorare in una testata nazionale era il massimo. Si emigrava da Bologna come da Palermo, da Bari come da Bolzano. Si sentiva di aver fatto un salto di qualità, in tutti i sensi. 
Oggi il fenomeno, i fenomeni, sono inversi, se ne parla poco ma lo segnalano da Saxa Rubra. Il racconto è di chi scappa costruendo fuori alternative di lavoro e professionali, contando i giorni per passare ad una diversa dimensione di lavoro e personale: c'è chi apre un'attività, un'impresa, giornalistica e non, chi studia, prende una laurea e passa a svolgere una professione che magari mettendo a frutto l'esperienza fatta Rai. Raccontano di chi proprio non ce la faceva più, ha preso una laurea in psicologia ed ora fa quella professione, con molte soddisfazioni. Questa tra tante. Quindi, non attività altre legate sempre alla Rai, per capirci come quelle di chi uscito dalla Rai ne diviene fornitore, di servizi ed altro, con ombre sul presente e sul passato.
Accanto a chi sceglie un lavoro diverso, più gratificante, in un ambito che apprezza qualità e capacità, ecco quelli che dal centro tornano in periferia. Si lasciano con gioia alle spalle Saxa Rubra e tornano a Napoli, Bari, Perugia, alla Tgr che si era lasciata per un Tg nazionale. "Guadagniamo su più piani - mi dice uno che si appresta a lasciare Roma - l'ambiente di lavoro è più sano, si vive meglio, si spende meno, quindi si guadagna quindi di più". Anche lì, non sarà il paradiso, ma non è l'inferno.
Tanti i motivi che decidono una inversione di rotta se non un cambiamento. Il tema è la gestione delle risorse in Rai, il loro utilizzo, la mortificazione che competenze e specificità vivono continuamente all'interno di un sistema azienda che è regolata da altro, non dall'interesse che dovrebbe avere una azienda culturale a fare esprimere il meglio, promuovendolo, sia per il proprio interesse, sia per motivare il personale.
Nelle scelte e nella determinazione delle responsabilità - dice una giornalista che ha già fatto il passo verso il territorio di origine - tutto appare deciso in partenza, ancor prima che si muovano i processi, "i presunti" processi di selezione e avanzamento. La cosa deprime, incattivisce, demotiva. Certo, le interferenze politiche sono una piaga antica, ma in Rai hanno la sensazione che siano addirittura preponderanti altre logiche, di cordata, di appartenenza, logiche che tendono ad escludere a priori per i "designati". Le logiche delle selezioni sono altre. Risultato? Non emerge il meglio, spesso vien fuori il mediocre, affogando le qualità. In queste condizioni, in Rai ci si guarda attorno e fuori, chi può punta a guadagnare l'uscita, anche in tempi non facili come questi.
Ad interrogare i vertici, gli organismi parlamentari che sovrintendono al Servizio Pubblico e al contratto di servizio e le famose Risorse Umane dovrebbe essere anche un dettaglio, apparentemente piccolo, che invece dovrebbe essere un segno allarmante da affidare a psicologi e sociologi del lavoro: è diffusa in Rai una applicazione che ogni giorno ti segna quanto ti resta da lavorare prima di arrivare alla pensione. Un fenomeno che si commenta da solo.
Nel personale giornalistico cresce, poi, il malessere per il sistema del job posting. Quando fu introdotto fu sbandierato come un successo sindacale, tale apparve. In realtà, più si è andati avanti con questo sistema, più il sistema è apparso fare acqua. In ultimo, si è fatto sentire il comitato di redazione di Rainews24 a proposito di alcuni job posting per caporedattore, approdati al risultato che era apparso predefinito, compreso quello che si è aggiudicato il cognato del ministro dell'Economia del governo uscente. In realtà, quando il caso era finito su alcuni giornali, il comitato di redazione aveva chiesto chiarimenti al direttore, ma pare si fosse accontentato di assicurazioni generiche, che si sono dimostrate bolle di sapone. Per questo e per tanti altri casi (i job posting per gli uffici di corrispondenza all'estero sono un altro capitolo spinoso) si chiede di ridiscutere il sistema. Peraltro, questo sgrava i direttori dell'onere di assumersi in prima persona la vecchia responsabilità della scelta. Del resto, c'è già chi in un TG nazionale, scalvalcato ingiustamente, si è già rivolto alla magistratura chiedendo di poter leggere tutte le carte delle selezioni, di poter mettere a confronto i curricula, chiedendo le ragioni delle scelte e delle esclusioni. A Saxa raccontano di graduatorie messe a testa in giù dai risultati. E'in questo clima che chi può pensa di andare via o tornarsene al paesello.Chi non può conta i giorni, aiutato da quella applicazione.