Abu Omar: Pollari è solo il capro espiatorio

L'intervista integrale. «Provo compassione per il generale Pollari, perché dovrà scontare tanti anni di carcere. So bene la sofferenza che si prova in prigione». [Marc Innaro]

Desk 13 febbraio 2013
[i]E’ la prima intervista che Abu Omar rilascia all’indomani della Rivoluzione che nel 2011 travolse Mubarak. Incredibilmente, le sue prime parole sono di solidarietà umana nei confronti dell’ex-direttore del Sismi. Ormai uomo libero, l’ex imam di Milano, conferma al corrispondente Rai da Il Cairo, di non avere alcuna certezza che ci fossero anche agenti segreti italiani fra chi lo rapì 10 anni fa. [/i]



[b]di Marc Innaro [/b]



“Chi mi fermò in strada per chiedermi i documenti parlava un perfetto italiano. Eppure il suo aspetto era quello di un americano. Ma da quel momento, fino a quando fui portato al Cairo, nessuno mi rivolse più la parola. Sentivo che parlavano fra di loro, ma non capivo nulla perché ero stato bendato e mi avevano tappato le orecchie”.



[b]Lei ha raccontato di essere stato sottoposto a duri interrogatori e a torture, qui in Egitto. Oltre ai servizi egiziani, parteciparono anche funzionari americani o italiani?[/b]

“No, ma durante i miei primi giorni nel carcere dei servizi segreti egiziani qualcuno mi descrisse in dettaglio fatti accaduti a casa mia, che nessuno avrebbe potuto conoscere se non io stesso, mia moglie o mio figlio. Questo prova che io ero da tempo sotto sorveglianza, che c’erano microfoni in casa. Ma l’ho capito solo molto tempo dopo. Comunque, dal momento in cui mi fecero scendere dall’aereo qui al Cairo, ho sempre e soltanto sentito parlare arabo, e mai in nessuna altra lingua”.



[b]E’ vero che lei aveva un passaporto italiano al momento del suo sequestro? Come e in che modo lo aveva ottenuto?[/b]

“Quando giunsi in Italia nel 1999, feci subito la domanda di asilo politico. E lo ottenni esattamente 3 mesi prima dell’11 settembre del 2001. Quindi, non ho mai avuto la cittadinanza italiana, ma solo il diritto di asilo politico. Era un documento blu, rilasciato dalle Nazioni Unite. All’epoca non avevo altri documenti, se non quello. Adesso ho invece il diritto di ottenere il passaporto egiziano”.



[b]E’ vero che le fu offerto molto denaro e la promessa di un passaporto americano? In cambio di cosa?[/b]

“Si. Nel 2005, quando ero in carcere a Tora, alcuni ufficiali egiziani della Sicurezza di Stato mi fecero un’offerta, prima che incominciasse il processo in Italia. Mi chiesero di parlare alla stampa e dire dire che non ero stato rapito in Italia, e che ero venuto in Egitto di mia spontanea volontà. Se lo avessi fatto, mi dissero che mi sarebbero stati dati 2 milioni di dollari e un passaporto americano per me e per i miei figli”.



[b]Perché rifiutò?[/b]

“Non rifiutai. Chiesi solo che l’offerta fosse formulata in presenza del mio avvocato, di un magistrato italiano e di un rappresentante del governo egiziano. Mi fu risposto che era un’offerta riservata. E così’ non se ne fece nulla”.



[b]Perché, secondo Lei, tutti i governi italiani, che si sono succeduti negli ultimi 10 anni, hanno sempre posto il segreto di Stato sul Suo rapimento?[/b]

“E’ tutto cominciato quando Berlusconi era al potere. Sono convinto che Pollari sia solo il capro espiatorio. C’è altra gente dietro di lui. Senz’altro, il mio sequestro fu il frutto di una decisione istituzionale, e non certo sua personale”.



[b]Lei ha sempre parlato di altri casi, di arabi rapiti dagli americani in Europa. Ci sono stati dunque altri sequestri, come il suo, avvenuti in Italia, di cui non siamo a conoscenza? [/b]

“So che ci furono molte partenze “forzate” dall’Italia. Ma, che io sappia, nessun altro sequestro, oltre il mio. Quando ero già in carcere al Cairo, appresi dello sheikh Mohamed Reda Al Badri. Avevo letto il suo nome nel corso di un interrogatorio. Si parlava di una collaborazione in corso, fra i servizi segreti egiziani e italiani. Lui era un predicatore islamico e volevano rapirlo e portarlo in Egitto. Appena uscii dal carcere nel 2004, lo chiamai al telefono. La conversazione veniva evidentemente intercettata. Dissi allo sheikh Al-Badri che presto gli sarebbe capitata la mia stessa sorte. E lo avvertii di stare molto attento. Oggi, lui è ancora in Italia. Ma è l’unico predicatore a non essere stato arrestato o rispedito a casa. Evidentemente, non l’hanno voluto più toccare”.



[b]La recente sentenza del Tribunale di Milano prevede un risarcimento di 1 milione a lei e 500mila Euro a sua moglie. Le sembra un risarcimento equo per quello che ha subito poi in Egitto?[/b]

“Quale che sia la somma, non potrà mai compensare un solo giorno di carcere lontano dalla mia famiglia. E comunque, se mai un giorno dovessi davvero ricevere quei soldi, ne voglio donare una parte alle organizzazioni italiane e americane per la protezione dei diritti umani. Sarà un modo per ringraziarli di avermi difeso”.



[b]Come giudica l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani e del presidente Morsi?[/b]

“Appena uscii dal carcere, cominciai a partecipare a numerose manifestazioni contro il regime di Mubarak. Fui arrestato altre due volte. Ho preso parte alla Rivoluzione del 2011. Ma poi mi sono reso conto che tutti i leader politici egiziani vogliono soltanto spartirsi la torta lasciata da Mubarak. Sono contrario alla politica dei Fratelli Musulmani e di Morsi. Avevo sperato che non facessero il grave sbaglio di candidarsi alla presidenza. Come si vede, hanno voluto occupare tutti i posti di potere. E la conseguenza la pagheranno i musulmani egiziani”.



[b]Se Lei oggi incontrasse il Primo Ministro italiano dell’epoca, cosa gli direbbe? Lo sa che Berlusconi l’accusa di essere un terrorista conclamato?[/b]

“Che Dio lo perdoni. Berlusconi è noto per essere un clown, uno che si contraddice continuamente. Questa affermazione è solo l’ultimo dei suoi peccati”.



[b]Cos’è oggi l’Italia per Lei? Un brutto ricordo? Oppure tornerebbe a viverci?[/b]

“Se mi venisse concesso, tornerei senz’altro. Ma a condizione di essere completamente scagionato da ogni accusa. Se potessi, più che in Italia o in Egitto, mi piacerebbe però andare a vivere negli Stati Uniti. L’ho sempre sognato, fin da bambino. Ho sempre ammirato lo stile di vita degli americani… Quel che mi è capitato non è colpa loro. Gli americani sono brava gente. Il problema è soltanto il loro governo”.



[i]Leggi anche l'articolo di Ennio Remondino [url"Ma i Servizi segreti servono al Paese?"]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=39944&typeb=0&Ma-i-Servizi-segreti-servono-al-Paese-[/url]
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