Il calendario di Mussolini bellamente in vetrina: ci aspetta un 2019 nero?

Una edicola nel quartiere Mazzini di Roma, l'ennesimo segnale di un fascistume ormai sdoganato da chi sta al potere

Il Calendario di Mussolini

Il Calendario di Mussolini

Chiara D'Ambros 16 dicembre 2018
Oggi un calendario 2019 dal tema anticostituzionale viene tranquillamente esposto nella vetrina di un’edicola romana tra un giornale per neomamme, uno di cavalli, uno di gattini, Heath man, una rivista di Yoga e una della Lazio.
Viviamo un momento storico di passaggio. Le grandi ideologie si dice siano tramontate eppure piccoli grandi segnali, messaggi e azioni più o meno espliciti in nome del popolo e della sicurezza evocano mondi poco sicuri se non stai dalla “parte giusta”.
Il passaggio al nuovo secolo ci vorrebbe rassicurare sul fatto che queste ideologia sono più lontane di quanto non lo siano effettivamente. Ma tracce di oscuri passati, apparentemente insignificanti, compaiono sempre più di frequente e indisturbati nel quotidiano. Oggetti, scritte, bandiere, slogan semplici e semplicistici evocati da leader sovranisti che dilagano in tutto il mondo, dal Brasile, agli Stati Uniti e in alcuni Paesi dell’Europa Italia compresa.
Si stanno facendo sempre più concrete e costanti le manifestazioni che promuovono una visione della realtà ben precisa, dove la forza e la prevaricazione sul nemico di turno, spesso creato ad arte. Tali manifestazioni vengono fatte assecondare e persino fatte desiderare dal popolo che finisce per (o ricomincia a?) legittimare azioni fino a poco prima non solo illegittime ma anche illegali.
Non siamo ancora in una fase in cui le persone appoggiano tutto ciò per paura profonda di questo “nemico” che secondo le forze politiche in auge vanno dagli immigrati all’Unione Europea. Per ora il consenso sembra basarsi più che altro sul “fastidio” e un’incazzatura, e come è ben noto ad ognuno di noi, ciò che “dà fastidio” fa perdere la pazienza, e l’incazzatura porta con facilità a esternazioni violente. Per irresponsabilità o disegno consapevole, molti leader attuali mandano di continuo –attraverso i social network ma non solo –messaggi provocatori, fomentando il senso di fastidio e insofferenza, che sempre più spesso sfocia in atti di intolleranza e prepotenza.
Troppe volte la Storia ha mostrato come in situazioni analoghe il rischio che prove di forze o addirittura atti violenti vengano riconosciuti necessari, diventino una soluzione ai problemi.
Siamo ancora in una fase di passaggio, ma ci sono flebili manifestazioni di opposizione, di entità disgregate. Più si permette che il fastidio di molti intercetti anche il disagio reale delle classi meno abbienti più si rischia di andare verso una strada di non ritorno.
Esagerato?
Qual è il punto di rottura?
Leggendo la Storia è facile individuare come lezioni del passato siano utili ai leader sovranisti di oggi, anche se il contesto è cambiato e anche se non si vuole chiamare fascismo l’autoritarismo di oggi. Se non si riesce a immaginare risposte nuove, perché il passato non riesce a ispirare l’opposizione che sembra brancolare nel buio? L’unione di forze anche diverse ma che si sono unite per un bene superiore, per il bene comune, non è davvero di nessuna ispirazione in Italia?
Quali risposte a chi cerca punti di riferimento e proposte alternative per la gestione del disagio, risposte che non prevedano la prevaricazione di qualcuno su qualcun altro, per chi cerca un riconoscimento come cittadino non come popolo?
All’inizio dell’importante film di recente uscita “Santiago, Italia” di Nanni Moretti, colpisce come la maggior parte di quello stesso “popolo” che aveva eletto e sostenuto Allende, poco dopo applaudiva i raid aerei che si abbattevano sul parlamento, la Moneda.
Si può pensare spietatamente che sia umano reagire alla prevaricazione cercando a tutti i costi la salvezza. Questo si traduce politicamente nel consenso di un potere forte che se stai dalla sua parte ti protegge. Ma può esserci salvezza, speranza senza possibilità di critica, senza libertà?
Purtroppo forse si sta dimenticando che quando si instaura un potere forte, la forza la esercita anche qualora sia messo in minoranza, il potere se lo tiene a tutti i costi e spesso anche più stretto.
Sono innumerevoli gli esempi della Storia che raccontano quanto chi si propone con la forza, per la sicurezza a difesa del popolo contro un nemico, poi quella stessa forza l’abbia agita contro chi ha messo in discussione quel potere.
C’è storicamente sempre un punto cruciale che segna un momento di non ritorno, in cui si instaura un potere coercitivo. Con l’avanzare dei sovranisti ci si avvicina pericolosamente a quel punto. O facciamo finta di nulla?
Come scansare questo pericolo?
Una risposta si può trovare nel cuore dell’Europa, nell’Unione Europea con il suo parlamento. Quell’Europa che parla non di “popolo europeo” bensì di “cittadini europei”, che garantisce pluralità e per quanto migliorabile mette al centro la relazione dialogica tra gli Stati.
L’Unione Europea è quell’organismo che nel cuore dell’Europa che ha conosciuto due Guerre in un solo secolo, oggi garantisce la pace pur tra mille difetti e storture.
La pace è davvero un bene così superfluo? Un valore passato di moda? Forse è il momento di chiedercelo nuovamente?
Si intravedono azioni di potere non molto tranquillizzanti da parte di chi inneggia ad un popolo sovrano. Tutti i popoli sovrani sono stati definiti tali solo in presenza di un capo… oggi forse di un capitano.
Nonostante tutti i limiti e la necessaria revisione dei campi di forza che muovono le scelte dell’Unione Europea, a partire dalla necessità di progettare un piano reale di redistribuzione della ricchezza, il valore dell’Europa sta anche in questo, nel non assecondare individualismi, né riconoscere il valore di un uomo forte al comando perché sarebbe riduttivo rispetto alla pluralità di voci e visioni che possano costruire e immaginare un mondo che può migliorare. In fondo un uomo solo al comando, è solo un uomo.
E per il 2019 un calendario che ispiri la fantasia piuttosto che nostalgia è di certo più interessante.