“Giggino l’Africano” e il fallimento dell'italico cerchiobottismo in Libia

Si sostiene il governo di al-Sarray e nello stesso tempo non si tagliano tutti i ponti con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Così l'Italia sta uscendo dalla partita libica

Di Maio in Libia con ilal vicepremier Maitig

Di Maio in Libia con ilal vicepremier Maitig

Umberto De Giovannangeli 17 dicembre 2019

di Umberto De Giovannangeli

“Giggino l’Africano” e la missione impossibile: far contare ancora l’Italia in Libia. Perché di questo si tratta: nel caos libico, Roma ha provato a sperimentare, fallendo miseramente, la politica dei due forni: sostenere il Governo di Accordo Nazionale (Gna) guidato da Fajez al-Sarray- sostenerlo a parole ma non con le armi come pretendeva invece il premier di Tripoli – e, al contempo, non tagliare tutti i ponti con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar.


Risultato: al di là delle dichiarazioni ufficiali, improntate al ripetersi di banalità diplomatiche, l’Italia sta uscendo dalla partita libica.


“La soluzione della crisi in Libia "non può essere militare": ha ripetuto il titolare della Farnesina incontrando a Tripoli il vicepresidente del consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig,dopo un colloquio bilaterale con il ministro degli Esteri libico Mohammed Siala. La missione in Libia del ministro degli Esteri è cominciata questa mattina quando il titolare della Farnesina è atterrato a Tripoli, per incontrare il presidente del Consiglio presidenziale libico Fayez al-SSrraj, il  vicepresidente Ahmed Maitig, il ministro degli Esteri Mohammed Taher  Syala ed il ministro degli Interni Fatih Bashaga.  Poi tappa a Bengasi per incontrare il generale Khalifa  Haftar. E infine l'incontro a Tobruk con il presidente della Camera dei rappresentanti Aghila Saleh. 


 Al centro dei colloqui il conflitto in corso, la conferenza di  Berlino, il memorandum sull'immigrazione e altri temi centrali. Dimostrare di esistere non vuol dire esistere veramente. In Libia l’unica “diplomazia” che viene praticata è quella delle armi: quelle, compresi i droni, che la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti forniscono ad Haftar, o quelle, altrettanto sofisticate, che Sarraj e le milizie dell’occidente che ancora lo sostengono, ricevono dall’Egitto del presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi. E così, mentre Di Maio parlava con il Generale, l'aviazione dell'Esercito nazionale libico, di cui Haftar è il comandante in capo, ha compiuto tre raid su Ain Zara, a sud della capitale libica Tripoli.


Il cerchiobottismo italiano porta al disastro ben fotografato dall’ex vice ministro degli Esteri, e profondo conoscitore della realtà libica e nordafricana, Mario Giro: “Lo abbiamo visto già in Siria e ora la storia si ripete: due potenze (una maxi e l’altra media) stanno prendendo progressivamente il controllo del Mediterraneo, mediante una sofisticata manovra competitiva e allo stesso tempo cooperativa tra i due.


In Siria comandano Mosca e Ankara; dopo aver tentato un ruolo autonomo, l’Arabia Saudita si sta allineando; a Cipro (e ai suoi campi petroliferi offshore) non ci si può avvicinare senza il permesso turco; l’Egitto è preso in tenaglia e dovrà adeguarsi; Algeria e Tunisia hanno i loro problemi interni. La sponda nord (cioè l’Europa) lascia correre: non fa politica estera, non negozia, non riflette sul da farsi. Il problema è innanzi tutto italiano. Paradossale – rimarca ancora Giro - rammentare che eravamo il primo partner commerciale di Damasco e Tripoli: ora ci manderanno via, lentamente ma sicuramente. Presi dalla nostra ossessione migratoria non abbiamo visto ciò che accadeva: l’espansione strategica turca (che l’Italia stessa cacciò dalla Libia nel 1911) e il ritorno della Russia nel Mediterraneo”. Altro che disputa italo-francese: al centro dello scontro che sta marchiando da anni il paese nordafricano c’è anzitutto una partita intersunnita che vede in prima linea, e su fronti opposti, la Turchia di Recep Tayyp Erdoğan e l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. E ora il confronto potrebbe coinvolgere anche la Grecia, in funzione anti-turca. Nel caso di un “invito” da parte del governo di Fayez al-Sarraj a compiere un intervento militare, “la Turchia deciderà autonomamente che tipo di iniziativa prendere”, ha affermato il presidente turco criticando il sostegno di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto al generale Khalifa Haftar e aggiungendo di volerne discutere in una telefonata con Vladimir Putin. Le affermazioni del leader di Ankara giungono dopo il memorandum d’intesa sulla demarcazione dei confini marittimi siglato il 27 novembre scorso a Istanbul con Sarraj.  Immediata la risposta di Atene.
Il memorandum d’intesa firmato tra la Turchia e il governo libico di Tripoli il mese scorso sulle frontiere marittime “è una minaccia per la stabilità regionale”, dichiara il portavoce del governo greco Stelios Petsas in una conferenza stampa, secondo quanto riferisce il sito Ekathimerini.


I punti cruciali sono il controllo militare dell’intera area; la sorveglianza delle rotte marittime commerciali che passano dal canale di Suez e vanno verso i porti europei (anche oltre Gibilterra); lo sfruttamento dei grandi giacimenti oil and gas (in genere scoperti dall’Eni).


Erdogan ha anche alluso al progetto di gasdotto da Israele e Cipro verso l’Europa, che non potrà attraversare le nuove acque territoriali turche “senza il nostro consenso”.


L’offensiva nel Mediterraneo orientale ha suscitato reazioni negative nelle altre capitali. Nicosia è allarmata, Atene è sul piede di guerra ha anche alzato il livello di allerta per suoi Mirage 2000 5D, armati con missili anti-nave Exocet. Nell’area ci sono anche unità militari italiane, mentre in Libia l’Italia ha un piccolo contingente a Misurata, a protezione dell’ospedale militare che serve i cittadini dell’area.
Misurata è anche la città con i più stretti rapporti con la Turchia, fin dai tempi dell’Impero ottomano. Ora le milizie della città, già protagoniste della battaglia contro l’Isis a Sirte nel 2016, sono in prima linea nella difesa di Tripoli.
Le milizie fedeli ad Haftar continuano però ad avanzare. In questo scenario di guerra per procura, Il titolare della Farnesina continua a ripetere che “non esiste una soluzione militare alla crisi libica”.


È un’analisi che non considera un fatto rilevante: lo strumento militare è ormai centrale per definire i rapporti di forza al tavolo dei negoziati, e ignorarlo non aiuta a difendere gli interessi nazionali italiani. L’ambasciata italiana riaperta a Tripoli è in continuo stato di allarme così come l’ospedale militare italiano operante vicino all’aeroporto.


 In gioco ci sono anche gli interessi dell’Eni che si sta cautelando cercando di estendere la sua attività nella vicina Algeria, ma anche di tutti quegli italiani che avevano investito in Libia ai tempi di Gheddafi e che hanno subito forti perdite o addirittura ridimensionamenti totali dalla guerra civile e che attendono una cessazione delle ostilità per cercare di recuperare i danni subiti e per riprendere l’attività.


Ma la situazione attualmente sembra volgere al peggio. Storia, geopolitica, petrolio, ricostruzione: è il mix di ragioni che spingono Erdoğan ha mettere le mani sulla Libia. E non sarà certo il duo Conte&Di Maio ad impedirglielo.