Yemen di nuovo diviso tra Nord e Sud: così Ryad perde le sua guerra

Gli equilibri in Medio Oriente sono in continuo movimento. La prossima mossa riguarda Ankara e il tentativo di creare una fascia di sicurezza alla frontiera con la Siria.

Bambini in Yemen

Bambini in Yemen

Mario Giro 13 agosto 2019

In quella guerra dimenticata dalla politica internazionale che si svolge tra Aden e Sanaa, accade oggi ciò che era previsto da tempo: la spaccatura della coalizione del sud, quella condotta dall’Arabia Saudita. Con il presunto aiuto degli Emirati, da mesi desiderosi di ritirarsi dall’avventura funesta in cui Ryad li aveva cacciati, i separatisti del sud hanno preso recentemente il controllo di Aden. D’altra parte si intravvedeva tale eventualità da almeno un anno e mezzo: gli Houti del nord (sostenuti dall’Iran) e i separatisti del Sud avevano lo stesso obiettivo oggettivo: dividersi il paese, tornando allo Yemen del Nord e del sud com’era stato fino al 1990. Ora tale eventualità diviene realistica e i resti del debolissimo governo nazionale sono ridotti a nascondersi a Marib, una delle poche zone rimaste sostanzialmente neutrali. 


Così l’Arabia Saudita subisce un ulteriore smacco, dopo quello siriano: perdere de facto la guerra yemenita per cui tanto il principe ereditario Mohammed Ben Salman (detto MBS) si era speso. Probabile che il contenzioso con il Qatar verrà chiuso presto ma da subito appare ridimensionato: come unico effetto è servito alla Turchia a ridispiegarsi militarmente dopo un secolo nell’area del Golfo, ciò che certo non fa piacere a Ryad. 


Complice l’ingerenza iraniana che sostiene gli Houti, il conflitto interno al mondo sunnita prende una piega sfavorevole all’Arabia che tuttavia resta il dominus dell’area. La sua potenza e le risorse di cui dispone rendono improbabile un qualsiasi tipo di rovesciamento di forze. Tuttavia combattere su due fronti –quello contro l’Iran e quello contro l’influenza turca- non ha portato bene a MBS anche se gli restano solidi alleati, come l’Egitto di al-Sisi. 


Gli equilibri in Medio Oriente sono in continuo movimento. La prossima mossa riguarda Ankara e il tentativo di creare una fascia di sicurezza alla frontiera con la Siria: discute con Washington di quanto debba essere la profondità di tale zona (14 o 40 km?) sotto lo sguardo vigile di Mosca che sostiene gli interessi del governo di Assad e le sue ultime offensive contro la sacca di Idlib. I Kurdi sono pronti ad accettare una soluzione ragionevole a patto di non perdere la continuità territoriale conquistata sul terreno. Certo non potranno ancora a lungo occupare zone arabe come la stessa Raqqa o Deir el Zor, ma al contempo non vogliono farsi ridurre a piccole enclaves separate e isolate tra loro. 


Dal canto suo Il Cairo deve sciogliere il nodo Haftar in Libia dopo il fallimento dell’offensiva di quest’ultimo su Tripoli. Continuare ad armarlo o dettargli più miti consigli, come parrebbe negli ultimi giorni? Anche su tale dossier la divisione Ankara-Ryad resta profonda. Ma ci si devono aspettare sorprese: la capacità di giravolte politico-diplomatiche dei principali attori è ben nota. Converrebbe all’Europa distratta essere presente attivamente in area per contare o almeno per non trovarsi di fronte a situazioni sgradite senza aver mosso un dito per evitarle. Questo riguarda l’Italia soprattutto in Libia.