Da Albert Camus a Pietro Bartolo: la vera rivolta è dire 'No' all'odio

Cosa hanno in comune il medico protagonista del romanzo di Camus 'La Peste' e il medico di Lampedusa Pietro Bartolo?

La copertina del libro 'Le Stelle di Lampedusa' di Pietro Bartolo

La copertina del libro 'Le Stelle di Lampedusa' di Pietro Bartolo

Antonio Rinaldis 26 agosto 2019

Fare accoglienza o essere accoglienti? La domanda non è casuale, perché la risposta indica un diverso modo di concepire l’accoglienza e la solidarietà. E ancora, l’accoglienza è una forma della Cura con cui ci avviciniamo agli esseri umani?


Pietro Bartolo è conosciuto come il medico di Lampedusa, si è trovato a dover esercitare la sua professione in un contesto cruciale come l’isola siciliana che si trova nel mezzo del mare che divide l’Europa dall’Africa. Nei rari momenti in cui non soccorre migranti stremati dopo una deriva penosa, oppure non deve ispezionare i corpi di quelli che non sono riusciti a sopravvivere alla sfida del mare, ha provato a raccontare quello che ha visto agli Altri, a quelli che non sanno, non vedono e non vogliono vedere quello che succede. In uno dei due libri che ha pubblicato, Le stelle di Lampedusa, c’è un episodio che vale la pena ricordare. Al termine della solita giornata infernale, passata fra il molo, gli sbarchi e l’ambulatorio, Bartolo si intrattiene con un suo amico, che lo invita alla villa, una costruzione che si trova distante dal centro della cittadina, a ridosso della spiaggia. In compagnia dell’amico, nella suggestione della notte, Bartolo si sottrae alla frenesia dell’emergenza e riflette. La volta stellata che si mostra al suo sguardo di uomo stanco e sfiduciato è la carta   geografica che orienta il viaggio dei naviganti, che percorrono il mare in cerca di una vita migliore, di un mondo più umano. Le stelle di Lampedusa non sono le anime dei morti che si trasformano in bagliori notturni, come gli veniva raccontato da bambino, ma sono come dei punti cardinali che aiutano il viaggio dei disperati che vogliono vivere.


La scena si ripete, quasi identica, in uno dei romanzi più intensi del ‘900, La Peste, scritto da Albert Camus, negli anni terribili della 2° guerra mondiale. Rieux, il medico che sta combattendo da mesi contro l’epidemia e Tarrou, un amico che lo aiuta nella lotta, si concedono una tregua. Si siedono in una terrazza davanti al mare e riflettono. È il momento dell’amicizia, dice Tarrou, ed è anche il momento della confessione. La Peste è un morbo che abita in ciascuno, è una tentazione presente anche nelle persone che si battono per la Giustizia, ed è per questo che è così difficile sconfiggerla; Tarrou ha capito che ci sono sempre stati flagelli e che bisogna diventare veri medici, per mettersi dalla parte delle vittime, per acquisire una specie di santità laica. Rieux non è così ambizioso, non vuole diventare santo, ma semplicemente essere un uomo, vuole svolgere al meglio il suo lavoro da uomo. Il momento dell’amicizia si conclude con un tuffo nel mare notturno che lambisce la città malata e sofferente.


Cosa ci insegnano Bartolo e Rieux? La virtù ostinata e caparbia dell’umanità, che però non è soltanto resistenza e argine contro il male sociale e politico, nelle sue innumerevoli manifestazioni. Bartolo e Rieux sono dei revoltés, dei rivoltosi, e nella natura del revolté non c’è soltanto la resistenza ma qualcosa di più. E’ lo stesso Camus che chiarisce la figura del revolté in uno dei suoi saggi più controversi. L’uomo in rivolta è l’uomo che dice No, lo schiavo che si ribella, il proletario che non vuole più essere sfruttato, l’uomo che non accetta di essere umiliato. Ma nel momento in cui l’uomo pronuncia il No, perché un confine è stato superato, accede a un piano di vita superiore, perché l’uomo in rivolta si rivolta per combattere un’ingiustizia, ma lo fa in nome di un valore che trascende la sua persona. L’uomo in rivolta combatte per l’uomo e per la sua dignità e da quel momento la sua battaglia diventa collettiva, ed è per questo che Camus può riscrivere la formula cartesiana penso dunque sono, in mi rivolto dunque siamo.


Fare il proprio mestiere di uomo, senza essere un santo e neppure un eroe, ecco la lezione di Rieux che ritroviamo nel medico di Lampedusa. Entrambi praticano la solidarietà e la Cura, che diventano un atto di rivolta contro il corso delle cose, che spingerebbe verso la salvezza individuale, la fuga nel proprio particolare. Non a caso una delle espressioni più incisive del romanzo di Camus è quella di uno dei protagonisti che dopo avere tentato di fuggire dalla città colpita dalla Peste, scopre che ci si vergogna a essere felici da soli, in un mondo che soffre. Mi rivolto dunque siamo, significa che c’è un valore che trascende il singolo, e lo costringe a confrontarsi con la condizione umana.


Per questo la domanda di aiuto che proviene dal Mediterraneo è così imbarazzante. Dai barconi che riescono ad approdare sulle coste italiane sbarcano uomini, donne e bambini che sono atopici rispetto ai nostri modelli estetici, è un’umanità alla deriva che contrasta con la cosmesi del nostro mondo, che ha rimosso la malattia, la povertà e la morte come ombre di un passato oscuro, di una preistoria della civiltà. Tutti i veri medici che si ribellano e accettano la sfida dell’accoglienza non fanno soltanto una scelta etica di giustizia, ma scelgono di riconoscere la loro stessa condizione di fragilità, di precarietà nei naufraghi, che portano la cruda verità della condizione umana, che non può essere oscurata dalle mille luci del finto benessere occidentale. Ciò che di inquietante portano con loro i migranti è quello straniero residente, come sostiene Donatella DI Cesare, che ciascuno di noi è, e che scuote dalle fondamenta l’illusione che ciascuno di noi coltiva, di possedere qualcosa e di essere realmente abitante di un luogo in maniera permanente e stabile.


La rivolta contemporanea non si nutre di immagini di un mondo futuro, che in questa contingenza storica non appaiono così nitide come un tempo, ma si alimenta della risposta che in una delle ultime opere diede Derrida ai temi dell’amicizia e dell’ospitalità e che si racchiude nella formula “Viens-toi!”, Vieni! Che è la riposta più scandalosa a chi non ci chiede il permesso di entrare, ma si impone, e irrompe nel territorio rassicurante delle nostre certezze e delle nostre scelte, con la sua domanda di aiuto.