Gli attivisti curdi: “Se Erdogan prende il Rojava, scatterà la soluzione finale e torneranno i jihadisti”

A Parma opera un nucleo di attivisti giovani e preparati. Parlano Zelal Asya Celebi e Serkan Xozatli

La manifestazione con gli attivisti curdi a Parma

La manifestazione con gli attivisti curdi a Parma

globalist 18 ottobre 2019
di Marco Buttafuoco

La diaspora curda, diffusa in tutto il mondo è un elemento essenziale della resistenza di questo popolo: non solo perché la rete di estera è formata da giovani militanti integrati nelle realtà in cui vivono, ma anche perché le varie comunità estere contribuiscono alla definizione (o ridefinizione) del concetto stesso di nazione curda. Questo popolo guerriero è in realtà diviso al suo interno, le formazioni politiche che lo rappresentano sono numerose. A Parma opera un nucleo di attivisti giovani e preparati. Come Zelal Asya Celebi e Serkan Xozatli.
“Deve essere chiaro - dice la donna, Zelal Asya Celebi - che questa battaglia non è solo la nostra. Se i curdi saranno cacciati dall’Enclave dei Rojava, non saremo di fronte solo all’ennesima strage di uomini e donne del nostro popolo, sarà una vittoria anche per gli jihadisti, che potrebbero tornare in un territorio da cui erano stati cacciati. Erdogan ha già dimostrato di non essere un loro nemico. Se Rojava cadrà, sarà la fine dell’unico spazio di libertà presente nella zona. Di libertà, di democrazia, di pari opportunità.“

Asya è nata in Germania, ma fin da bambina è tornata a vivere nell’area di Karakocan, la città dell’Anatolia Orientale da cui proviene la sua famiglia, in quel Kurdistan che la politica turca continua a ignorare anche come entità geografica. “Non c’era nemmeno permesso mantenere il nostro nome curdo. Siamo obbligati a portarne uno turco. Lingua, tradizioni, tutto quello che è curdo è osteggiato, cancellato, in nome dell’unità di una nazione che non è la nostra. Lo stesso è successo ai curdi nelle enclave irachene, siriane e iraniane. Non esistiamo come popolo, siamo dei terroristi quando ci ribelliamo. Solo in Siria, grazie a vicende complesse sviluppatesi dopo la guerra del 2011, si è potuto sviluppare l’esperimento, oggi minacciato, di Rojava”.

Asya: “Il Pkk pratica l’uguaglianza radicale tra donne e uomini”
Le chiedo di parlarmi delle donne combattenti e, più in generale del ruolo della donna nella società curda.
“Le donne sono sempre state meno sottomesse in Kurdistan che non negli altri paesi dell’area. L’Islam, religione dei conquistatori è diventata solo in parte, la nostra. Da noi è sopravvissuto lo Yazidismo, che era il culto prevalente prima della conquista musulmana. Viene anche praticato l’Alevismo, una forma di Islam non integralista e secolarista. Certo, molti curdi sono sunniti, ma l’influenza di questa religione è relativa”.
“Naturalmente le donne curde hanno dovuto lottare per uscire da una condizione di subalternità comune non solo al Medio Oriente. Molte portano ancora un foulard, così come lo portavano le donne europee qualche decennio fa. Io penso che il vero miglioramento sia arrivato con il radicamento del PKK che non va considerato solo come una formazione militare. Il partito di Ocalan ha portato grandi speranze nella nostra società. Ha teorizzato, e praticato, una forma radicale di eguaglianza fra uomini e donne, nei diritti e nei doveri, incluso quello del combattimento (d’altronde le donne di tutto il mondo sono abituate, da sempre e fin da bambine a far fronte a ogni tipo di difficoltà). Ha dato una speranza di miglioramenti sociali, ha sempre insistito sulla necessità di una cultura popolare e aperta al mondo: le azioni di combattimento, direi di difesa, sono sempre state commisurate alla violenza subita. Non siamo, stati, noi curdi della parte turca stati gli unici a combattere e ad annoverare caduti. Io ricordo, ero bambina, l’attacco iracheno con i gas nel 1988. Ero bambina, ricordo che mia madre non voleva che noi bambini raccogliessimo niente nel bosco vicino a casa nostra. Saddam uccise centomila curdi irakeni, quell’anno, durante il conflitto con l’Iran.”. Asya è pacata, determinata, triste. Un fratello e due cugini sono caduti combattendo.

Serkan: “Se cede il Rojava, dopo Erdogan altri tenteranno la soluzione finale sui curdi”
Con Serkan, portavoce per Parma della rete Kurdirstan Italia, ho parlato il 16 ottobre, dopo l’intervento russo siriano. “Il Medio Oriente è così - dice - non c’è mai niente di stabile. Tutto cambia di ora in ora. Sì, c’è quest’accordo con il governo di Assad, garantito dai russi che oggi conducono il gioco nell’area. Questo non vuol dire che Erdogan sia disponibile a cessare le ostilità o che quest’accordo con i siriani sia strategico. Non ci sentiamo al sicuro. Non a caso, finalmente, le settanta organizzazioni politiche in cui ci dividiamo hanno firmato un appello comune alla difesa del nostro popolo. Era molto importante che accadesse. Fino ad ora sembrava che il Rojava fosse un’isola socialista e che il nemico dei moderati fosse il PKK. In nome della lotta al partito di Ocalan sono state concesse basi militari ai turchi nel Kurdistan su una profondità di 10 chilometri. Oggi tutti abbiamo finalmente chiara la realtà che abbiamo di fronte. Se cedesse il Rojava non solo Erdogan, ma anche gli altri stati sui quali insiste il nostro territorio nazionale (Iraq, Iran, la stessa Siria) potrebbero essere tentati di praticare “soluzione finale “ al problema curdo. Se cedesse il Rojava Erdogan potrebbe piazzare nella zona non solo profughi, ma anche la feccia terrorista dell’Isis che tornerebbe a essere una minaccia per l’intera area (e per l’Europa). Li ha sempre protetti e difesi. Sta con loro. Ricordiamoci di quando cercava d’impedire ai militanti curdi di raggiungere Kobane minacciata, e di quando respingeva i nostri profughi in fuga da quella città. La fascia di sicurezza turca sarebbe per noi un incubo. A noi non resta che combattere, e duramente, se vogliamo sopravvivere. Con i siriani abbiamo concordato che la difesa delle nostre città spetta a noi, loro dovranno difendere i confini delle zone libere. Lo spirito che anima i nostri combattenti in città come Serekani, dove i turchi non riescono a sfondare, è lo spirito di Stalingrado. Il nostro destino dipende solo dalla nostra capacità di resistenza. Le grandi potenze, i siriani, gli iraniani, si muoveranno solo in base al nostro atteggiamento. Tutti stanno ad aspettare e cercano di vedere quanto siamo disposti a resistere. Ed è per questo che centinaia di giovani delle altre enclaves stanno raggiungendo il Rojava” .

“Purtroppo non possiamo fidarci più dell’Europa”
Sembra che non contiate molto sull’aiuto internazionale. “Non ci fidiamo più di nessuno, purtroppo nemmeno dell’Europa. Gli stessi siriani hanno impedito a trecentomila curdi di avere documenti personali. Eravamo invisibili. Siamo disposti a collaborare con tutti, salvo che con i barbari tagliagole dell’ ISIS e con il loro protettore; anche lui sembra utilizzi armi chimiche. Noi non abbiamo mire strategiche, rivendicazioni territoriali. Chiediamo che la Siria, una costellazione di popoli e religioni, diventi un a Confederazione in cui ogni comunità possa governarsi. Noi abbiamo un modello da proporre per questa confederazione, la Carta del Rojava. Una dichiarazione di principi che a nostro avviso sono universali (libertà individuale, eguaglianza di genere) ma che non vogliamo imporre a nessuno.”.
Eravamo seduti con Serkan a un bar. A un tavolo vicino lo attendeva un gruppo di donne decise a creare un’iniziativa di solidarietà con le combattenti curde. Due giorni prima c’era stato a Parma un grande corteo. Anche l’opinione pubblica internazionale non vuole arrendersi.