Libia: cosa c'è dietro alla strana cattura del trafficante Bija

Più che un arresto sembra una consegna concordata per rafforzare la posizione del successore di Serraj.

Bija

Bija

Umberto De Giovannangeli 15 ottobre 2020
Ha ragione Nello Scavo, il giornalista di Avvenire che con il suo
scoop portò Bija al centro dell’attenzione nazionale. “Più che un
arresto sembra la cronaca di una consegna concordata – scrive
Scavo - Abdurahman al Milad, quel comandante Bija al centro di
scandali e negoziati indicibili sulle due sponde del Mediterraneo,
è stato bloccato ieri mattina in un sobborgo di Tripoli. Un fermo
dai contorni ancora poco chiari. Bija sarebbe stato tratto in
arrestato dalla “rada” una delle “polizie” fedeli al redivivo
ministro dell’Interno Fathi Bashagha. Questi era stato
dimissionato alcune settimane fa dal premier, a sua volta
dimissionario, al-Sarraj. Una cacciata sgradita alla Turchia,
principale sponsor militare del governo di Tripoli, ottenendo così
il reinsediamento di Bashagha.  Dall’aprile del 2019 il
guardacoste, poi promosso “supervisore” del porto petrolifero di
Zawyah, era destinatario di un mandato di cattura del procuratore
generale di Tripoli. L’ordine non era mai stato
eseguito, lasciando Bija libero di comandare la milizia al-
Nasr durante le battaglie contro le fazioni arruolate dal generale
Haftar, che dalla Cirenaica ha invano tentato per oltre un anno la
conquista della capitale.  Nei giorni scorsi diversi emissari delle
milizie che controllano il territorio da Tripoli al confine con la
Tunisia, hanno negoziato con il governo centrale che intende
creare una sorta di federazione delle bande armate allo scopo di
centralizzare il controllo dei gruppi combattenti.  Bija è uno dei
pezzi pregiati della trattativa. Una pedina ingombrante, accusata
dall’Onu di essere al centro del traffico di esseri umani, coinvolto
direttamente nel contrabbando di petrolio e nella gestione del
campo di prigionia ufficiale di Zawyah”. 
Consegnato
Il punto è proprio questo. La “consegna” di “Bija” è la carta con
cui l’”uomo di Misurata”, Bashagha, il “cavallo vincente” sul
quale ha puntato il Sultano di Ankara, il presidente turco Recep
Tayyp Erdogan, si accredita presso Roma come il sostituto
naturale, potente e affidabile, del sempre più marginale e
marginalizzato Fayez al-Sarraj. Una lettura che a Globalist viene
confermata da fonti accreditate a Tripoli.
Al-Milad è accusato dall’Onu e dalla Corte internazionale
dell’Aja di crimini contro l’umanità per essere uno dei maggiori
organizzatori del traffico di migranti, ridotti in schiavitù in Libia,
lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. Le Nazioni Unite lo
considerano “uno dei più efferati trafficanti di uomini in

Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia,
autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare
decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola
mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area
di Zawyah“.Il trafficante nel maggio 2017 prese parte ad una
riunione sull’immigrazione al Cara di Mineo (Catania) tra le
autorità italiane e quelle libiche come emerse da un’inchiesta del
quotidiano Avvenire sulla sua presenza, sotto falso nome. Solo un
anno dopo, il 7 giugno 2018, il Consiglio di sicurezza dell’Onu
dispose sanzioni internazionali su di lui.
Era stata l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim)
a chiedere l’incontro tra una rappresentanza delle autorità italiane
e una delegazione libica. La riunione faceva parte di un progetto
finanziato dalla Comunità europea che prevedeva una serie di
visite di studio in Italia da parte di una delegazione, i cui
componenti venivano stabiliti dagli stessi libici.
In seguito emerse che al-Milad avrebbe ottenuto il visto fornendo
al momento della domanda generalità false, probabilmente
presentando un documento contraffatto.
"Sono un eroe nazionale, e non sono mai stato un criminale. Non ho
mai preso soldi per trafficare con le persone", raccontava solo il 5
luglio scorso in un'intervista. "Le relazioni contro di me del
Consiglio di sicurezza e del Comitato per le sanzioni si basano su
un articolo di una giornalista che si chiama 'Nancy'": il riferimento
probabilmente è a Nancy Porsia, la giornalista italiana che con
Nello Scavo ha raccontato i misfatti di Bija. 
Fathi si accredita
“Non è un mistero che il ministro dell’Interno, il misuratino Fathi
Bashaga molto vicino alla Turchia e al movimento islamista dei
Fratelli Musulmani, punti da tempo al posto di al-Sarraj a cui
potrebbe aspirare anche il moderato Ahmed Maitig (nella foto
sopra col ministro degli Esteri turco Cavusoglu), stimato da molti
negli USA e in Europa. Annunciando il supporto di USA,
Turchia ed Egitto al cessate il fuoco, Bashaga ha precisato che
ora occorre “un serio dialogo politico”, annota Gianandrea
Gaiani, direttore di Analis&Difesa, profondo conoscitore della
complessa realtà libica.
“Osama prison”

Il luogo simbolo del potere criminale del clan “Bija” è la prigione
della milizia al Nasr, a Zawayah, quelli che, annota sempre
Scavo, i superstiti chiamavano “Osama prison”, dal nome del
“direttore”, ufficialmente investito di questo incarico dalle
autorità di Tripoli. Alla magistratura italiana è noto come il vero
capo degli aguzzini.  Osama è cugino del comandante
Abdurahman al Milad, ai più noto come Bija. 
Tre dei carcerieri lo scorso anno avevano preso il largo, lasciando
la Libia per raggiungere l’Europa. Una volta condotti nel’hotspot
di Messina, sono stati riconosciuti da alcuni migranti.  A nulla è
valso il tentativo dei tre di convincerli al silenzio. Nel corso delle
deposizioni le vittime hanno fornito agli inquirenti dettagli
riscontrati anche dalle perizie dei medici. E hanno parlato di
Osama: «Picchiava, torturava chiunque, utilizzando anche una
frusta. A causa delle torture praticate Ossama si è reso
responsabile di due omicidi di due migranti del Camerun, i quali
sono morti a causa delle ferite non curate. Anche io,
inauditamente e senza alcun pretesto, sono stato più volte
picchiato e torturato da Ossama con dei tubi di gomma. Tanti
altri migranti subivano torture e sevizie di ogni tipo». 
Il gup di Messina ha così condannato a 20 anni di carcere
ciascuno Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, e
con lui gli egiziani Ahmed Hameda, 26 anni, e Mahmoud
Ashuia, 24. Errano stati "fermati" il 16 settembre scorso. Sono
accusati di vari reati tra cui, associazione a delinquere, tratta,
violenza sessuale, omicidio e tortura.  Mohamed Condè si
occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di ottenere i
riscatti, richiesti ai familiari a cui venivano mostrate le orribili
sessioni di tortura. Hameda svolgeva il ruolo di carceriere,
torturatore e all’occorrenza cuoco per i prigionieri; Ashuia se lo
ricordano perché quand’era di turno nella camera delle torture
picchiava brutalmente anche utilizzando un fucile.
Ed ora è la volta del capo dei capi. La carta vincente in mano a
Bashaga.