Perché le destre sovraniste negano il cambiamento climatico?

La correlazione tra destre estreme e negazionismo climatico è storica, ma i motivi non vanno fissati solo nell'economia: ci sono anche ragioni politiche e sociali

Donald Trump

Donald Trump

Giuseppe Cassarà 14 marzo 2019

Fosse solo Rita Pavone: oltre la cantante sovranista residente in Svizzera che ha deciso di sprecare il suo tempo prendendo in giro Greta Thunberg, con l’avvicinarsi di venerdì 15 sono moltissimi gli account twitter al servizio delle varie destre nazionaliste che hanno concordato che il nuovo obiettivo del loro attacco mediatico è la protesta globale degli studenti organizzata proprio dalla sedicenne di Stoccolma, la stessa cui il nostro ministro dell’istruzione Bussetti ha rifiutato di dare l’autorizzazione.


Il legame tra destre estreme e negazionismo climatico è cosa nota fin da quando gli scienziati hanno cominciato a diffondere i primi allarmi. I motivi, come appare subito evidente, sono da ricercarsi nell’economia, ma il discorso è più complesso: la verità è che l’approccio green idealizzato dagli Accordi di Parigi comporterebbe un cambio radicale dello stile di vita del mondo occidentale, rivoluzione che comporta notevoli sacrifici, terremoti politici e sociali e un ribaltamento di modelli di business di numerosissime aziende, non soltanto quelle legate all’energia: pensiamo all’industria alimentare, a quella dei prodotti igienici, all’utilizzo massiccio che ogni produzione industriale fa della plastica.


Si fa presto a parlare di etica green: il modello economico occidentale come lo conosciamo oggi impedisce praticamente l’accesso a quelle (poche) aziende che hanno fatto dell’ecosostenibilità il loro marchio di fabbrica. Si tratta di marche praticamente di lusso, che in pochi posso permettersi. Questo perché le lavorazioni sono più costose, in quanto non immediate, e in definitiva si va ad aumentare la percezione che per vivere bio bisogna far parte della famosa élite invisa ai sovranisti. Questo ovviamente fa il gioco dei Trump e dei Bolsonaro del mondo, ma il recente risveglio delle coscienze ambientaliste (guardiamo, ad esempio, alla vittoria dei verdi in Baviera) rappresenta un problema non da poco per le estreme destre al governo.


Il petrolio, il gas e il carbone rappresentano, da soli, l’80% dell’energia utilizzata al mondo: un giro d’affari di immani dimensioni, l’olio stesso dell’economia mondiale: rivoluzionare questo metodo comporterebbe sacrifici enormi, oltre che sconvolgimenti sociali. Bisogna tenere presente che la metà dei migranti al mondo scappa da terre avvelenate e rovinate dal cambiamento climatico.


Nonostante i devastanti effetti del riscaldamento globale siano sotto gli occhi di tutti, le destre nazionaliste stanno nascondendo il problema sotto il tappeto. Perché? Per il fatto che il malcontento sociale derivato da qualsiasi movimento ambientalista è il motore della loro propaganda per mantenere il potere. Le applicazioni ‘soft’ di politiche green lasciano il tempo che trovano: siamo arrivati a un punto in cui l’ambientalismo va imposto e non può più essere inteso come una scelta morale. Ma guardiamo, ad esempio, ai gilet gialli  non bisogna dimenticare che la prima scintilla del Movimento che ha spaccato la scena politica francese è scaturita da una sovrattassa del governo Macron al prezzo della benzina. Per quanto impopolare, norme del genere sono una soluzione per limitare il consumo di benzina e le emissioni di gas serra.


Il discorso sul cambiamento climatico va ripensato anche in seno alla sinistra: recentemente, Alexandria Ocasio-Cortez, deputata americana al Congresso, ha spiegato come: “dobbiamo ridefinire il discorso sul cambiamento climatico, e dobbiamo farlo parlando di giustizia ambientale. Per molto tempo abbiamo pensato che la legislazione sul cambiamento climatico servisse a salvare gli orsi polari, non le tubature a Flint. Non pensiamo all’aria che respiriamo nel Bronx. Oppure ai minatori che prendono il cancro in West Virginia. Dobbiamo parlare del clima come di una questione di giustizia sociale, giustizia economica e giustizia ambientale”.