Dopo aver invocato il dialogo con Salvini, Ruini critica la chiesa post-conciliare di Paolo VI

L'ex presidente della Cei ha elogiato Giovanni Paolo II per la caduta del comunismo. "Con lui la Chiesa è uscita dalla posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio

Camillo Ruini

Camillo Ruini

Riccardo Cristiano 16 maggio 2020

Sono tante le cose che andrebbero dette in queste ore sui commenti relativi al centesimo anniversario della nascita di Giovanni Paolo II, il papa del confronto con i regimi del blocco sovietico, ma anche il papa del dialogo interreligioso, dello spirito di Assisi. Infatti all’inizio della sua azione cosa c’è stato? C’è stato il rifiuto del modello ungherese, nel quale la Chiesa del cardinale Lékai di fatto si veniva accusata di affiancarsi al regime in cambio di un quieto vivere.

Commentando un intervento del primate polacco Wyszynski prima del conclave con esplicito riferimento al primate ungherese del tempo, Wojtyla disse: “È la degna risposta alla pusillanimità del cardinale Lékai”.


E cosa aveva detto Wyszynski? Che il sistema sovietico non era un fato, ma una realtà in crisi. Ma anziano e provato, in tutti i sensi, il primate della Chiesa cecoslovacca, Tomàsek, quando si mostrò ormai incapace di combattere ancora e quindi pronto suo malgrado a prendere le distanze dal fermento critico verso il regime di Charta 77, ricevette da Giovanni Paolo II non insulti, ma missive private, incoraggiamenti, fino al nuovo inizio con Charta 77.
Oggi invece il cardinale Camillo Ruini afferma che il papa polacco “ ha inciso sul corso della storia sotto molti profili” e “l’aspetto più conosciuto è il suo contributo alla caduta del comunismo, che per suo merito è avvenuta in modo pacifico” sottolinea il Cardinale. “Con lui la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”.
La questione che si pone non era certo affrontabile in una frase. Il cardinale Lékai infatti disse che “stimo il cardinale Wyszynski di Varsavia. Quando parla, può star sicuro che il popolo sta con lui; quando invece parlo io, so con certezza che non ho nessuno dietro di me”.


Lékai aveva una grande preoccupazione pastorale. Con la “via dei piccoli passi” voleva realizzare qualcosa di utile e vantaggioso per la Chiesa. Dunque vi erano due visioni, certo, ma con Tomášek, creato cardinale dallo stesso Wojtyla, internato negli anni Cinquanta in un campo di lavoro forzato, sembra appropriato parlare di comprensione. Dunque era questa una Chiesa costretta sulla difensiva dalla crisi del post Concilio? Allora questa crisi ecclesiale la dobbiamo trovare nel nome del padre della grande stagione della Ostpolitik di Paolo VI, quindi nel nome del cardinale Agostino Casaroli? Il suo libro più noto, “Il martirio della pazienza”, indica chiaramente che essere pazienti è un martirio, ma anche che la pazienza può essere stata martirizzata. E quanti martiri ci furono in quegli anni... Durante un viaggio in Germania Orientale espose chiaramente la bussola di quella diplomazia dicendo che “ La Santa Sede pensa di poter — quale forza nitidamente ed esclusivamente morale – dare il suo apporto, prezioso per quanto modesto possa apparire, alla causa della pace. Ma per contribuire a combattere la sfiducia dei vari popoli e delle varie potenze fra di loro, essa ha bisogno di godere, a sua volta, la sincera fiducia degli uni e degli altri. […] Questo spiega l’apertura della Santa Sede al dialogo con quelli che lo desiderano: il che, è ben chiaro, non significa che la Santa Sede trascuri o consideri di minore importanza le questioni delle divergenze ideologiche e dottrinali, oppure che essa accetti che siano lasciate senza appropriata considerazione e soluzione — in particolare — le questioni relative alla vita della Chiesa e dei cattolici nei Paesi con i quali si instaura il dialogo sui problemi della pace e della cooperazione internazionale. Proprio lui, ordinato arcivescovo da Paolo VI, divenne però Segretario di Stato con Giovanni Paolo II, poi cardinale e rimase al fianco del papa polacco fino al 1990, quando si ritirò per motivi di età, avendo firmato tra le tante cose anche il nuovo Concordato tra Santa Sede e Italia. Lui forse rappresenta questa Chiesa della crisi del dopo Concilio?
Certamente il cardinale Ruini sa che fu frutto di un suo colpo di genio il primo viaggio in Polonia. Breznev non voleva, Giovanni Paolo II intendeva recarsi nel suo Paese natale nel mese mariano, maggio. Questo terrorizzava i polacchi, che accettarono con sollievo la proposta di Casaroli di spostare la data della visita, ma prolungandola di diversi giorni.
Era dunque un lavoro diplomatico complesso e parlarne oggi richiede attenzione, anche nei confronti di Giovanni Paolo II.
Giovanni Paolo II ha rotto da dentro ciò che da fuori sembrava infrangibile e lo ha fatto con accanto il cardinale Casaroli, rimasto al suo fianco sin dopo la caduta del muro, perché se il pastore doveva pensare al gregge il capo di stato doveva cercare nuove relazioni diplomatiche con i paesi del blocco sovietico.


Questo fatto incontrovertibile è dimostrato da quanto disse nel suo primo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, quando espresse il desiderio di rivedere in Vaticano i diplomatici di quei Paesi che un tempo avevano relazioni con la Santa Sede. Si trattò di un riferimento esplicito.
La frase del cardinal Ruini dunque schematizza una dinamica, anche dialettica, certo, ma che non riguarda e non ha contrapposto Giovanni Paolo II alla Chiesa di Paolo VI, a questa difensiva Chiesa figlia del post-Concilio. E siccome il papa che ha gestito il post concilio risulta essere il papa che ha gestito il Concilio si dovrebbe capire se in realtà questi rilievi sul post-concilio non riguardino in realtà il Concilio stesso.
Ma il dialogo come scelta, vero cuore del Concilio Vaticano II che ha scelto la libertà coscienza, il cardinale Ruini lo sa, ha molta importanza.


Lui, in una recente intervista, lo ha invocato tra Chiesa e Salvini, in tempi in cui Salvini non era Presidente del Consiglio ma rappresentava una posizione, quella del no agli sbarchi, con cui il cardinal sottile disse che si deve dialogare. Forse voleva dire che si doveva dialogare con quella parte di opinione pubblica italiana che, anche nel mondo cattolico, condivideva quella posizione.
Se il cardinale Camillo Ruini ha inteso parlare di Chiesa sulla difensiva riferendosi alla Chiesa di Paolo VI appare tagliare con eccessiva nettezza le grandi fatiche di Paolo VI, un gigante della storia contemporanea, le scelte difficilissime che gli storici valutano con maggiore attenzione, consapevoli degli anni tremendi, dei timori, del contesto, e di certo delle speranze per il bene di milioni di cristiani che poi il cardinal Casaroli seppe tutelare in particolare con il grande lavoro che insieme al suo braccio destro cardinale Achille Silvestrini produsse la creazione della CSCE, la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, nata ad Helsinki nel 1973.


In buona sostanza in cambio dell'implicito riconoscimento del dominio sovietico in Europa orientale, Mosca si impegnò al rispetto dei diritti umani. Tutti sappiamo che nei fatti non fu ci fu un vero rispetto dei diritti umani, ma non sappiamo cosa ci sarebbe stato senza Helsinki. Questa fatica enorme, il martirio, sembra svanire in una polemica che riguarda tutt’altro.
Riguarda a mio avviso il Concilio Vaticano e la sua vera, profonda innovazione di una Chiesa ancora ferma al costantinismo, alla pretesa di edificare in terra la città di Dio.