L'Italia ai piedi di Erdogan, il Sultano di Ankara. A quale prezzo?

Il ruolo degli 007 turchi è stato fondamentale per la liberazione di Silvia Romano. Ed è un bene. Ma è altrettanto vero che in Somalia e Libia l'Italia conta sempre di meno mentre l'influenza turca cresce.

Erdogan in Somalia

Erdogan in Somalia

Umberto De Giovannangeli 10 maggio 2020

L’informazione italiana, si sa, è malata di “retroscenismo”. Un “virus” che si propaga soprattutto quando c’è da narrare i dietro scena di fatto che s’impongono all’attenzione nazionale. E’ questo il caso della liberazione di Silvia Romano. I retroscenisti in servizio effettivo permanente, hanno già riempito e continueranno a farlo nei giorni a venire, pagine e pagine, sparando le cifre del riscatto pagato per riavere, dopo 18 mesi infernali, la nostra connazionale in vita. E accompagneranno la riffa del riscatto con la ricostruzione delle ultime, frenetiche ore di trattativa e sui i protagonisti, o presunti tali.  Qui siamo nella sfera del verosimile, nella quale non intendiamo addentrarci. Perché c’è già tanto da riflettere e raccontare su quello che nessuno, ma proprio nessuno, mette in discussione: per liberare Silvia, abbiamo dovuto bussare alla porta del “Sultano di Ankara”, al secolo Recep Tayyp Erdogan, il presidente-autocrate della Turchia, colui che ha riempito le patrie galere di oppositori, attivisti dei diritti umani, giornalisti indipendenti, blogger, scrittori, musicisti, vignettisti, colpevoli agli occhi del padrone della Turchia di lesa maestà, per aver  osato anche solo usare l’”arma” dell’ironia per mettere a nudo il “Sultano”.


Ai piedi del Sultano


"C'è stata una cooperazione con i servizi turchi presenti in quell'area che è stata determinante per identificare il luogo e agire al momento giusto”, ammette la vice ministra degli Esteri Marina Sereni dai microfoni di Omnibus su La7.


Una premessa è d’obbligo: per salvare la vita di una nostra connazionale, si può e si deve anche scendere a patti con sultani, rais e generali che fanno sfregio quotidianamente di diritti e vite umane. Basta dirlo. Ma con altrettanta chiarezza, vero presidente del Consiglio?, bisogna affermare che con il Gendarme turco non vogliamo dover essere costretti a pagare un prezzo troppo alto in riconoscenza verso l’aiuto decisivo degli 007 turchi per la liberazione della ventiquattrenne cooperante italiana. E’ bene chiarirlo subito, perché, statene certi, il “Sultano” passerà all’incasso.


E lo farà perché lui usa l’unica “diplomazia” che sembra funzionare a Sud del Mediterraneo: la “diplomazia della forza”. La Turchia è presente militarmente non solo in Siria, dove, nel silenzio complice della comunità internazionale prosegue la pulizia etnica da parte delle armate turche contro la popolazione curdo-siriana del Rojava, ma anche in Libia e in Somalia. Ed è presente non solo con truppe regolari del suo poderoso esercito (il secondo in dimensioni e armamenti della Nato, dopo gli Stati Uniti), ma anche con mercenari e miliziani jihadisti reclutati in Siria da Erdogan anche tra le fila dell’Isis e di al-Qaeda. A loro è toccato il lavoro sporco nel Nord della Siria, fosse comuni, stupri di massa, saccheggi, e molti di questi tagliagole riciclati dal presidente turco, ora sono stati spostati sul fronte libico, a sostegno del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj.


“Il fatto che il governo di Tripoli abbia riconquistato le coste davanti all’Italia è una pessima notizia per noi – rimarca il direttore di AnalisiDifesa, Gianandrea Gaiani, in una intervista a Tempi - . È un fatto che Haftar non le abbia mai utilizzate per spedirci migliaia di immigrati clandestini. Salvo rare eccezioni, non ha mai sfruttato il traffico di esseri umani. La stessa cosa non si può dire della Turchia, che ha sempre ricattato l’Europa con i migranti. L’ha fatto recentemente con la Grecia e d’ora in avanti potrebbe ricattare anche noi, visto il peso diplomatico e militare che si è guadagnato nel governo di Tripoli.


Per non dimenticare


Per capire chi stiamo per “ringraziare” è sufficiente, per chi riesce a reggere, guardare il video dell’orrore che testimonia una volta di più la barbarie e l’abominio delle milizie jihadiste mandate da Erdogan per uccidere i curdi. Fondamentalisti islamici in tutto e per tutto uguali allo Stato islamico, con la differenza che invece di obbedire al Califfo obbediscono e sono pagati dal Sultano. Nel filmato (uno dei tanti crimini di guerra) si vedono i miliziani che si identificano come i “Mujahideen di Faylaq al-Majd”, ”Jihadisti del Majid corps”’ che urlano “Allah u Akbar” (Dio è grande) davanti ai cadaveri di combattenti curdi appena uccisi.


E poi una sequela di parole volgari dette mentre qualcuno urlava che i morti erano dei ‘senza Dio”.
Urlava un miliziano barbuto nella città di Tel Abyad: “I cadaveri dei maiali del Pkk e Pyd (Il braccio politico dei curdo-siriani, ndr)) sono sotto i piedi dei Mujahideen di Faylaq .
Poi il video mostra il corpo di una combattente curda delle Unità di protezione femminile (Ypj), che faceva parte delle forze democratiche siriane (Sdf).


Questa è una delle vostre puttane che ci avete inviato. Questa è una delle puttane sotto i nostri piedi ” dicono ridendo in maniera volgare. In un altro video si mostra una combattente curda fatta prigioniera. E il miliziano dopo aver ringraziato Allah prosegue: “Abbiamo preso una prigioniera del Pkk è nelle nostre mani”. Il tutto mentre dietro un jihadista si vanta: “Ho fatto io questa scrofa prigioniera”. Costoro erano e sono al soldo del Sultano.


Quanto agli 007 turchi, hanno avuto rapporti molto stretti, e compiacenti, con l’Isis, quando dalle porose frontiere turche facevano passare migliaia di foreign fighter che andavano a ingrossare le fila dei nazijihadisti del “Califfo” al-Baghdadi, utile in quel momento al Sultano per contrastare l’allora odiato rais di Damasco, Bashar al-Assad.


Mani sulla Somalia


Lo scorso gennaio, il presidente turco ha annunciato di aver accettato l’invito del governo somalo per l’esplorazione di pozzi petroliferi. Ad oggi, Ankara può contare anche su una base militare, la più grande costruita all’estero. Le compagnie turche gestiscono i porti aerei e marittimi di Mogadiscio, i suoi mercati sono pieni di prodotti della Turchia e la Turkish Airlines vola direttamente nella capitale, il primo grande vettore internazionale a farlo. La Somalia occupa inoltre una posizione strategica fondamentale per il suo accesso al Mar Rosso e al Golfo di Aden, uno degli snodi del commercio di petrolio più importanti al mondo.


“Già quando ero ambasciatore ad Ankara – afferma l’ex ambasciatore italiano ad Ankara Gianni Marsili, in una conversazione con formiche.net -  la Turchia aveva iniziato una forte offensiva africana aprendo ambasciate in quasi tutti i Paesi del continente, cosa che pressoché nessuno Stato fa: basti pensare che molte rappresentanze italiane coprono in capitali africane più di un Paese. Inoltre, Ankara ha messo in campo la Turkish Airlines: dal 2012 fino a metà marzo (causa coronavirus) c’erano voli regolari per Mogadiscio. Infine, ci sono state molte visite di Erdogan. Investimenti, interventi umanitari e fattore religioso hanno reso la Turchia, la seconda presenza in Africa dopo la Cina, ed è ben vista. A differenza di Pechino, percepita come necessaria ma rapace”.


Dalla Libia alla Somalia, dal Vicino Oriente al cuore dell’Africa: è il disegno neo-ottomano perseguito da Erdogan. Per realizzarlo, il Sultano ha bisogno di neutralizzare chiunque gli si opponga, facendolo marcire in prigione, fino alla morte, e di costruire alleanze con dittatori africani, come è avvenuto nel Sudan con il dittatore e criminale di guerra Omar al Bashir, deposto nel 2019, con il quale il Sultano concluse un accordo per il restauro di siti ottomani nel Paese. In Africa, la Turchia è una potenza. In Somalia, come in Libia, è la garanzia armata dei governanti in carica. Così come ha trafficato petrolio di contrabbando con al-Baghdadi, il presidente turco sposta miliziani e mercenari sullo scacchiere africano. Ringraziarlo per averci aiutato a liberare Silvia Romano forse è un obbligo, assecondarne le mire espansioniste, chiudendo tutti i due gli occhi sulla dittatura instaurata in Turchia e sull’uso spregiudicato da lui fatto dei migranti, usati come arma di ricatto verso l’Europa, è altro dal ringraziamento: è diventare complici di uno dei più agguerriti autocrati in circolazione.