Come l'Italia arma gli assassini di Giulio Regeni

Nonostante la repressione e nonostante le bugie sulla morte del nostro ricercatore l'Italia continua a rifornire di armi il regome di Al Sisi.

Zaky e Regeni

Zaky e Regeni

Umberto De Giovannangeli 15 maggio 2020

L’Italia arma gli assassini di Giulio Regeni. Incurante che quelle armi finiscono per rafforzare uno Stato di polizia che ha riempito le carceri di oppositori, che fa della tortura una pratica quotidiana. Questo è l’Egitto ai tempi del “faraone” al-Sisi. Pecunia non olet, dicevano i latini, anche se quell’olet è odore di morte.


“Riteniamo gravissimo e offensivo che sia stata autorizzata la vendita di un così ampio arsenale di sistemi militari all'Egitto sia a fronte delle pesanti violazioni dei diritti umani da parte del governo di al- Sisi sia per la sua riluttanza a fare chiarezza sulla terribile uccisione di Giulio Regeni. Chiediamo al Governo di riferire il momento del rilascio di tali autorizzazioni per stabilirne la paternità e comunque di sospendere ogni trattativa di forniture militari in corso finché non sia stata fatta piena luce dalle autorità egiziane sulla morte di Regeni”. E’ questo il primo commento di Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace ai dati aggregati dell’export militare italiano per il 2019, che le organizzazioni hanno potuto visionare e sono in grado per primi di diffondere e vedono l’Egitto ai vertici della lista di Paesi destinatari.


Marchio d’infamia


Nei giorni scorsi è stata infatti trasmessa al Parlamento la Relazione governativa annuale sull’export di armamenti (con un grave ritardo rispetto ai termini di legge solo parzialmente derivante dall’emergenza Covid-19, poiché anche l’anno scorso i tempi di pubblicazione sono stati del tutto simili). Tale documento ufficiale è richiesto dalla Legge 185/90 che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani e riassume l’attività del comparto industriale della difesa per l’anno scorso. Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace sono venuti in possesso del capitolo introduttivo di tale Relazione, che viene redatto dalla Presidenza del Consiglio a partire dai documenti elaborati dai singoli dicasteri partecipanti al processo di autorizzazione per l’esportazione di materiali di armamento (coordinato dall’Autorità Nazionale Uama, in seno al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale). Tali dati preliminari aggregati dovranno poi essere ulteriormente analizzati sulla base della documentazione più specifica di ciascun Ministero.


Nel corso del 2019  - rimarcano le organizzazioni pacifiste si sono registrate autorizzazioni di movimenti in uscita dall’Italia di materiale d’armamento per un controvalore di 5.174 milioni di eurosostanzialmente in linea con il 2018 (lieve decremento pari a -1,38%) stabilizzandosi quindi su un livello costante di export dopo i picchi di autorizzazioni iniziati con il 2015 (8,2 miliardi in quell’anno e poi 14,9 miliardi nel 2016 e 10,3 nel 2017). Si tratta comunque dell’80% in più rispetto ai valori del 2014 per cui si può affermare che le esportazioni record del triennio 2015-2017 hanno trascinato le commesse per l’industria militare italiana su un livello medio superiore a quello di inizio secolo, con ben 84 Paesi destinatari (dal 2015 sono ormai stabilmente oltre 80 le destinazioni complessive). Un effetto che si farà sentire sempre di più nei prossimi anni sulle effettive spedizioni e fatturazioni. A questo riguardo, l’Agenzia delle Dogane registra avanzamenti annuali di consegne definitive per complessivi 2.899 milioni di euro (2.388 milioni per licenze singole e 511 milioni per licenze globali di progetto).


Tornando alle autorizzazioni per nuove licenze, che costituiscono il dato politico saliente, i numeri evidenziano immediatamente alcune decisioni altamente problematiche. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze risulta infatti essere l’Egitto con 871,7 milioni (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa) seguito dal Turkmenistan con 446,1 milioni (nel 2018 non era stato destinatario di alcuna licenza). Al terzo posto si colloca il Regno Unito con 419,1 milioni complessivi. Fra le prime 10 destinazioni delle autorizzazioni all’export di armi italiane nel 2019 troviamo 4 Paesi Nato  (2 dei quali anche nella UE) insieme a 2 dell’Africa Settentrionale (l’Algeria oltre al già menzionato Egitto), 2 asiatici (Corea del Sud insieme al già citato Turkmenistan) ed infine Australia e Brasile. Complessivamente il 62,7% delle autorizzazioni per licenze all’export ha come destinazione Paesi fuori dalla Ue e dalla Nato.


Per quanto riguarda le imprese, ai vertici della classifica delle autorizzazioni ricevute troviamo Leonardo Spa con il 58% seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%). Le importazioni totali registrate sono state pari a 214 milioni di euro, per il 68% con origine negli Usa e  per il 14% provenienti da Israele (va notato che in queste cifre non compaiono gli import da Ue e area economica europea non più soggetti a controlli Uama).


Cambio di rotta


Continuiamo ad esportare armi verso Paesi autoritari o zone problematiche del mondo – dice a Globalist Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo -. Oltretutto, con scarsi ritorni, perché 3 miliardi di euro di esportazione reale sono meno del’1% dell’export complessivo italiano annuale. Dal Governo – sottolinea Vignarca – ci aspettiamo un cambio di rotta sia per quanto riguarda i Paesi destinatari che complessivamente: vogliamo che vengano sostenute produzioni civili e non favoriti affari armati”.


 Desaparecidos


Affari armati. Come quelli con l’Egitto di al-Sisi. Uno Stato di polizia in cui  i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni).  Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre  60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati...Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all’ombra delle Piramidi.


L’inferno all’ombra delle Piramidi


Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento. Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International. Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori”, denuncia Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l’Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori”, denuncia Bounaim.


Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marziale, interrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di “confessioni” estorte con la tortura dopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.


Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente - centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente - ed è proseguita l'impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l'uso eccessivo della forza.  Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.


Questo è l’Egitto ai tempi di al-Sisi. Va ricordato al nostro Governo, in nome di Giulio Regeni, vittima di un assassinio di Stato che a distanza di anni è rimasto impunito. Va ricordato perché nelle carceri egiziane non finisca per “marcire” Patrick Zaki, attivista e ricercatore iscritto a un master dell’Università di Bologna Per lui si è creata una mobilitazione internazionale per chiederne la scarcerazione sostenendo che le accuse a suo carico sono false e illegali”. Ma Zaki resta in galera. E cresce di giorno in giorno la preoccupazione per le sue condizioni psico-fisiche e per la sua stessa vita.


Armare il “faraone” è un insulto alla memoria di Giulio e dei tanti egiziani che come lui sono scomodi al regime. Tanto scomodi da essere eliminati.