Le maestre di scuola di inizio ‘900: pioniere di una doppia rivoluzione pedagogica e femminista

Con la femminilizzazione del personale scolastico ragazze già molto giovani lasciavano la casa natale per andare ad insegnare nelle zone più remote del Paese. 

Una elementare di inizio Novecento

Una elementare di inizio Novecento

globalist 26 settembre 2021

di Orsola Severini Darot 

 

Settembre è il mese della ripresa scolastica. E se oggi la principale sfida della scuola italiana è quella di fare i conti con il terzo anno di pandemia, se facciamo un salto indietro di cento anni vediamo che i problemi erano altrettanto importanti.  

L’Italia 1900 era prevalentemente rurale, dialettale e analfabeta, dove l’italiano era una lingua artificiale, che nessuno parlava a casa.

Spesso i bambini lavoravano con i genitori, soprattutto nei campi e frequentavano la scuola in modo del tutto saltuario, nonostante l’obbligo scolastico fosse stato istituito nel 1860 dalla legge Casati.

Ma il nostro era anche un paese patriarcale, le donne era confinate nelle mura domestiche. Queste due caratteristiche della società italiana cominciano a cambiare grazie alle maestre di scuola. Con la femminilizzazione del personale scolastico, infatti, ragazze già molto giovani lasciavano la casa natale per andare ad insegnare nelle zone più remote del Paese.

 

Attraverso di esse si è messa in atto una doppia rivoluzione culturale: l’alfabetizzazione dei bambini e l’emancipazione delle insegnanti stesse. In Fenicotteri in Volo (Carocci Editore) la storica Patrizia Gabrielli ripercorre le loro appassionanti vicende in cui il professionale e il personale si fondo in un’unica e coraggiosa scelta di vita.

Tra queste, dobbiamo sicuramente ricordare Rita Majerotti (1876-1970), ecco le parole che le scriveva il padre appena partita:

“Amicizie con uomini? Mai, di nessuna specie: un uomo che venisse in casa tua per far visita a te, mettili alla porta: sii molto cauta anche con le amicizie con donne: di raro la donna è sincera e franca. Abbi tutti i riguardi per tuo marito anche nelle piccole cose, frena la lingua e non rispondergli mai arditamente, ancorché ti paresse di avere ragione, cedi o almeno taci: molto facilmente egli riconoscerà da sé il suo torto, se ne avrà. Se tu lo contraddici il suo amor proprio non gli permetterà di confessare di aver errato”.

 

Per la prima volta queste ragazze andavano a vivere da sole, lontane dalle rigide regole paterne, entrano in contatto con nuovi costumi, si creano nuove amicizie raggiungendo così autonomia economica e libertà di movimento. 

La loro vita non era certa facile e la loro era molto più di una semplice professione, si trattava di una vera e propria missione. Leggiamo la descrizione della scuola di Velletri dove Cesira Fiori (1890-1976) ottiene il suo primo incarico appena diciasettenne:

“E questa era la scuola: un unico stanzone con piancito di terra battuta – nei giorni di pioggia la frequentazione era più alta – i piccoli non servivano, specie sull’Artemisio: - Oggi piove, vattene a scuola – ed allora il pavimento si trasformava in una superficie melmosa, dove gli scarponi, affondandosi, facevano ‘ciac, ciac’ e gli schizzi imbrattavano i vestiti, i visi, i quaderni. Al termine delle lezioni toccava a me riassettare e pulire l’aula”.

Molte di queste maestre, vicine al movimento socialista e comunista, hanno contribuito alla nascita femminismo in Italia e sono state tra le prime a sfidare la morale dell’epoca vivendo una vita più libera. Ad esempio, Cesira Fiori ha adottato da nubile il figlio del compagno morto, cosa che fece scandalo. 

Ricordiamo anche, tra le altre, la marchigiana Adalgisa Breviglieri (1874-1925) che nel 1916 impartisce lezioni serali e festive quando i bambini non devono lavorare e Ortensia De Meo (1833-1955) futura moglie di Amedeo Bordiga e appassionata pedagoga dai metodi all’avanguardia.