La Roma ostile alle donne che chiude l'Alveare, eccellenza italiana del co-working

Realtà nata cinque anni fa per aiutare il reinserimento nel mondo del lavoro delle donne che hanno appena avuto un figlio, ora è costretta a chiudere per un'ingiunzione del Comune di Roma

L'Alveare

L'Alveare

Giuseppe Cassarà 20 marzo 2019

È un nome che evoca cooperazione, l’Alveare: suscita l’immediata idea di scambio, di sforzo collettivo per costruire e arricchire un ambiente. Un incastro tra il duro lavoro e la cura intima di ciò che custodisce tra le sue pareti.

Questo Alveare umano si trova a Roma, nel quartiere di Centocelle, da quasi cinque anni. Ma ancora per poco: la mano ostile del comune di Roma, per mezzo di un ingiunzione, ha infatti attaccato questa realtà assolutamente unica in Italia, un “progetto di welfare urbano, che coniuga in un unico luogo la comodità del lavoro condiviso, propria del coworking, e l’utilità di un servizio educativo per bimbe e bimbi dai 4 a mesi ai 3 anni. È un progetto innovativo, pensato per consentire ai genitori, e in particolare alle madri, di rientrare al lavoro gradualmente dopo l’arrivo di un bebè, in un ambiente adeguato e accogliente. Questa visione si è sposata perfettamente con la rigenerazione degli spazi pubblici di via Fontechiari, che da inutilizzati e in stato di abbandono, si sono trasformati grazie a L’Alveare in un luogo curato, attivo e vissuto dal quartiere” come è scritto sulla loro pagina Facebook e come conferma una delle fondatrici del progetto, Serena Baldari.

 

Com’è nata Alveare? Avete incontrato difficoltà all’inizio oppure è andato a riempire uno spazio di cui c’era bisogno?

Abbiamo vissuto un po’ entrambe le situazioni. Alveare era un progetto che non aveva precedenti in Italia e che, specialmente all’inizio, ha ricevuto molta attenzione, con molte persone che ci sono state vicino. Oggi, in queste ore, stiamo ricevendo molte bellissime testimonianze di persone che hanno partecipato alla storia di Alveare, ma all’inizio c’era confusione sopratutto sul concetto di coworking e sui suoi vantaggi. Da un punto di vista economico, Alveare è un progetto che ha sempre mantenuto una forte vocazione sociale: nessuno si è mai arricchito, molte attività sono sempre state volontarie.

Il coworking come funzionava?

L’Alveare mirava a far rientrare le donne che avevano da poco avuto un figlio nel mondo del lavoro, puntando sulle loro capacità. Il lavoro era condiviso e il percorso è stato graduale. Siamo partiti innanzitutto dall’ascolto del territorio in cui ci trovavamo: gli spazi in cui è nato Alveare erano in stato di abbandono, li abbiamo rivalutati, ricreati e sono diventati un prezioso elemento del quartiere, un centro nevralgico di esperienze, seminari e vita sociale. Per questo motivo l’ingiunzione è ancora più assurda, perché l’amministrazione non tiene conto di questo elemento di comunità.

Riguardo la chiusura, parlate di ingiunzione ‘dubbia’. In che senso?

Mi spiego, noi sapevamo fin dall’inizio che un giorno avremmo dovuto abbandonare questi spazi. Li avevamo in concessione fino alla creazione di un bando, che però al momento non esiste. Insomma, questi spazi che abbiamo rivalutato saranno abbandonati e non c’è un progetto immediato per riutilizzarli. Questo è un danno sia per il territorio che per gli utenti, che si vedono privati di un servizio di cui stavano usufruendo e non hanno un’alternativa.

E adesso, nell’immediato, cosa succederà?

Succede che queste famiglie resteranno a casa. Sia chiaro, stiamo cercando altre soluzioni, ma le prospettive per ricreare una realtà come quella di Alveare in poco tempo non sono rosee. Questo danno alla comunità, al quartiere, è fatto e sembra irreversibile.