Le sorti della Cattedrale di Agrigento: una barriera parasassi sotto il costone

Perché proteggersi dai crolli invece di consolidare i muri dell’edificio sacro?

Le sorti della Cattedrale di Agrigento: una barriera parasassi sotto il costone

Le sorti della Cattedrale di Agrigento: una barriera parasassi sotto il costone

globalist 31 dicembre 2017

Ancora un intervento, a mio parere, inutile e di impatto ambientale. Servirebbe solo a contenere qualche porzione limitata di muro o masso isolato di cui non vedo pericolo di crollo. Se la cattedrale dovesse rovinare a valle ovviamente non basterebbe una barriera di tre metri per contenere l’enorme massa di muratura in caduta lungo il pendio.


Perché proteggersi dai crolli invece di consolidare i muri dell’edificio sacro? Il fatto è che, oggi, non esiste pericolo di crollo immediato. Ci sarebbe tutto il tempo di intervenire nelle fondazioni della navata nord, quelle a filo del pendio, per consolidarle dopo aver eliminato la causa principale dei cedimenti, ossia l’infiltrazione di acqua proveniente dal cortiletto dell’abside, il quale si trova a quota superiore alle fondazioni della cattedrale. L’acqua piovana e domestica che vi penetra, ammalora la fondazione dell’abside, lesionandola e dissestando irrimediabilmente la piccola palazzina a nord, piano terra e primo, di modesta struttura portante, che andrà demolita. Inoltre, l’acqua proveniente dal detto cortiletto viaggia, a partire dall’abside, sotto il pavimento della cattedrale, lo dissesta e raggiunge il cantone nord della facciata provocandone il cedimento. Il cedimento del cantone nord fa ruotare la facciata lesionandola.


La natura, l’entità e la velocità delle lesioni indicano che passerà un ragionevole lasso di tempo, non meno di cinque anni, prima del crollo. Ovviamente eliminando la continua somministrazione di acqua sotto le fondazioni il fenomeno si arresterebbe. D’altronde, eccetto l’abside e la navata nord, il resto dell’edificio è abbastanza stabile e non presenta fessurazioni da cedimento delle fondazioni, quindi non è in pericolo.


Un quesito: se la cattedrale è stata puntellata dall’interno perché prevedere un altro intervento di ingabbiamento, del costo di 1.600.000 €, con prevedibili perforazioni di muri, senza, ancora una volta, intervenire nelle fondazioni? Si rimanda il loro consolidamento ad un futuro lavoro di contenimento del pendio in frana? Per bloccare una frana che non c’è? Con una progettazione che ancora deve essere affidata? Per una faglia che separa banchi in presunto movimento?


Esiste sì una fessurazione del banco calcarenitico, ma è antica, tanto che nel passato vi si è edificato a cavallo l’episcopio. Né gli altri edifici che vi stanno di sopra, nella zona della Lucchesiana, accusano cedimenti, se non quelli, molto modesti e trascurabili, dovuti sempre ad infiltrazioni di acqua. La faglia del banco calcarenitico, che in alcuni tratti corre subparallela alla rupe, è antica e stabile. Pertanto non occorre consolidare il costone roccioso, né il pendio in terra. Invece gli interventi ingegneristici, fin qui effettuati e da realizzare, sono finalizzati a tenere per i capelli un edificio sull’orlo del baratro, solo ipotizzando che il pendio che lo sostiene scivolerà a valle. Quando si tratta di un banale cedimento localizzato ed eliminabile.


Si interviene sui sintomi e non sulla malattia. Perché l’unica malattia che ha la base della cattedrale è l’imbibizione di acqua, e nient’altro. Basta per adesso, e subito, bloccare l’infiltrazione di acqua pluviale e domestica, che arriva sotto le fondazioni.


Sempre a disposizione per dare il mio contributo professionale gratuito.


Racalmuto, lì 30 dicembre 2017


Ing. Angelo Cutaia