Gli errori più rilevanti del governo nella gestione economica della pandemia

Si è immaginato che ci trovavamo di fronte ad una fase transitoria che si poteva fronteggiare con il debito pubblico e a credere che le armi per superare la crisi risiedono negli aiuti della Comunità Europea

Merkel, von der Leyen, Conte e Macron

Merkel, von der Leyen, Conte e Macron

Giuseppe M. Pignataro 17 novembre 2020

La pandemia, com’ è evidente a tutti, ha prodotto profonde devastazioni nella vita di moltissime persone e contemporaneamente ha sconquassato il quadro macroeconomico d’insieme di quasi tutti i paesi del mondo.

Tuttavia, su questo secondo aspetto, pur essendosi spostati radicalmente i punti nave che orientano le scelte di politica economica, si sono aperti spazi di manovra per i policy-makers impensabili rispetto al recente passato.
Improvvisamente la politica monetaria (giustamente) è diventata ancora più espansiva che mai e nella gestione dei bilanci pubblici si sono spalancati varchi in precedenza serrati con teutonica rigidità.


Venutosi a trovare comunque di fronte ad uno sconvolgimento planetario apocalittico, assimilabile a quello di una vera e propria guerra mondiale, il nostro governo, sostenuto da un arsenale di armi messo a disposizione in modo robusto dalle Autorità Europee, ha messo in campo una serie di interventi finalizzati a contrastare nel modo più efficace possibile gli effetti più devastanti della crisi economica.


A riguardo le domande che molti si sono posti e si pongono sono:


Il governo ha operato in forma appropriata, adeguata ed incisiva?


Si poteva far di più e meglio in un contesto così difficile?


C’è un serio rischio di tenuta del nostro sistema economico a fronte di una crescita così rilevante di un indebitamento già in precedenza estremamente elevato?


La risposta alla prima domanda è la più agevole ed è, in modo sufficientemente evidente, non positiva.


Gli interventi messi in campo sono risultati fondamentalmente: dispersivi, non ben organizzati, non ancorati ad una strategia chiara e per molti versi sostanzialmente inefficaci.


Gli errori di fondo commessi sono stati prima di tutto di natura strategica:


si è immaginato che ci trovavamo di fronte ad una fase transitoria di breve durata (qualche mese) che si poteva fronteggiare con interventi ponte di corta gittata e di modesta consistenza per i beneficiari finali;


per spegnere i focolai, si è fatto affidamento solo sull’utilizzo a profusione dell’estintore del debito pubblico per dare contributi ed assistenza a pioggia sparsa, tralasciando completamente il fatto che siamo da troppo tempo tra i grandi paesi europei e mondiali, quello con un debito pubblico di dimensioni abnormi; non siamo nella situazione né della Germania né di altri grandi paesi europei e non possiamo permetterci quindi di affrontare i problemi nello stesso modo; 


si è creduto e si continua a credere che tutte le armi per superare la crisi risiedono negli aiuti della Comunità Europea; una interpretazione di comodo volta ad evitare di dover affrontare sfide di cambiamento interne sempre più cogenti ma politicamente molto impegnative;


non è stato compreso che, in presenza di una situazione del tutto anomala, in cui moltissime persone e soggetti economici si trovano improvvisamente in piena povertà e profonda disperazione, per ragioni del tutto indipendenti dalle loro qualità e capacità, non si doveva né poteva tollerare che il mondo si dovesse spaccare in due macro categorie: coloro che rimangono traumatizzati , indeboliti irrimediabilmente  in quanto esposti agli effetti delle misure di contenimento del contagio e coloro che ne escono completamente indenni in quanto soggetti a reddito garantito o addirittura avvantaggiati dalle misure sociali restrittive; la mancanza di visione e di reazione equilibratrice coraggiosa che è mancata lascerà gravi segni, indelebili per molto tempo nella nostra economia; 


non si è approfittato della grave situazione di emergenza per coagulare il consenso necessario per cominciare incisivamente a correggere e a rimuovere i difetti cronici dei motori di sviluppo del paese ed in generale quelli relativi all’atavico cattivo funzionamento di pezzi importanti della sua macchina pubblica al fine di iniettare le dosi indispensabili di nuova fiducia nel futuro di cui il paese ha un disperato bisogno.   


Passando al secondo punto di domanda la risposta è in questo caso positiva: si poteva e si doveva fare meglio sotto vari profili!


Nella lista della spesa sono venuti a mancare molti ingredienti utili:


l’istituzione di una “cabina di regia” per ogni settore economico per individuare in modo concertato con le singole categorie le misure più incisive ed appropriate;


la creazione di una “ Cassa per l’emergenza Italia” finalizzata a gestire in forma snella “ fondi strategici settoriali” finalizzati a fornire tutto il sostegno necessario, in ogni forma possibile ( credito e/o capitale) ai singoli  settori economici più duramente colpiti dalla crisi in corso;


la sospensione temporanea (18/24 mesi) di tutte le norme più restrittive in tema di concessione di prestiti da parte delle banche;


la creazione di “categorie protette” di imprese a cui riservare regimi fiscali molto agevolati fino al ritorno alla normalità;


l’istituzione di un “salario di emergenza” per tutti coloro che svolgevano una attività non rilevata o interrotta facendo loro svolgere un lavoro di pubblica utilità fino al ritorno ad una situazione di normale ripresa lavorativa;


lo sviluppo del mercato dell’edilizia in forma robusta con piani di ristrutturazione e riqualificazione urbana su vasta scala, prevedendo uno snellimento radicale del carico burocratico ed azzerando il carico fiscale per quattro anni;


l’utilizzo di “certificati di credito fiscale” da distribuire a larghe fasce della popolazione a più basso reddito per favorire la ripresa dei consumi nei settori più in difficoltà;


l’introduzione di incentivi fiscali progressivi per stimolare la domanda interna (più spendi e più investi e più risparmi in tasse);


la creazione di un “fondo di solidarietà” alimentato con il prelievo di una commissione su tutte le transazioni finanziarie, di tutti i soggetti economici, pubblici e privati, per sostenere le misure precedenti senza ricorso al debito pubblico;


l’istituzione di un “contributo di rilancio” per un periodo di tre anni da porre a carico di tutte le attività economiche e di tutte le persone fisiche che registrano situazioni di sostanziale prosperità economica con lo scopo di sostenere adeguatamente le categorie colpite duramente dalla crisi, alleggerendo nel contempo la gestione del debito dello stato.


Tutto ciò considerato, la risposta all’ultimo punto di domanda che abbiamo posto appare conseguenzialmente scontata: il rischio di tenuta del sistema c’è ed è elevato.


Quando gli effetti della pandemia si saranno esauriti e si comincerà a ritrovare una nuova normalità non passerà molto tempo prima che qualcuno (influente) cominci a mettere in seria discussione gli interventi di sostegno nei mercati del debito pubblico della BCE e prima o poi, anche per tale ragione politica, diventerà inevitabile cominciare a pianificare quando e come interrompere il piano PEPP della Banca Centrale Europea. A quel punto la conseguenza logica ed indifferibile per molti paesi sarà quella di riprendere politiche di risanamento della finanza pubblica che saranno tanto più stringenti quanto più ampia apparirà l’esigenza di riequilibrio dei conti per mantenere la fiducia dei mercati. Con un effetto facilmente prevedibile per il nostro paese: rientreremo nella vecchia trappola in cui l’esigenza del risanamento deprimerà la crescita e la mancanza di crescita rafforzerà l’esigenza del risanamento. E così passeremo altri 20 anni (almeno) a dimenarci inutilmente nelle nostre incapacità di affrontare i nostri problemi cronici e nelle nostre contraddizioni.


Il NEXT GENERATION EU potrà solo attenuare questo scenario ma senza una grande e vasta presa di coscienza reattiva del paese sui suoi deficit strutturali, questo piano non ha la forza che oggi da molti gli viene attribuita per scongiurarlo del tutto. 


In definitiva oltre a trovare la cura per il Covid dobbiamo prima o poi renderci conto che abbiamo un’altra esigenza curativa impellente da affrontare: trovare il vaccino per la nostra grave forma di cecità in campo economico che non ci fa vedere che non possiamo continuare ad essere all’infinito lo stato occidentale più indebitato del mondo e con uno dei più alti tassi di evasione fiscale.


Continuando imperterriti a far finta che questo non sia un problema o che sia comunque risolvibile con cure semplicistiche ed impraticabili come quella della riduzione generalizzata delle imposte. 


Anche in campo economico ci sono troppi (se non di più) ciechi ed ottusi negazionisti in circolazione che dopo essere usciti da un incubo ci faranno correre il rischio di rientrare in un altro.