Il reddito universale e la via di Francesco per la lotta alle diseguaglianze

Un libro intitolato “Ritorniamo a sognare” contiene le indicazioni di Bergoglio per una diversa economia. Sapete che tassando i paradisi fiscali solo del 27% si potrebbe sfamare il mondo intero?

Papa Francesco

Papa Francesco

Riccardo Cristiano 26 novembre 2020

Forse si possono aiutare i politici a ridurre il loro distanziamento dal reale proponendo un senso diverso a quello delle parole che usano. Così questo dibattito poco allettante sulla sinistra che vince al centro, può essere ricondotto a realtà cambiandone il senso e chiedendo: “sicuri che s vinca al centro e non si vinca nelle periferie?”

Il confronto su centro come centralismo e periferie come decentramento (anche da sé) porta un confronto di cui tanti politici potrebbero avvalersi: una prospettiva universalista (diritti universali, diritti di tutti, uguaglianza, libertà e fraternità) si deve tradurre in una cancellazione delle diversità, in una globalizzazione uniformante, o non deve andare nelle periferie per scoprire le diversità, valorizzarle e unirle non nel nome del “centro” ma di una nuova unità tra diversi che fanno della diversità altrui un valore e una ricchezza anche propria?
Ma parlare di ricchezza, guardando da tante periferie, oggi è arduo. La pandemia sta creando problemi nella distribuzione delle risorse, del lavoro, che aggravano il quadro.
Così uno sguardo non centralista ma “periferico” fa notare l’importanza di quanto conterrebbe il libro di Papa Francesco ormai di prossima pubblicazione e intitolato “Ritorniamo a sognare”. Concetto molto caro a Bergoglio questo del sogno, di cui sarebbe urgente riscoprire il valore personale, politico e comunitario.
La prestigiosa rivista dei gesuiti statunitensi, “America”, ci informa tra l’altro che nel volume Bergoglio si direbbe a favore del reddito universale di base, UBI o “universal basic income”, citando gli studi di Mariana Mazzucato e Kate Raworth come fonti che lo hanno orientato. Chi sono? Forbes a maggio ha scritto che cinque economiste meritano la nostra attenzione per la loro capacità innovativa: sono Esther Duflo, Stephanie Kelton, Mariana Mazzucato, Carlota Perez e Kate Raworth.
Dunque dal primo di dicembre, quando il libro sarà disponibile in libreria, sarà importante leggere bene perché proprio di recente c’è stata una discussione su quale sia l’idea esatta del papa tra le diverse che esistono al riguardo: reddito universale o salario universale?
Al riguardo si è espresso tempo fa uno dei più brillanti, e innovativi, economisti cattolici, il gesuita Gael Giraud, che in un lungo e acutissimo studio pubblicato da La Civiltà Cattolica ha osservato: “Nella sua Lettera ai movimenti popolari, pubblicata nel giorno di Pasqua, il 12 aprile 2020, papa Francesco ha chiesto l’istituzione di una «retribuzione universale» di base: «Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti».
La proposta non ha mancato di suscitare reazioni, sia entusiaste sia critiche. Queste sue affermazioni significano forse che il Santo Padre abbraccia la causa di un reddito universale, versato a tutti, senza condizioni? O egli intende difendere il principio del giusto salario per tutti i lavoratori? E poi, se davvero si sta parlando di un reddito universale senza condizioni, in che modo un’attenzione autenticamente evangelica ci può orientare per valutare bene le condizioni pratiche di una sua attuazione? Oppure si tratta semplicemente di un’utopia irrealizzabile? Sono domande che vanno poste, tanto più oggi, dal momento che la gestione «medievale» della pandemia di coronavirus praticata da molti Paesi minaccia di far sprofondare gran parte del nostro Pianeta in una depressione economica grave almeno quanto quella vissuta in Occidente negli anni Trenta del secolo scorso.”
La discussione come si vede non è di forma, ma di sostanza. E siccome io non ho una adeguata conoscenza delle due economiste citate dal papa faccio presente che in un saggio dello scorso anno Marianna Mazzucato ha collegato l’agenda dei famosi Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e degli Accordi sul Clima di Parigi indicando sei griglie: 1) educazione, genere e diseguaglianza: 2) salute, benessere e demografia: 3) energia senza carbone e industria sostenibile: 4) cibo, terra, acqua e oceani: 5) città sostenibili e comunità: 6) rivoluzione digitale e sviluppo sostenibile. Qui la “vittoria al centro” sembra un’agenda di secoli fa, questa semplice scaletta pone di tutta evidenza il rapporto con le periferia al vero “centro” di tutto.
E’ proprio il capovolgimento del rapporto centro-periferia che può guidarci in questo ragionamento, in attesa di leggere meglio cosa affermi il papa sarebbe molto importante che chi parla di “centro” si sintonizzasse su questo “nuovo” senso delle parole.
Un salario dignitoso oggi viene stimato in 7,4 dollari al giorno, molto meno ridicolo della famosa soglia di povertà.
Nel 2018 il 60% della popolazione mondiale viveva ancora al di sotto di tale soglia. E oggi, dopo l’esplosione della pandemia? Nel citato articolo di padre Gael Giraud si cita un esempio poco noto ma molto interessante, quello dell’Alaska: “L’esperimento condotto in Alaska dal 1982 merita una menzione speciale. Ogni anno, infatti, una frazione dei dividendi petroliferi viene distribuita ai residenti, incondizionatamente e su base individuale. Gli importi – tra i 1.000 e i 2.000 dollari l’anno, a seconda del periodo– sono nell’ordine di grandezza della soglia di povertà di 7,4 dollari al giorno ricordati sopra. Si tratta di importi piccoli, ovviamente, considerando il tenore di vita medio in questo Stato americano. Ma la cosa più interessante è il principio usato dallo Stato dell’Alaska per giustificarli: si tratta di una compensazione per il diritto di sfruttamento di un bene comune, il petrolio, che in realtà appartiene a ciascuno dei residenti.” Interessante, soprattutto se consideriamo che parliamo di uno Stato che fa parte degli Stati Uniti d’America. E allora?
Allora la tesi cui giunge, cifre alla mano, l’autorevole economista su La Civiltà Cattolica è questa: “ L’esempio dell’Alaska fornisce l’abbozzo di una risposta positiva. Perché non immaginare che una frazione del reddito derivante dallo sfruttamento dei nostri beni comuni globali sia ridistribuita per finanziare un reddito di base? Non sarebbe questo un modo concreto ed efficace per onorare la destinazione universale dei beni, cara ai Padri della Chiesa e alla dottrina sociale della Chiesa?
Ad esempio, l’atmosfera è certamente un bene comune a tutto il mondo: un’imposta globale sul carbonio – come quella fortemente sostenuta dalla Commissione Stern-Stiglitz – di 120 euro per tonnellata di CO2 prodotta, applicata alle 100 multinazionali responsabili del 70% delle emissioni, genererebbe un gettito 3,1 mila miliardi di euro all’anno. Estesa a tutti gli altri tipi di emissione, questa tassazione fornirebbe 4.430 miliardi di euro. Gestite da un Fondo internazionale, queste entrate potrebbero essere distribuite alle popolazioni che vivono al di sotto della soglia di povertà. Si potrebbe obiettare che non sono abbastanza per far uscire l’umanità dalla povertà estrema. Non importa: un’imposta del 27% sui 32 mila miliardi di dollari attualmente nascosti nei paradisi fiscali sarebbe sufficiente a integrare ciò che manca, affinché tutti possano vivere con più di 7,4 dollari al giorno.


Anche le rendite derivanti dalla proprietà di terreni, foreste o persino dei rifiuti – un «male comune» – potrebbero essere soggette a imposizione globale.”
Leggendo ci si può ricordare della recente enciclica “Fratelli tutti” e della sua indicazione sul valore della proprietà privata ma anche della destinazione comune dei beni creati. Forse sarebbe il caso di cominciare a pensarci e se così facendo pensassimo di “ritornare a sognare” sarebbe certamente più importante che seguitare a ragionare di vecchi centri che non dicono più molto.