Il ghetto di Varsavia e i sensi di colpa: il fotografo che immortalò gli orrori del nazismo

Joe J. Heydecker arruolato a forza nella Wermacht nelle vesti di fotografo preposto alla propaganda, cominciò a documentare l'abominio del nazismo a rischio della vita.

Il ghetto di Varsavia

Il ghetto di Varsavia

globalist 26 settembre 2021

di Rock Reynolds

 

Lo scorrere inarrestabile del tempo è destinato a far piazza pulita degli ultimi protagonisti – da una parte e dall’altra – del più grande scempio nella storia dell’umanità, l’Olocausto, ma non riuscirà mai a cancellare del tutto il senso di colpa di un popolo e l’eredità di sofferenza dell’altro.

Fortuna che non mancano testimonianze coraggiose persino tra i carnefici, cittadini tedeschi che, tra paure e difficoltà d’ogni tipo, presero in qualche modo le distanze dai connazionali precipitati nel vortice infernale del sonno della ragione.

Joe J. Heydecker, nato a Norimberga nel 1916 e arruolato a forza nella Wermacht nelle vesti di fotografo preposto alla propaganda, fu uno di quelli. Si caricò sulle spalle la sua porzione individuale di quel pesante fardello che non tutti i suoi connazionali capirono di doversi sobbarcare. Non lo capirono mentre lo scempio avveniva e, spesso, non lo capirono neppure a cose fatte, dopo il crollo miserevole del castello di menzogne eretto dalla propaganda nazista, appellandosi al vincolo dell’obbedienza militare, al classico “Non ne sapevo nulla” o, peggio ancora, “Che colpa me ho io, semplice cittadino?”. È un vile cliché scardinato da Heydecker con le sue fotografie e pure con le sue parole. “Milioni di tedeschi all’est ritornavano in Germania come militari in licenza, come feriti, come rimpatriati. Costoro dovrebbero aver taciuto tutti, e nemmeno una volta sussurrato qualcosa…?”

Heydecker si staccò con decisione dall’ignavia dei connazionali, mettendo a rischio la sua stessa vita pur di documentare nell’unico modo a lui possibile, ovvero attraverso la sua professione di fotografo, gli orrori che stavano avvenendo al riparo dei muri eretti intorno al ghetto di Varsavia nel 1941, lontano dagli sguardi indiscreti del popolo tedesco, e in parte pure di quello polacco, che non volevano credere ai primi resoconti (filtrati soprattutto dall’Est) della tragedia in via di consumazione. Lo fece anche per “il timore che a tutto questo un giorno nessuno potesse credere, e che pertanto dovesse per sempre e irrefutabilmente essere documentato”. Non fu facile, soprattutto di fronte all’umiliazione della sottomissione volontaria a cui gli abitanti del ghetto si prestavano al cospetto della sua uniforme tedesca. “Nel ghetto di Varsavia anche la preghiera più amichevole di un soldato tedesco aveva l’effetto di un implacabile ordine.” Ecco, dunque, che alcune foto di Heydecker ritraggono semplici cittadini ebrei, marchiati dalla stella a cinque punte sulla manica, nell’atto di scoprirsi il capo a cui erano tenuti alla vista di un tedesco.

L’imposizione non è mai un buon viatico per una fruizione entusiastica, ma ci sono casi in cui rendere propedeutica – un aggettivo decisamente meno scomodo rispetto a obbligatoria – la lettura di un libro non lede il principio democratico della libertà, valorizzandone alcuni degli elementi fondanti. È questo il caso de Il ghetto di Varsavia (Meltemi, traduzione di Rosario Muratore, pagg 312, euro 16,00) di Joe J. Heydecker, un testo breve, lucido e illuminante a commento delle foto trafugate dal ghetto più tristemente famoso, che meriterebbe di essere letto, se non proprio studiato passo dopo passo, dagli studenti delle scuole di tutto il mondo. Persino da quelli delle elementari. Come non commuoversi di fronte allo scatto di un venditore di palloncini, inquietante parvenza di normalità, di voglia di evasione infantile sulla soglia di un inferno di cui stava per spalancarsi definitivamente la più nera voragine?

Nel 1941, la “soluzione finale” non era stata ancora del tutto implementata, ma la calma apparente sarebbe durata pochissimo. Gli scatti di Heydecker mostrano già la piega sinistra presa dalle cose: gente abbandonata sul marciapiedi, vistosamente denutrita, malvestita, stanca, con la rassegnazione negli occhi. Volti che tradiscono povertà e tristezza, stracci che fungono da misere calzature, tram speciali per ebrei, contrassegnati debitamente dalla stella di Davide, poliziotti ebraici che coadiuvano i soldati tedeschi nella tutela di un ordine ariano che presto avrebbe fagocitato pure loro.

Le parole di Heydecker sono il compendio delle sue foto, ma ne rendono ancor più deflagrante la forza espressiva. Heydecker non cerca giustificazione per sé e per la Germania, lui che veniva da una famiglia in cui “regnava un’atmosfera liberale… non allignavano pregiudizi né religiosi né razziali”. Non a caso, suo padre aveva dichiarato, nel 1933, “In un paese così non voglio vivere più a lungo”, prima di emigrare all’estero. In lui dominava un senso di giustizia sovranazionale, di nobiltà umana che strideva aspramente con l’assoluto annullamento del libero pensiero e dell’empatia individuale a cui il regime nazista aveva assuefatto milioni di tedeschi. “Il marchio di Caino della mia uniforme bruciava”, scrive nelle note di presentazione dei suoi scatti, che riuscì a pubblicare solo nel 1981 e, per giunta, non in una Germania che faticava a fare i conti col passato, bensì in un Brasile ancora soggiogato da una dittatura militare. La sua disperata esigenza di farsi testimone a futura memoria dell’orrore taciuto e ignorato da un popolo intero lo portò a rischiare la pelle pur di scattare le foto e trafugare i negativi oggi conservati presso la biblioteca nazionale di Vienna. “Fotografavo per documentare l’ignominia, per conservare in qualche modo il grido che avrei voluto risuonasse nel mondo… Quando i confini dell’umanità erano stati tanto brutalmente violati, che cosa poteva ancora impedire all’odio di giungere al suo estremo?”

Il tormento dei racconti uditi e delle scene viste accrebbe in lui un senso di colpa e di disperazione intollerabile. Il ghetto era il golgota di un’umanità alla deriva, eppure le informazioni stentavano a filtrare. Ma, con la “soluzione finale”, le cose presero una piega tale che sarebbe davvero ingenuo pensare che la terribile verità non sia mai giunta all’orecchio disattento del popolo tedesco. Soprattutto quando i russi lanciarono il contrattacco e la Germania si scoprì gigante dai piedi d’argilla, una novità che fece piazza pulita di molti dei freni e delle inibizioni che, fino a quel momento, avevano evitato che il massacro si compisse alla luce del giorno. E il risveglio di qualcuno – forse di pochi – al suono dei rintocchi funebri di un umanesimo tedesco rimasto solo nelle opere dei grandi pensatori e artisti che la Germani aveva regalato al mondo deve essere stato un momento di sgomento assoluto.

Il senso di colpa, dunque. Una rara mente lucida che riesce a mantenere un minimo di libero pensiero, quella di Heydecker. Ovviamente, non a esprimerlo. Dire ciò che si pensava poteva costare carissimo, soprattutto se non si trattava di concetti lusinghieri per il regime. “La mia colpa” scrive, “è di avere visto, di esserci stato, di avere scattato solo delle foto invece di agire… Domanda vile: che cosa avrei potuto fare?”

È un quesito doloroso che si sarebbero dovuti porre anche molti italiani e che dovremmo porci tuttora, trasformandolo in cosa possiamo fare perché non si ripeta, perché le giovani generazioni capiscano che il confine tra vittime e carnefici è davvero molto più profondo di quanto un certo revisionismo abbia cercato di farci credere? Perché “Nessuno… ci può assolvere dalle nostre omissioni.”

Quando le illusioni si sfaldarono e la popolazione decimata del ghetto di Varsavia capì di essere votata all’annientamento, scoppiò il 18 gennaio 1843 tra i muri di quel quartiere ridotto allo stremo una rivolta spontanea che mise a dura prova la credibilità e la reputazione delle forze armate tedesche. Esistono, peraltro, numerosi testi che raccontano l’epica insurrezione del ghetto. Un’insurrezione non cessò neppure quando, nel mese d’aprile, un reparto di artiglieria irruppe nel ghetto per eseguire l’ordine di Himmler di distruggerlo e venne messo in fuga. Nel mese di maggio, su ordine di un furente Hitler, un grosso contingente tedesco soffocò definitivamente ogni opposizione e rase al suolo il ghetto.