Il Recovery Fund nella versione 'Next Generation Ue' ha la capacità di rilanciare il nostro Paese?

Così come è stata presentata la proposta della Commissione Europea appare senza dubbio molto importante, coraggiosa, innovativa e ad alto effetto impattante. Ma come funzionerà?

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Giuseppe M. Pignataro 2 giugno 2020

750 miliardi di euro di cui 500 in contributi a fondo perduto e 250 in prestiti da erogare ai paesi maggiormente colpiti dalla crisi epidemica.


E’ questa la proposta formulata dal presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen il 27.5 denominata “Next Generation UE” che sarà sottoposta alla approvazione di tutti i paesi della UE a partire dal prossimo Consiglio Europeo del 19.6.


Se sarà accettata da tutti i paesi della UE in questi termini l’Italia risulterà il paese con i maggiori benefici pari a 81 miliardi in contributi e 91 miliardi di prestiti con rimborsi a lunghissima scadenza (2058).


Così come è stata presentata la proposta della Commissione Europea appare senza dubbio molto importante, coraggiosa, innovativa e ad alto effetto impattante.


Per esprimere tuttavia un giudizio organico sulla sua reale portata è necessario esaminare alcuni suoi elementi qualificanti di funzionamento, anche se sono stati espressi al momento in forma molto generica.


Per condurre questa valutazione, pur trovandoci ancora in una condizione di sostanziale vaghezza delle informazioni ufficiali, cerchiamo quindi di dare delle risposte ad alcuni principali punti di domanda:



  • - Come si finanzierà la Commissione?

  • - Quali saranno i paesi beneficiari delle risorse?

  • - Saranno previsti oneri aggiuntivi a carico dei paesi della UE?

  • - Dove saranno indirizzati i fondi erogati?

  • - Quando lo strumento diventerà operativo?

  • - Quali saranno le condizioni poste ai paesi beneficiari?

  • - Con quali tempi e modalità avverrà l’erogazione dei fondi?

  • - l’impostazione finale del piano sarà quella attuale o subirà modifiche sostanziali?


La commissione reperirà i 750 miliardi prevalentemente ricorrendo alla emissione di obbligazioni da collocare sul mercato dei capitali, e questo è un dato sufficientemente certo.


Tutti i paesi riceveranno contributi a fondo perduto e solo chi ne fa richiesta otterrà dei prestiti. La ripartizione avverrà secondo una scala di gravità della crisi sanitaria ed economica subita e della dimensione del paese richiedente ed i fondi verranno erogati solo a seguito della presentazione di un piano di sviluppo e di riforme approvato dalla Commissione Europea.


Non è ancora chiaro come la Commissione provvederà a reperire le risorse per rimborsare le obbligazioni emesse; sono state ipotizzate delle imposte da porre a carico delle industrie del web e di altre per la tutela dell’ambiente ma poiché anche per queste imposizioni fiscali centralizzate a livello europeo occorrerà l’unanimità dei paesi partecipanti all’Unione, l’ipotesi più probabile è che sarà aumentata l’entità dei versamenti che i vari paesi fanno al bilancio comunitario su base annuale; per l’Italia l’onere potrebbe attestarsi sui 60 miliardi (12% della componente trasferimenti di 500 miliardi, pari alla sua quota di pil nella UE) da corrispondere su un arco di tempo di 37 anni (dal 2021 al 2058); di conseguenza, in tal caso, il beneficio effettivo netto sui contributi a fondo perduto sarebbe per il nostro paese di circa 20 miliardi di euro.


I fondi erogati potranno essere utilizzati solo per specifiche finalità quali: investimenti in nuove tecnologie informatiche, transizione ambientale, modernizzazioni infrastrutturali, sulla base di piani di sviluppo presentati dai singoli paesi; i dettagli forniti su questo punto sono molto generici ma appare chiaro che non potranno in nessun caso, come qualcuno paventa, essere utilizzati per ridurre il carico fiscale.


Il Next Generation UE non potrà diventare operativo prima di gennaio 2021, in quanto dovrà essere preventivamente accettato da tutti i governi della Ue e poi sottoposto alla approvazione di tutti i rispettivi parlamenti.


Le condizioni previste per l’erogazione dei fondi saranno legate alle riforme strutturali che i vari stati si impegneranno a realizzare e prevederanno precisi tempi di attuazione che qualora non rispettati bloccheranno l’erogazione delle tranches dei fondi; c’è da mettere in evidenza che non sono state esplicitate quali saranno le riforme richieste ma si tratterà di riforme che tenderanno sia a  migliorare il funzionamento dell’apparato pubblico sia a riequilibrare i conti pubblici; è evidente infatti che gli stati del nord che saranno i contributori netti al fondo pretenderanno che gli stati prenditori netti adottino anche politiche rigorose di bilancio  per risanare le loro finanze pubbliche.


I fondi verranno erogati a tranche su un arco di tempo di sette anni (dal 2021 al 20027), per l’Italia circa 24 miliardi di euro per anno (2/3 in contributi e 1/3 in prestiti); si tratta comunque anche questa al momento di una ipotesi.


Il piano così come proposto, è osteggiato da alcuni paesi (Austria, Olanda; Danimarca e Svezia), di conseguenza potrebbe subire delle modifiche, anche se avendo avuto l’appoggio preventivo di Germania e Francia è probabile che gli aggiustamenti non siano alla fine delle trattative rilevanti.


Sulla base di queste risposte ai quesiti precedenti si pongono i punti di domanda più qualificanti:


la prima è se questa iniziativa europea risulterà una soluzione positiva ed incisiva per il nostro paese;


la seconda è se tale iniziativa risulterà risolutiva nel breve termine per superare lo shock provocato dalla crisi economica in atto evitando profondi arretramenti economici e tensioni sociali.


Sul primo punto credo che anche i più dubbiosi potranno ammettere che si tratta di un risultato molto positivo per l’Italia in quanto trasmette la chiara volontà dell’establishment europeo di voler salvaguardare l’impianto comunitario e di volersi impegnare concretamente, diversamente dal passato, ad aiutare tutti i paesi più in difficoltà a rimettersi su un sentiero di sviluppo economico apprezzabile. Si tratta inoltre di un messaggio incisivo di programmazione della ripresa economica europea che aiuta molto i paesi più indebitati anche sul piano finanziario nell’iniettare fiducia negli investitori di titoli di stato. Sarebbe opportuno comunque che il nostro paese impari ad utilizzare i fondi europei ordinari in modo più efficiente in quanto finora è risultato sempre un contributore netto per circa 4 miliardi di euro all’anno e se continuerà a mantenere questa impostazione, risulterà ancora un contributore netto di fondi e non un prenditore netto nonostante l’introduzione del Recovery Fund.


Sul secondo punto per contro la risposta è non positiva. Il nostro paese ha oggi un disperato bisogno di salvare con tempestività il proprio sistema produttivo, al fine di salvaguardare il più possibile i livelli di produzione, di occupazione e di benessere sociale. Il Recovery Fund per motivi di tempistica di attuazione e di vincoli prestabiliti sulla allocazione delle risorse risponde ad una logica diversa. Interviene infatti in una fase in cui la nostra economia avrà già cancellato dal mercato molte imprese e molte altre le vedrà ridimensionate, avrà già creato una crescita esponenziale della disoccupazione e della povertà,  ponendosi quindi l’obiettivo di recuperare successivamente, con gradualità nel tempo, il terreno perduto, migliorando i fattori che agiscono sul potenziale della crescita.


Per tale ragione come abbiamo detto più volte durante questa crisi, il nostro paese deve fare affidamento su interventi crash anche di natura interna al fine di agire immediatamente su due fronti cruciali ed ineludibili: quello della immissione di capitali nelle imprese su vasta scala, attivando i fondi strategici settoriali (vedi nostro articolo del 24.5 “Quali gli errori del governo per contrastare la grave crisi? E quali le alternative?) e sul fronte della domanda interna attivando strumenti ad alta intensità di incentivazione fiscale (vedi nostro articolo del 3.5 “Si può attivare un intervento di Helicopter Money in Italia? Una proposta per realizzarlo”).


La strategia da seguire in questa “crisi senza precedenti”, se vogliamo evitare i pesantissimi contraccolpi negativi su tutti i piani che cominceremo a toccare maggiormente con mano a partire dal prossimo autunno, non è quella di inseguire i problemi che emergono via via, fornendo piccole dosi di sollievo assistenziale, lasciando che il sistema vada prima in coma ed  intervenendo poi più adeguatamente, in fasi postume, contando prevalentemente sugli aiuti esterni, ma è quella di entrare subito nel cuore del problema con strumenti innovativi e robusti, di emanazione interna, configurati su base solidale e che agiscono sulla struttura finanziaria delle imprese e sulla domanda interna, tendenti a tenere in piedi tutto il sistema economico e finanziario,  a cui fanno seguito aiuti esterni europei di sostegno e di maggiore impulso alla crescita in settori più strategici.


E siccome sussiste la possibilità di percorrere questa strada virtuosa, in questo articolo ci poniamo un ultimo punto di domanda a cui non siamo in grado di rispondere: perché il governo in carica non provvede in tal senso? Evitando finalmente di continuare ad illudersi e ad illudere che saranno i bonus a pioggia assistenziali e gli aiuti esterni a salvare il futuro di moltissime imprese e di moltissimi lavoratori, e con essi il livello di benessere collettivo dei prossimi anni?