Dopo Nizza, Vienna. Così riparte la campagna del terrore dell'Isis 2.0

Non si tratta più di lupi solitari, di cani sciolti che si ispirano all’Isis o che ‘islamizzano’ la loro rabbia e il loro radicalismo. L’attacco alla capitale austriaca è stato portato da un gruppo organizzato.

L'attentato di Vienna

L'attentato di Vienna

Umberto De Giovannangeli 3 novembre 2020

Dopo Nizza, Vienna. La “Jihad globale” è ripartita, colpendo nel cuore dell’Europa. Vienna come il Bataclan: l’attentato multiplo  dei terroristi è la firma dell’Isis. L’attacco a Vienna, nel cuore dell’Europa, segna un ritorno al passato. Come Parigi, ma anche come Bruxelles. Come allora, è un attacco all’Europa, non solo all’Austria. Soprattutto se si pensa a quanto sta accadendo in Francia nelle ultime settimane. Gli attentati di Nizza e di Lione come “rappresaglia” per la vignetta di Charlie Hebdo che deride Maometto. Il ritorno della Jihad contro l’Occidente infedele che non rispetta Maometto. Con la benedizione di Erdogan, che ha paragonato la satira sull’Islam all’Olocausto contro gli ebrei.


Non si tratta più di lupi solitari, di cani sciolti che si ispirano forse lontanamente all’Isis o che ‘islamizzano’ la loro rabbia e il loro radicalismo. L’attacco alla capitale austriaca è stato portato da un gruppo organizzato.


Strategia militare


Karl Nehammer, il ministro dell'Interno austriaco, ha fatto sapere che il criminale era un simpatizzante dell'Isis. Si chiama Kujtim Fejzulai: 20enne, nato e cresciuto a Vienna. Oltre alla cittadinanza austriaca aveva anche quella della Macedonia del Nord. L'Apa, l'agenzia di stampa austriaca, ha rivelato che avrebbe dei precedenti penali per associazione di stampo terroristico. Il 25 aprile 2019 sarebbe stato condannato a 22 mesi di prigione per aver tentato di recarsi in Siria per unirsi all'Isis. Il 5 dicembre sarebbe stato poi rilasciato in anticipo con la condizionale: era considerato un giovane adulto e quindi è caduto sotto i privilegi del Tribunale per i minorenni.


I genitori, riferisce Florian Klenk, provengono dalla Macedonia del Nord e non avrebbero mai mostrato segnali di avvicinamento all'Islam radicale. "Era nel radar dell'Ufficio federale della Protezione della Costituzione (un servizio di sicurezza austriaco) perché era uno dei circa 90 islamisti austriaci che volevano recarsi in Siria ma gli è stato impedito di farlo a luglio", ha dichiarato il giornalista del settimanale Folter. Poco prima dell'attacco avrebbe prestato giuramento di fedeltà al nuovo leader dell'Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, e avrebbe annunciato su Instagram il suo gesto postando alcune foto. Pertanto la Bild afferma che gli inquirenti ritengono "probabile" che i post di un jihadista sul social network siano proprio dell'attentatore. In mattinata, sempre Der Falter aveva parlato dell’attentatore di Vienna come un estremista islamico. Secondo gli 007 di Vienna, l’uomo faceva parte di un gruppo di circa 90 islamisti austriaci che aveva manifestato l’intenzione di recarsi in Siria. Secondo quanto scrive su Twitter Florian Klenk, giornalista di “Der Falter”, i suoi genitori provengono dalla Macedonia del Nord e non si sarebbero mai fatti notare per quanto riguarda eventuali tendenze islamiste.


Le similitudini con Parigi


La dinamica ricorda in maniera agghiacciante quella degli attacchi a Parigi, con i terroristi che si sono mossi per la città sparando a cittadini inermi. Le immagini riprese da alcune finestre mostrano un uomo vestito di bianco che si muove senza fretta, che prende la mira e spara con precisione. Una cosa è certa. L’Europa fiaccata e prostrata dalla pandemia ripiomba nell’incubo del terrorismo organizzato. Le pronte reazioni giunte da tutte le capitali, la forte solidarietà all’Austria sono sicuramente le giuste risposte da dare a caldo. A freddo però, da domani, gli europei dovranno riflettere attentamente su quello che è stato fatto fino ad oggi e su quello che, invece, non è stato fatto. Non si tratta più di prevenire lupi solitari obiettivamente difficili da individuare e da colpire. L’attacco di Vienna ci riporta indietro di qualche anno, quando tutti parlarono di attacco all’Europa.


Al pari di moschee e altri centri di aggregazione socio-religiosa dove possono insediarsi predicatori radicali, le carceri possono rappresentare dei veri e propri poli di radicalismo capaci di trasformare comuni criminali in pericolosi e letali “soldati del Califfato”. Infatti, in momenti di estrema fragilità come possono essere quelli trascorsi in detenzione, la visione distorta, radicale e violenta della religione può trovare terreno fertile offrendo al soggetto una redenzione e protezione dal resto della società, definita impura ed avversa.


 Diversi anni di attività di reclutamento di giovani europei, avvenuta sia tramite la presenza sul territorio di predicatori radicali, sia tramite un’efficace campagna propagandistica condotta principalmente online, permettono allo Stato islamico di contare su una vasta schiera di simpatizzanti in tutta Europa. Essi sono principalmente immigrati di seconda o terza generazione, scolarizzati in Europa e spesso lontani dalla religione prima di iniziare un processo di radicalizzazione.


Rimarca sul Corriere della Sera  GuidoOlimpio, tra i giornalisti più competenti a livello internazionale del terrorismo jihadista: ““Alcune azioni richiedono una preparazione, specie se coinvolgono luoghi multipli come a Vienna. I criminali devono procurarsi l’arsenale, condurre una ricognizione, studiare le contromisure. Il Paese ha una posizione geografica che la può rendere vulnerabile, è vicina all' Est europeo, uno dei serbatoi dai quali entrano esplosivi, Kalashnikov e armi ricondizionate. Quelle per il Bataclan le comprarono in Slovacchia. Esistono molti sentieri battuti dai trafficanti e lungo le medesime rotte possono passare elementi che vogliono infiltrarsi. In quest' occasione hanno agito terroristi differenti da quelli che impugnano un coltello oppure guidano il ‘tagliaerba’, l'auto sulla folla. Le immagini hanno mostrato un uomo con un fucile e un paio di borse a tracolla, forse per le munizioni. Spara la prima volta su un giovane, riprende il suo percorso e quindi torna indietro per tirare ancora sulla vittima. È killer metodico. Spesso sono missioni sacrificali, chi le conduce ha un equipaggiamento per ingaggiare gli agenti, fucili e cinture da kamikaze. Dotazione per resistere, per prendere eventualmente degli ostaggi. E questo a prescindere dal colore di appartenenza: è un modus operandi adottato dai jihadisti, lo abbiamo visto spesso attuato in Europa e in Asia, ma non sono certo gli unici.


“L'Austria – ricorda Olimpio - non è stata risparmiata dalla violenza politica. Ricordiamo la strage all' aeroporto nel dicembre 1985, l' omicidio di tre dirigenti curdi iraniani nell' 89, l' agguato contro un esule ceceno nel luglio di quest' anno. Quindi il timore dello Stato Islamico o dei nemici interni, i neonazisti. Nel dicembre 2019 è stata arrestata una micro-cellula di ceceni filo-Isis che voleva attaccare un mercatino di Natale. Ed erano ispirati sempre da un ceceno due giovani austriaci che volevano assassinare un poliziotto. Oggi le nostre società devono guardarsi da tanti avversari, il cui scopo - con motivazioni non omogenee - è lacerare, spaccare la società, ammazzare. I militanti islamici lo fanno per la loro bandiera, gli xenofobi in nome della razza, lo stragista di Las Vegas ha sparato per diventare famoso. Sono ore angoscianti, dopo la decapitazione del professore francese e l’attenta a Nizza, con l' Europa al centro di un' offensiva.


Identikit del “nuovo” jihadista


“Prima si radicalizzano e solo in un secondo tempo scelgono l’Islam nella sua versione più estrema. Ma tutto questo non c’entra più con la disperazione delle banlieue – annota il più autorevole studioso francese dell’Islam radicale, Oliver Roy -.  Gli autori dell’attacco contro Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 e di quello a Parigi il 13 novembre avevano poco a che vedere con il mondo delle banlieue. Sono invece affascinati dalla violenza, vista in mille forme su internet. A Marsiglia le banlieue imperano, ma ci sono gruppi criminali che danno armi e sensazioni forti ai giovani. Di conseguenza, qui i jihadisti si contano sulle dita di una mano. A Nizza invece la comunità araba è più ricca e integrata, eppure i jihadisti arrivano più facilmente dai ranghi della sua classe media”. Roy, in un altro suo scritto, spiega perché la “bandiera” con cui si coprono è quella dell’Isis. “È l’ideologia che in questo momento domina il mercato della violenza terrorista. La sinistra, anche quella estrema, non li interessa: non è abbastanza radicale, non ha una dimensione globale e non coinvolge affatto questi giovani. Sono degli sradicati, non si riconoscono nei movimenti di protesta tradizionali europei, non condividono le battaglie per i diritti civili, per esempio per i matrimoni gay. Sono ribelli senza una causa, arrabbiati sicuramente, ma alla ricerca di un obiettivo per cui combattere. La collaborazione tra questi giovani e l’Is è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani si erano legati ad al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia. Domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni Settanta”. E’ un fenomeno generazionale. Sono molto giovani. Tra loro c’è di tutto. Anche ragazzini di 14 e 15, fino a dei trentenni. Vent’anni è la media. Dunque, non sono prodotti né dalle moschee né dagli ambienti musulmani. Rispecchiano un fenomeno di atomizzazione, individualismo. Si radicalizzano fra giovani nel virtuale”.


Una riflessione che investe anche i foreign fighers: “Sono affascinati dalla morte – rimarca-ancora Roy- . La cercano, la predicano e coltivano intimamente, è parte della loro identità individuale e di piccolo gruppo che si considera eletto. Vogliono morire, per loro è un onore farlo combattendo, dà senso alle loro esistenze. In questo modo si differenziano dai gruppi terroristici classici, per i quali restare in vita è uno dei doveri fondamentali per poter garantire la continuità del proprio impegno nella lotta. In secondo luogo, non credono in un ideale utopico, non lavorano per una società migliore, non cercano di militare in partiti politici o associazioni. I nichilisti della Jihad annota ancora lo studioso francese- appartengono a due categorie. Giovani musulmani di seconda e terza generazione che vivono in Occidente, e i convertiti. Il numero dei convertiti è significativo perché rappresenta un quarto dei foreign fighters e degli autori di stragi e attentati in Francia e nel resto d’Europa.  Non troviamo questa proporzione di convertiti in nessun’altra organizzazione musulmana. Ciò dimostra che non si radicalizzano nel quadro di una società tradizionale musulmana, ma attraverso Internet e fra di loro”.


Isis 2.0


L’Isis 2.0 si decentra e si affida  a lupi solitari, foreign fighter di ritorno e a nuovi indottrinati. Quanti operano, con diverse funzioni e gradi di responsabilità, nel contrasto al radicalismo islamico armato, condividono una preoccupazione: l’abbassamento della guardia da parte dell’opinione pubblica, come se, dopo le disfatte subite in Siria e Iraq, lo Stato islamico sia una forza residuale, allo sbaraglio. Niente di più erroneo”.


L’Isis, o meglio, il gruppo antenato dell’Isis era stato dichiarato praticamente sconfitto anche nella seconda metà degli anni Duemila, quando una precisa strategia di counter-insurgency  adottata dagli Stati Uniti in Iraq aveva spinto molte comunità sunnite locali a togliere l’appoggio al gruppo, indebolendolo moltissimo. Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq aveva però cambiato di nuovo le cose e l’Isis aveva trovato modi, spazi e opportunità per riorganizzarsi e diventare l’organizzazione terroristica più potente e ricca del mondo.


Punto fondante dell’Isis 2.0 è quello della Jihad globalizzata. Insomma, il mondo come campo di battaglia.  L a sconfitta in Siraq ha costretto i comandi militari del Daesh a rivedere i propri piani, cambiando strategia e puntando ad una Jihad globale che abbia l'Occidente come teatro di battaglia. In altri termini: come trasformare una sconfitta territoriale in una minaccia che porta al cuore dell'Europa. Lupi solitari più foreign fighters di ritorno. Ecco allora l'attivazione di cellule "dormienti", l'indicazione ai "mujahiddin" con passaporto europeo di rientrare a casa per seminare morte e terrore nel Vecchio continente. Secondo una ricerca condotta da esperti del Centro di studi strategici Inss di Tel Aviv - di cui riferisce Haaretz – nel 2019 si sono avuti in vari Paesi al mondo 292 attacchi suicidi che hanno provocato la morte complessivamente di 2.840 persone: l'Isis, malgrado le sue sconfitte militari, è rimasto ancora il principale protagonista di questo genere di attentati avendone realizzati direttamente o indirettamente 168, ossia il 57,5 %.  L’Isis 2.0 non ha più una rigida catena di comando verticale, ma ha costruito un sistema a rete, con ogni struttura affiliata che agisce autonomamente sotto la sigla “Daesh”, innestando sull’ideologia salafita, che li accomuna e identifica, rivendicazioni di carattere locale.


Sconfiggere questa “piovra” tentacolare è qualcosa di molto più ostico che annunciare la morte o la cattura di presunti o papabili  “califfi”.  Gli attacchi di Nizza e di Vienna ne sono una tragica conferma.