Ruini forse dimentica che la Chiesa è di tutti i battezzati e non delle gerarchie ecclesiali

L'ex preisdente della Cei in una intervista parla della crisi politico-culturale della Chiesa italiana e si dice proccupato

L'ex presidente della Cei Camillo Ruini

L'ex presidente della Cei Camillo Ruini

Riccardo Cristiano 6 ottobre 2020

L’intervista al Camillo Ruini apparsa oggi sul Corriere della Sera merita qualche con considerazione. Va chiarito subito che l’intervista non tocca l’enciclica, e sfiora appena i nuovi scandali. Sembra sia stata concessa a commento di quanto scritto da Massimo Franco nel suo libro “L’enigma Bergoglio”.


Si spiegherebbe così anche il punto di partenza, visto che la prima domanda riguarda proprio il libro di Franco. E qui, prima di considerevoli novità, arriva un elemento forse problematico, di certo da capire. Si parla di crisi politico-culturale della Chiesa italiana. Tesi esposta da Franco nel suo libro e sulla quale il cardinale conviene, sottolineando: “questo declino non può non preoccupare. Occorre reagire, un compito che spetta ai laici credenti, ma anche alla Chiesa come tale”.


Che vuol dire?  Sarebbe molto interessante se con queste parole il cardinale intendesse dire che occorre un sinodo italiano. Sarebbe un po’ arcaico se volesse dire che anche le gerarchie dovrebbero occuparsi di questo. Il pontificato di papa Francesco è  chiarissimo su questo punto, e segue chiaramente il Concilio: la Chiesa è di tutti i battezzati. Quindi, se il cardinale Ruini auspicasse un sinodo davanti al declino sarebbe una coraggiosa novità. Se auspicasse un rinnovato vigore delle gerarchie ecclesiali no.


Il dubbio appare legittimo perché c’è una novità, che qualcuno può definire inattesa. Dopo le polemiche anche vibranti sulla chiusura delle chiese per l’emergenza Covid il cardinal Ruini, a precisa domanda, risponde che i portoni chiusi rattristavano, ma “il Signore possiamo trovarlo ovunque.”


Questa frase ricorda da vicino quanto disse Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, molto cara a chi chiede di osare, meno a chi chiede di gestire.


La distanza tra queste parole e chi disse che si violava la libertà religiosa però sembra proprio evidente. E’ una novità importane, ma appare confermata da quanto il cardinale afferma subito dopo, tornando al declino: “Un rapporto sano e fecondo tra cattolici e politica passa attraverso la mediazione della cultura.” Questa frase sembra aprire orizzonti nuovi, nulla a che fare con il vecchio progetto  culturale. Ma poche riga prima afferma che “dobbiamo avere più fiducia nella bontà e nell’attualità di una cultura che abbia il cristianesimo alle sue radici.” Dunque il problema qual è? Cattolicizzare la cultura o interloquire, stare dentro, potremmo dire “ballare” per rendere l’idea di un qualcosa che raramente si fa da soli? Anche qui il passaggio sembra avere due possibili chiavi di lettura. Cattolicizzare la cultura, stando alla felice espressione di un altro cardinale che risale a tanto tempo fa, vuol dire creare giornalisti cattolici, medici cattolici, insegnanti cattolici. Sono quel che fanno, ma soprattutto sono cattolici. Dunque quanti più saranno, tanto più saranno autorevoli, tanto più renderanno cattolica la nostra cattolica. L’altra opzione è quella di avere cattolici giornalisti, cattolici medici, cattolici insegnanti. Sono cattolici, ma soprattutto sono ciò che fanno,  svolgendo come gli altri il loro lavoro: entrambi dovrebbero tenere al centro, come barra, la loro coscienza.


L’argomento meno interessante dell’intervista riguarda gli italiani nel collegio cardinalizio. Alla domanda sul fatto che Venezia, Torino, Genova, Milano non hanno un arcivescovo che sia anche cardinale Ruini risponde che “non sarebbe bene che l’Italia fosse sottorappresentata.”


Eppure Perugia, Agrigento, o Ancona, sono italiane. Per la prima volta c’è un nunzio di nazionalità italiana nel collegio cardinalizio. Certo, in un collegio che si apre a realtà prima mai rappresentate i rapporti cambiano, ma il declino non dipende dal numero di cardinali.  Interessante e sorprendente invece è che il cardinale non veda un movimento conservatore internazionale contro Francesco”. A suo avviso pochi sono contro Francesco,non tutti coloro che hanno formulato qualche critica con intenti costruttivi.”
Sul punto ha certamente ragione. Ma tra questi c’è anche lamericano Steve Bannon, il presidente brasiliano Bolsonaro o lideologo russo Alexander Dugin?          


Il cardinal Ruini è chiaro invece nel no al partito cattolico, una posizione rilevante e che chiaramente apre all’idea di collaborazione sociale. Ma torna sul filo quando risponde alla domanda se sia pentito di aver detto che bisogna dialogare con Salvini:  inserisce Giorgia Meloni, definita “sulla cresta dell’onda” e poi aggiunge: “se vogliono fare il bene del Paese e arrivare al governo devono sciogliere il nodo dei loro rapporti con le forze che sono stabilmente alla guida dell’Unione europea.”


Ma anche se non lo facessero  potrebbero ritenere di non farlo per fare il bene del Paese, e/o di arrivare al governo. Alla fine non so bene cosa ha detto Ruini: l’unica certezza è che non vede con favore il partito cattolico e che ritiene come Sant’Ignazio  di “cercare e trovare Dio in tutte le cose"  perché evidentemente chi lo pensa ritiene che lo Spirito sia allopera ovunque, nelle diverse culture ed esperienze spirituali. Una visione che sembra lontana dai “progetti”, anche quelli culturali.