Ha paura dei controlli: caporale butta in mare un senegalese

Il proprietario di un peschereccio sfruttava i lavoratori stranieri. Arrestato per violenza privata e minacce

Guardia Costiera

Guardia Costiera

globalist 5 dicembre 2017

Coome lo vogliamo chiamare? Razzismo? Oppure solo sfruttamento? O tutte e due le cose insieme? Aveva paura che la guardia costiera lo fermasse per un controllo e così ha spinto in acqua un cittadino senegalese arruolato abusivamente. Questa l’accusa nei confronti di Andrea Caroti, 46enne livornese, comandante e proprietario di un motopeschereccio della marineria locale. I fatti sono accaduti nel 2016, ma ora l’uomo è stato arrestato. Violenza privata, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e sfruttamento del lavoro (cosiddetto “caporalato”) sono i reati che la procura di Livorno gli ha contestato. Il 46enne, infatti, impiegava sistematicamente manodopera irregolare - per lo più composta da cittadini di vari Paesi africani - sottoposta a condizioni di sfruttamento.

I militari del comando provinciale dei carabinieri e della guardia costiera hanno dato esecuzione ad un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Livorno, su richiesta del pm, Fiorenza Marrara. Le indagini sono partite l’8 giugno 2016, in seguito al salvataggio del cittadino senegalese. Quest’ultimo aveva raccontato che, per sfuggire ai controlli della guardia costiera, il comandante di un peschereccio per il quale lavorava in maniera irregolare lo aveva gettato in mare. Dopo queste dichiarazioni, però, il senegalese era sparito.
Le prime indagini - condotte dalla guardia costiera - hanno permesso di identificare il responsabile. Secondo le ricostruzioni, Caroti, avendo saputo che il cittadino senegalese era stato convocato per rilasciare alcune dichiarazioni, avrebbe minacciato l’extracomunitario.
Ulteriori indagini - affidate al nucleo investigativo dei carabinieri e dalla guardia costiera - hanno dimostrato come il comandante del peschereccio, per gli interessi della propria attività di pesca professionale, "avesse posto in essere uno sfruttamento continuo, non solo del senegalese, ma anche di altri cittadini extracomunitari per lo svolgimento di varie mansioni a bordo dell'imbarcazione". I turni erano massacranti. Il compenso? 10 euro a volta più una piccola quantità di pesce. Queste persone venivano anche ripetutamente offese quando non “obbedivano”.