Italia, paese dalle lacrime facili e dalla memoria corta: in memoria di Attanasio e Iacovacci

Dimenticato da sempre, il continente africano torna per un giorno sulle prime pagine dei quotidiani e dei titoli dei tg a causa della tragedia che ha spezzato la vita di due italiani.

Luca Attanasio

Luca Attanasio

Umberto De Giovannangeli 23 febbraio 2021
Italia, paese dalle lacrime facili e dalla memoria corta. Un vizio nazionale, un virus che attecchisce in ogni ambito della nostra società, soprattutto nel mondo della politica e della comunicazione. La storia si ripete dopo il barbaro assassinio del nostro ambasciatore in Congo Luca Attanasio e del giovane carabiniere Vittorio Iacovacci. Dimenticato da sempre, il continente africano torna per un giorno sulle prime pagine dei quotidiani e dei titoli dei tg a causa della tragedia che ha spezzato la vita di due italiani.

Il copione è il solito: nei salotti mediatici per qualche ora si smette di cianciare su “super Mario” o sull’assalto dei partiti ai posti di sottosegretario. Per qualche ora, i riflettori si accendono sul continente dimenticato. E i soliti noti si scoprono esperti di Africa. E pontificano, impartiscono improbabili lezioni di geopolitica, dissertano su scenari fino a poche ore prima a loro sconosciuti, scoprono che gli ambasciatori non sono, o almeno non tutti, quelli delle pubblicità televisive. E spargono lacrime. Lacrime di coccodrillo.

Come quelle versate alla vista dell’immagine di un corpicino senza vita finito su una spiaggia del Mediterraneo dopo la traversata della morte. O del corpo scheletrico di una bimba siriana. Non lasciatevi ingannare: è tutta finzione. Il retropensiero di questi lacrimatori senz’anima è quello classico: ma chi glielo ha fatto fare. Chi glielo ha fatto fare ad un giovane diplomatico di andare in missione in una delle zone più pericolose di uno dei più pericolosi e instabili paesi al mondo, per portare aiuti alimentari ad una popolazione ridotta allo stremo. Chi glielo ha fatto fare: la sua coscienza, la sua umanità, il suo concepire la cooperazione solidale come leva fondamentale del fare diplomazia. Tra i dispensatori di lacrime, tra quanti si affrettano a dichiarare su un “eroe” italiano di cui fino a poche ore prima non conoscevano l’esistenza in vita, ci sono anche quei politici che hanno occupato spazi giornalistici e televisivi per fomentare il grido “aiutiamoli a casa loro”.

Dove l’accento non cade sull’”aiutare” ma su “casa loro”. Casa loro per questi signori e signore (Salvini, Meloni e via elencando nel peggio del peggio) significa che esiste una “casa nostra”. La casa degli Italiani. Quella che per questi odiatori seriali veniva sporcata, invasa da una moltitudine di pericolosi pezzenti che venivano da noi per delinquere, spacciare, stuprare le nostre donne, rubare il lavoro etc. Migrante=Invasore e, se pure islamico, Terrorista. Da ributtare in mare, da rispedire a casa. Anche se quella “casa” non c’era più. Distrutta, cancellata, da guerre colpevolmente “dimenticate” di cui l’Occidente porta pesantissime responsabilità.

Luca Attanasio aveva un’altra idea dell’auto e di “casa loro” e “casa nostra”. “In Congo – amava ricordare – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”. Per lui parole quali “inclusione”, “rispetto” per le diversità, concepite come ricchezza e non come minaccia, “solidarietà”, “umanità”, erano la bussola etica, prim’ancora che diplomatica, su cui costruire una vita, non solo professionale. Ma di questo i lacrimatori senz’anima non hanno neanche la più vaga idea. E ora fingono di piangere l’”eroe italiano”. E’ insopportabile. E’ insopportabile scoprire per un giorno che in Congo esistono 5,2 milioni di sfollati, che nell’area in cui hanno perso la vita Luca Attanasio e  Vittorio Iacovacci oltre 8 milioni di persone vivono in una condizione di malnutrizione alimentare acuta. Scoprire e dimenticare. L’unanime cordoglio nazionale, che scatta puntuale ad ogni tragedia come questa, non può far da velo all’esistenza di un abisso etico, morale, politico tra quel mondo solidale di cui l’ambasciatore Attanasio faceva parte e il mondo dell’ipocrisia, popolato da mezze calzette politiche e da sovranisti razzisti che hanno campato, elettoralmente e non solo, urlando all’invasione dell’Italia da parte di migranti e rifugiati. Una narrazione farloccache però ha avuto il sopravvento sulla realtà. Di questo, Luca Attanasio ne era consapevole. E se ne doleva. Tra i falsi lacrimatori vi sono anche quei parlamentari, la maggioranza, che hanno tagliato sempre più i fondi per l’Aiuto allo sviluppo e alla Cooperazione internazionale, sostenendo che, soprattutto in tempi di pandemia, erano un “lusso” che l’Italia non poteva permettersi. Perché prima venivano gli Italiani. Sono gli stessi (vero ministro Di Maio) che avevano gettato fango sulle Ong che salvavano vite umane, definendole, con spregio, i “taxi del Mediterraneo”. A dolersi per la morte del nostro ambasciatore, c’è l’assertore dei porti sbarrati, l’autore di quei decreti sicurezza che restano una macchia indelebile di vergogno per uno stato di diritto. E poi ci siamo noi. Noi giornalisti. Ci sono i direttori dei grandi giornali o tg che, con rarissime eccezioni, considerano la politica internazionale come spazio sottratto al gossip politico, roba che non fa vendere, che non fa audience. Meno ce ne sta, meglio è. Salvo quando c’è da raccontare la storia di due italiani trucidati nel lontano Congo. Fate una cosa: andate su Google e digitate la parola “Congo”. E contate quanti articoli negli ultimi anni sono stati pubblicati dai grandi giornali sul tema: si contano sulle dita di due mani. Certe parti del mondo fanno notizia solo quando c’è una storia terribile a imporlo, altrimenti cala il silenzio. Così è. Si dice: guerre dimenticate. Come se dimenticare sia qualcosa di ineluttabile, naturale. Invece non lo è. Perché è una scelta: politica, editoriale, etica. Dimenticare i milioni di sfollati in Siria, dimenticare l’apocalisse yemenita, dimenticare che in Africa decine di milioni di persone, si pensi alla Nigeria, alla Somalia, al Congo, al Mali, alla Repubblica centroafricana, vivono in balia di organizzazioni criminali e di feroci milizie jihadiste.

Dimenticare che due milioni di palestinesi, la maggioranza dei quali sotto i 18 anni, vivono da oltre un decennio isolati dal mondo, in quella immensa prigione a cielo aperto di nome Gaza. Isolati perché assediati dalle forze armate d’Israele. E’ terribile pensare che drammi di questa portata “fanno notizia” solo e quando diventano fatti di cronaca, per una strage, per un attentato particolarmente sanguinoso, per un corpo di bambino ritrovato su una spiaggia, per un italiano trucidato. Un giorno, forse due, e poi si ritorna alla “normalità”. E del Congo non se ne parlerà più.

C’è un’ultima considerazione da fare. Che riguarda il “Governo dei Migliori” guidato dal “Migliore tra i Migliori”, il professor Mario Draghi. Globalist lo aveva sottolineato con il rispetto dovuto alla persona, alla sua indiscutibile autorevolezza, ma senza fare sconti: nei discorsi sulla fiducia pronunciati al Senato e alla Camera, il presidente del Consiglio non ha fatto cenno, se non di sfuggita, alla situazione nel Mediterraneo e a ciò che il suo Governo aveva intenzione di fare per costruire ponti di dialogo e di cooperazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo.

 Neanche una parola sulla Libia, sulla Tunisia, sui diritti umani calpestati. Niente. Fuori agenda. Non c’entrano con la campagna di vaccinazione o con l’utilizzo dei miliardi europei del Recovery fund. Una scivolata, si spera momentanea. Lo speriamo, ma ne dubitiamo. Ne dubitiamo perché se la politica estera avesse avuto la priorità che merita, un Governo dei Migliori non avrebbe mantenuto alla guida della nostra diplomazia un ministro gaffeur e impreparato come Luigi Di Maio. Si dirà: ma la politica estera, quella che conta davvero, a cominciare dai rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti di Joe Biden, sarà fatta direttamente dal presidente Draghi e dai suoi validi collaboratori diplomatici. Non ne dubitiamo. Ma ciò non fa venire meno le ragioni dello sconforto, della delusione, dell’incredulità, documentati da Globalist, che dominavano alla Farnesina e nel nostro corpo diplomatico all’annuncio della riconferma di Di Maio a ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

E qui il cerchio si chiude. E si chiude male. Luca Attanasio resterà nel cuore dei tanti che hanno interagito con lui. Nel cuore dei bambini, delle ragazze madri, dei giovani congolesi a cui aveva portato non solo alimenti ma speranza. In un futuro migliore. Le loro, sono lacrime vere.