Il cosiddetto “dark tourism”: perché così tante persone visitano gli ex campi nazisti

Molti sono viaggi della memoria per imparare, anche se non sempre è così. Ma funzionano realmente? Una riflessione

Un selfie fatto ad Auschwitz

Un selfie fatto ad Auschwitz

Fiorenza Loiacono 24 novembre 2020

Un fenomeno appariscente riguardante gli ex siti di “concentramento” e sterminio nazisti presenti sul suolo europeo emerso in questi ultimi anni consiste nel cosiddetto dark tourism ovvero nella visita massiva di luoghi del terrore e soprattutto dell'infierire della sofferenza – dell'arrecamento della morte – da parte di centinaia di migliaia di visitatori provenienti (se si considera il caso ad esempio del museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau) da tutto il mondo.

Qualche anno fa, in particolare, una ragazza molto giovane si è autoscattata un ritratto (Princess Breanna, qui in evidenza) mostrando di fatto il suo totale o forse parziale scollamento dal luogo in cui è presumibilmente in viaggio scolastico.

 

Allo stesso modo, come evidenziato da I guardiani della memoria, un volume di V. Pisanty pubblicato all'inizio di quest'anno, anche un film documentario come Austerlitz (Serhij Loznycja, uscito nel 2016) evidenzia come frotte e frotte di persone – in questo caso il campo osservato è Sachsenhausen – si riversino in questo luogo secondo una dispersione (più che nel silenzio) che si addirrebbe maggiormente a un centro commerciale più che a un luogo simile.

Cosa fanno centinaia – si osservi il documentario per questo – di naufraghi lì? Ascoltano? Vedono? Sentono? Ci si domanda, soprattutto, in cosa si stanno impratichendo.

Nella visione forse esclusiva più che nell'apprendimento della natura dell'oppressione? O forse si arrabattano nell'esatto contrario? Viene da domandarsi cosa effettivamente stiano imparando. 

Cosa imparano gli studenti, specificamente, in viaggio, ad esempio, con i cosiddetti treni memoriali? Sono per caso “deportati” – secondo forme precise che ricalcano il modello funereo del binario – verso una destinazione dove presumibilmente sarebbe opportuno condursi esclusivamente sulla base del proprio libero pensiero più che sospinti da qualche istituzione più o meno sostenuta da qualche organo europeo? Si badi a quanto accade in proposito, soprattutto quando giovani generazioni di europei – più che distaccarsi come (si auspica) succede in molteplici ma non onnipresenti casi – sono quasi trascinati a imparare – spesso discutibilmente preparati – soffrendo. In tal caso – non c'è che dire – si aggiunge tra le lacrime poca conoscenza. Poiché quest'ultima, nell'impotenza al cospetto della presumibile e probabile schiacciante immagine della catastrofe (difficilmente – stando all'idea di molti – pensabile) non può “cristallizzarsi”. Ovvero raggiungere solidità contando anche su una base di fiducia – e non solo di combattimento di carattere antifascista – legata a un cosiddetto tirante progressivo.