Torre Maura e Libia: quando si è Caino per paura di diventare Abele

Una giornata densa: dalla Cassazione che riabilita Mimmo Lucano, all'ennesimo dramma del mare, alle periferie che si ribellano a rom. E il Papa avverte: chi costruisce muri rischia di rimanere prigioniero.

La scena terribile in cui viene calpestato il cibo per i nomadi

La scena terribile in cui viene calpestato il cibo per i nomadi

Riccardo Cristiano 3 aprile 2019

Quella del due aprile duemiladiciannove è una giornata che dovremo segnare su tutti i calendari e che dovremmo proclamare quale seconda giornata della memoria.
In questo giorno importantissimo per la nostra comunità nazionale l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è stato riabilitato dalla Corte di Cassazione: nulla gli era imputabile.
E dell’esperimento mondiale di Riace? Dei migranti che stavano ridando vita a un nostro antico borgo abbandonato a causa delle migrazioni e dell’impoverimento dell’entroterra calabrese? Nelle stesse ore un natante della tratta di schiavi e torturati del Terzo Millennio contattava Alarm Phone: cinquanta persone, cinquanta schiavi, finivano in emergenza nel Mediterraneo, ma per 24 ore nessuna ricerca, se non quella, assai problematica, dell’ultima ONG rimasta in zona che si è messa a cercarli.
E la Guardia costiera libica, cioè quel gioiellino di efficienza e operatività al quale dai tempi del passato governo abbiamo tanto contribuito? Ma non è tutto, non sono bastati gli uffici della Corte di Cassazione e di Alarm Phone a fare di questo 2 aprile un giorno di portata mondiale, un giorno da ricordare e proclamare seconda giornata della memoria. Perché sempre nelle ore di questa giornata-simbolo una piccola folla inferocita di residenti della disperante periferia romana di Torre Maura ha deciso di inscenare una feroce contestazione della decisione dell’amministrazione capitolina che ha trasferito lì alcune famiglie rom, 33 bambini, 22 donne delle quali tre in stato avanzato di gravidanza. Dovevano prendere il posto, nelle intenzioni dei nostri amministratori, di alcuni migranti lì locati grazie ad uno dei pochi centri Sprar rimasti.
La protesta della popolazione ha assunto contorni drammatici e forme agghiaccianti anche a causa dell’immediato intervento, al fianco dei manifestanti, di gruppi di attivisti dell’estrema destra, quella neofascista, e così i giornali riferiscono slogan del tipo “dovete morire tutti di fame”, “no alla sostituzione etnica”, e così via. Ma la domanda elementare, abbastanza evidente, se sono le aree più desolate delle abbandonate periferie romane quelle dove si deve fare accoglienza sgorga dal cuore e dal buon senso. E’ accoglienza o istigazione all’odio? Giudicare chi vive in simili angoscianti conglomerati è facile, molto facile, soprattutto quando si vedono panini gettati per terra e calpestati in segno di odio e disprezzo. Ma l’odio e il disprezzo per chi non solo viene tenuto come vengono tenuti i residenti di simili conglomerati di abbandono? E quando ci si è pavoneggiati o pavoneggiate sgombrando i campo nomadi, si è pensato a cosa fare di quegli esseri umani, in gran parte cittadini italiani? Eh sì, perché i rom in Italia, comunque sia, sono in gran parte cittadini italiani, nostri connazionali, parte del “popolo” al quale sovente ci si rivolge.


Ma i miei interrogativi in queste ore successive di poco alla giornata storica del 2 aprile non riguardano tanto i protagonisti dell’oggi. No, per cancellare gli istinti prevalenti in questo due aprile e voltare pagina il film che devo guardare non può che partire dall’inizio,  dalla scelta operata anni fa di non investire sul sistema di accoglienza Sprar, quello di Mimmo Lucano e Riace, quello che progettava, integrava, rimasto per anni una sorta di Cenerentola; aderirono pochi comuni italiani, appena 800. Perché? Lo sapevamo che il “mondo di mezzo” riteneva i migranti un business, che certi centri erano una scandalo. Perché gli Sprar non sono stati potenziati? Perché tenere tanti migranti in strutture che gli davano un pessimo letto, un orrido pasto e basta? Perché? Ma non basta. Il film che dovremo guardare celebrando questa seconda giornata della memoria dovrà ricordare   il codice di comportamento per le ONG nel Mediterraneo, chi lo abbia elaborato, chi abbia cioè elaborato il paradigma “migranti-sicurezza”.
E i sindaci libici con cui siamo andati a strutturare la permanenza dei migranti in Libia? E i doni alla Guardia Costiera libica? Ma forse il nostro film dovrà partire con le immagini di “Accattone”, il capolavoro di Pasolini: abbandonate perché? Questa degradata idea di accoglienza, cioè che l’accoglienza si fa nel quartiere più degradato e di cui questa amministrazione si è fatta ultima interprete, non nacque da un percorso noto, quello che è cominciato con il genocidio culturale denunciato da Pasolini, quando Bologna città comunista dimenticò la classe operaia e divenne città consumista?   


La giornata del due aprile duemiladiciannove potrebbe aiutarci, facendo un uso appropriato della memoria, a salvarci dal dilagare di questa guerra tra poveri, di questo sperare di diventare Caino per paura di essere Abele, da questo bisogno di odiare perché nessuno più ci ama, ci ricorda, ci guarda, ma soltanto se questa memoria, dopo aver guardato bene dentro di noi, la useremo non per psicodrammi, ma per andare avanti. E andare avanti vuol dire imparare a vivere insieme! Anni fa Martin Luther King ci aveva avvisato: “abbiamo imparato a volare come uccelli, a nuotare come pesci, ma non abbiamo imparato a vivere insieme come fratelli e sorelle!”
Questo è il vero obiettivo, questa è la vera sfida politica del mondo contemporaneo. Le parole d’ordine di chi crede nello scontro di civiltà, nel suprematismo, nel razzismo, possono essere sconfitte ricostruendo parole d’ordine, comunicazioni, messaggi, che spiegano ai negletti, ai giovani, quanto salverebbe anche loro la cultura del vivere insieme. Ma per farlo bisogna prima capirlo.
Tutto sommato il messaggio più semplice lo lanciò lo stesso Martin Luther King dicendo: “ o impareremo a vivere insieme come fratelli e sorelle o periremo tutti come degli stolti.” Sta già accadendo. Allora ripartiamo da una frase che ha pronunciato recentemente Jorge Mario Bergoglio per capirla bene e portarla in giro per l’Italia come un tempo si faceva con le Madonne pellegrine: “chi costruisce muri ne rimane prigioniero”. Ma riguarda tutti, anche chi vive nei quartieri agiati senza più vie di comunicazione con le periferie.