Quando la Tv si parla addosso anziché raccontare il Paese

Estenuanti maratone con giornalisti che intervistano altri giornalisti, sempre gli stessi

Immagine di repertorio

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Onofrio Dispenza 6 settembre 2019
Diciamo che, ad essere cattivi, metà della programmazione quotidiana delle nostre televisioni è assediata, occupata, da giornalisti che intervistano giornalisti. Peraltro, sempre gli stessi, quasi appartenessero ad una agenzia che, di volta in volta, li piazza  in questo o quell'altro salotto, su questo o su quel trespolo.
Un pò come le agenzie di modelli e modelle. Tranquilli, non è così, nessuno si inalberi,non ci sono agenzie, solo una impressione. Sta di fatto che davvero il più della programmazione, almeno quello delle fasce orarie che sarebbero destinate alla riflessione e all'approfondimento si risolve in un paio di giornalisti in studio che pongono domande ( a fare zapping, tutte uguali ) ad una piccola, media o ampia schiera di giornalisti. Un gioco degli specchi.
Ad essere cattivi, diciamo che in genere lo schema, appunto, è di un salotto con un paio di conduttori che ottengono un risultato che, in qualità e in sostanza, è meno della metà dello studio di Mentana che è da solo. In queste settimane di crisi, e in questi giorni di veloce definizione della crisi, sapientemente vegliata dal Capo dello Stato, l'infornata quotidiana di giornalisti ha raggiunto livelli record. Maratone nelle maratone, sempre con l'attenzione di metterci un pò di Libero, un pò di Giornale, un pò di La Verità e giù, giù, fino a raschiare il barile. Tendenza, schema e abitudine comuni a tutte le tv, canali del Servizio Pubblico compresi. Anzi, in prima fila, con la preoccupazione in più di saper leggere al volo la "manica del vento", quel rudimentale ma efficace strumento per il vento che incrociamo anche all'inizio di un lungo viadotto autostradale. Schema semplice e ripetitivo come un rullo che finisce e si riattacca: cronaca di quel che accade, via vai di politici, sedi di partito con chi entra e chi esce, la corsa appresso a chi entra, altra corsa appresso a chi esce, congetture, previsioni, toto ministri, toto esclusi, correnti, fedeli, infedeli, trombati, promossi, ed ora che accadrà.
Tra una cosa e l'altra, voilà un giornalista se non giornalisti a raffica. Opinioni, considerazioni, analisi più che in un laboratorio di esami biologici. Mi chiedo e chiedo, quel che mi chiedevo poco fa leggendo la storia di uno dei nuovi ministri, quello che, per territorio e per sentimento, mi è più vicino. Bella storia, da racconto. Giuseppe Provenzano, infatti, è figlio di un paesino siciliano della provincia di Caltanissetta, lì dove la provincia nissena si avvinghia a quella di Agrigento.. Nato a San Cataldo, ma solo perchè al suo paese non c'era e non c'è un ospedale.
Il suo paese è Milena, in quelle contrade conosciuto come Milocca. Paese di miniere e campagne. Il padre del nuovo ministro del Sud era un fabbro. Peppino, bravo a scuola, con studi superiori da pendolare fino agli studi prestigiosi a Pisa ( non senza sacrifici familiari ) per diventare economista, analista dei tanti problemi del Sud. E allora mi sono chiesto, Provenzano a parte, perchè tra una cronaca e un'altra delle vicende politiche, mentre maturavano le soluzioni, anziché le mille considerazioni tutte uguali dei giornalisti di quel giro di cui parlavamo, non si aprivano finestre sul Paese? A raccontare il Sud, a noi e agli stessi ministri che si apprestano a governare questo Paese. Dalle Alpi al Mediterraneo. Una finestra sul Nord Est degli agricoltori che non sanno a chi fare raccogliere le mele, per esempio. Quasi un carotaggio dei problemi che attendono i nuovi ministri, settore per settore.
Dopo Sud e agricoltura, aprire ( qui con prudenza, per la salute ) una finestra su Taranto, a parlare del problema dei problemi, ambiente e salute. E poi affacciarsi in un ospedale, o magari due, per ricordarci luci ed ombre della Sanità, facendo parlare medici e pazienti. Ed ancora, una vertenza, magari la più grave, per fare parlare e farci sentire operaie e operai in angoscia per il posto che si perde.
E poi, una finestra sulla scuola, tra eccellenze ed emergenze, come quella dei bambini che avrebbero bisogno di un sostegno che pare non sia ancora garantito mentre si ricomincia. Senza parlare dell'immigrazione, dell'integrazione, con storie drammatiche e bellissime, come quella del ragazzo arrivato tra noi su un barcone e che, a Torino si è laureato con una tesi sulla vita sua e di tanti che come lui sono fuggiti da guerra e fame. Non dieci, cento, mille possibilità per evitarci questa sorta di giro di poker televisivo.