La tragedia dei curdo-siriani è colpa anche del menefreghismo europeo

li Stati europei, nei mesi passati, si sono lavati le mani il più possibile rispetto alle vicende della Siria e non hanno mai risposto alle richieste d'aiuto dei curdi

Una combattente curdo-siriana delle Ypj

Una combattente curdo-siriana delle Ypj

Lia Quartapelle 12 ottobre 2019

di Lia Quartapelle
Che cosa si può fare per i curdi siriani?
Siamo in tanti in queste ore a chiedercelo, angosciati. Vedendo le file di macchine in fuga da Kobane, contando le prime vittime tra i civili e i 100mila sfollati già nelle prime giornate di combattimenti.
C’è qualcosa che si può fare per evitare la riorganizzazione su base etnica del nord della Siria annunciata da Erdogan? Per fermare i bombardieri che da due giorni stanno distruggendo case, strade e uccidendo persone? Per scongiurare il rischio che la prepotenza di Erdogan esploda in un altro capitolo della guerra tra potenze regionali che si è consumata in Siria negli ultimi otto anni? Come evitare che con un conflitto di questo tipo Daesh, cioè il sedicente Stato islamico, riprenda forza?
Le cancellerie e le organizzazioni internazionali sono in attività. È stato convocato il Consiglio di Sicurezza e il consiglio Affari Esteri dell’Unione europea. La Nato, di cui Turchia e Stati Uniti fanno parte, non ha ancora convocato riunioni di emergenza dei suoi organismi.
L’obiettivo è quello di arrivare congiuntamente a condannare e sanzionare l’attacco unilaterale della Turchia e di premere su Ankara perché si fermi. Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione: la Farnesina ha convocato l’ambasciatore turco per protestare. Il ministro degli Esteri Di Maio si prepara a presentare al Consiglio europeo di lunedì una posizione che includa la possibilità di sospendere la collaborazione militare con la Turchia, sia nella forma di una sospensione della vendita di armi che nell’interruzione della missione Nato in Turchia.
Oltre alle dichiarazioni di condanna ci sono delle azioni possibili. Si valutano sanzioni alla Turchia in ambito Nato, oppure sanzioni economiche. Sono entrambe strade possibili, ma complicate da percorrere. Le sanzioni economiche (tra cui anche il blocco della vendita di armi) hanno effetti dopo anni, e nel contesto di un paese sempre più autocratico come la Turchia si scaricherebbero prima di tutto nel peggioramento della situazione economica della popolazione civile. Le sanzioni all’interno della Nato non sono mai state usate, ma in ogni caso dopo questo attacco l’Alleanza - nata per puro scopo difensivo - andrà ripensata. Sono strumenti questi che hanno senso dentro un processo politico, cioè per costringere un attore nel tempo a cambiare una propria posizione. Non sono degli strumenti immediati che producono un risultato immediato, come quello di cui ci sarebbe bisogno. Per arrivare alla tregua, serve una pressione politica fortissima, e minacce credibili. Non come le dichiarazioni di Trump di questi giorni, che sono quelle di un presidente che non ha chiaro il peso delle parole che pronuncia.
Ci sono poi iniziative per mantenere la pace. Per esempio, se la pressione internazionale portasse a una tregua si potrebbe proporre la creazione di una forza internazionale di interposizione, sul confine tra Siria e Turchia, sul modello dell’operazione Unifil, cioè i caschi blu Onu schierati come interposizione tra Libano e Israele. Non è detto che la Siria sia disponibile a accettare la presenza di caschi blu sul proprio territorio ma se lo fosse sarebbe un impegno da prendere.
Secondariamente si potrebbe mettere in atto la creazione di una no fly zone come quella che venne creata e fatta rispettare sul Kurdistan iracheno dopo la prima guerra del Golfo, proprio per proteggere i curdi iracheni dalle bombe di Saddam.
Qualsiasi azione si decida di intraprendere bisogna essere onesti su una cosa. Gli Stati europei, nei mesi passati, si sono lavati le mani il più possibile rispetto alle vicende della Siria.
Non hanno risposto alle richieste dei Kurdi siriani, che chiedevano a ciascun paese europeo di rimpatriare, processare e tenere in carcere i combattenti stranieri presenti nei campi di prigionia gestiti direttamente dalle milizie curde. Non hanno risposto alla richiesta, fatta dal presidente Trump, di schierare truppe nel nord della Siria.
I paesi che sono più direttamente esposti alle conseguenze di un nuovo conflitto in Siria (migranti, insicurezza, instabilità, terrorismo) non si sono mai voluto assumere la responsabilità di azioni che avrebbero potuto stabilizzare la regione. Non basta neanche la minaccia di Daesh a risvegliare dal torpore geopolitico i paesi europei che pensano che qualcun altro risolverà sempre i problemi di instabilità internazionale.
Trump ha preso una decisione sconsiderata quando ha deciso di ritirare le truppe dalla Siria. Ma il menefreghismo degli Stati europei, il cinismo rispetto al futuro dei curdi nella regione, lo stato neghittoso in cui gli Stati europei sono precipitati dallo scoppio delle Primavere arabe è ancora più colpevole. Non c’è stata capacità europea di favorire la transizione nelle due Primavere arabe ritardate, in Algeria e in Sudan. Oggi, di fronte all’ennesimo capitolo di una guerra iniziata nel 2011 l’Unione europea non ha ancora gli strumenti per intervenire, a partire dall’esercito comune, e gli Stati membri faticano a darsi da fare. Speriamo che questa crisi risvegli qualche cosa. Lunedì al Consiglio europeo vedremo chi vorrà assumersi responsabilità al di là delle parole.


* Capogruppo del Pd nella commissione esteri della Camera